La
decisione, per noi del tutto improvvida, di fare la guerra all'Iran ha aperto
scenari inediti sul piano globale innescando (ulteriormente) quel meccanismo di
"capitalismo di guerra" che sta ricordando a tutti come in ultima
analisi quella che conta davvero è la questione energetica. Ne scrive su "Le Monde Diplomatique" Frederic Lordon sotto il titolo "La Crisi anomala"
: così riprendiamo alcune delle sue argomentazioni cercando di ricavarne qualche
conferma di nostra indicazione politica. Tornando al tema centrale del
momento storico l'affermazione più semplice e comprensibile è che senza energia
non si può far niente (immateriale, cloud, digitalizzazione): nemmeno il minimo
movimento, di automobili, di merci (che non passano ancora per la fibra)
processi industriali o di elettroni come nel caso dei data center. Al riguardo
dell'AI; Hbc stimache entro la fine del
decennio OpenAI consumerà 36 gigawatt di elettricità: una quantità compresa tra
il fabbisogno della Florida e quella del Texas. Pensiamo all'elio
indispensabile per la produzione dei chip che i vari operatori dell'AI
utilizzano a tonnellate(diverse
centinaia di migliaia per ciascun data center). A metà marzo 2026 quasi un
terzo della produzione di elio era già stato consumato.
Non si può nemmeno escludere
l'ipotesi di vere e proprie carenze e non solo di benzina per le automobili o
di cherosene per gli aerei: pensiamo alla produzione di fertilizzanti (per
mancanza di composti azotati) di plastiche e di prodotti farmaceutici, di
prodotti per la lavorazione elettrochimica di rame, nichel e uranio. La Cina,
ad esempio, ha già vietato l'esportazione di acido solforico. Così stiamo
vivendo due crisi autonome fra di loro: quella finanziaria e quella economico -
petrolifera sulle quali impatta una terza crisi derivante dall'interazione fra
le prime due. Una crisi che ha innescato il ricorso al "capitalismo di
guerra". Cosa ci riserverà allora l'economia di guerra? Ci stiamo dirigendo verso qualcosa
di inedito: una crisi nucleare senza giri di parole che potrebbe vedere tutte
le sue componenti amplificarsi reciprocamente in una reazione a catena senza
alcuna messa in moto di meccanismi di contenimento.
Le dimensioni della prova a cui la società sarà sottoposta sono difficili da
immaginare se non prevedere l'innesto di tsunami finanziari che porteranno a un
disastro sociale (questa la previsione di Lordon che in tutta sincerità ci
sentiamo di condividere). Quale risposta potrebbe essere
possibile a sinistra, con specifico (ma non esaustivo) riferimento all'Europa?
Prima di tutto
l'avvio di una riflessione posta sul piano dell'analisi circa la prospettiva di
delineare una vera e propria "alternativa di società" capace di
delineare un quadro opposto alla prospettiva del "capitalismo di
guerra". Su questo punto mi permetto riassumere quell'idea di
"socialismo della finitudine" che conseguirebbe alla necessità di
rovesciare il paradigma "sviluppo/limite". “Socialismo della
finitudine” per ripartire dall’idea dell’impossibilità, rispetto a quello che
abbiamo pensato per un lungo periodo di tempo, di procedere sulla linea dello
sviluppo infinito inteso quale motore della storia inesorabilmente lanciato
verso “le magnifiche sorti e progressive”. Il primo punto di programma così
teoricamente impostato dovrebbe allora essere quello rappresentato dalla
progettazione e da una programmazione di un gigantesco spostamento di risorse
tale da modificare profondamente il meccanismo di accumulazione dominante. Una
progettazione e una programmazione che non potrà essere che governata dal
“pubblico” e rivolta alle grandi transizioni in atto: comunicativa, digitale,
ecologica e soprattutto rivolta a fronteggiare l'intreccio delle crisi che
abbiamo appena cercato di descrivere. Èindispensabile
organizzare una sinistra sovranazionale che recuperi la centralità del diritto
pubblico europeo come proprio fondamento nel determinare l’indirizzo della
propria politica e ritrovi autonomia nella contesa internazionale. La sollecitazione di una forte ripresa di
conflitto sociale deve far parte integrante di questa proposta preparando una
risposta di pacee considerando l'Europa
uno spazio politico e non acriticamente un bene in sé.