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giovedì 7 maggio 2026

IL PATTO “INSTABILE”
di Alfonso Gianni
 


I vincoli del Patto di Stabilità sull’economia italiana.
 
Non si può dire che si tratti di un’assoluta novità, ma mai come in questa occasione è certo che il Documento di finanza pubblica (Dfp) vada letto e giudicato alla luce del contesto internazionale segnato dalle guerre in corso e dalle conseguenze che queste comportano sul quadro e le previsioni dell’andamento dell’economia mondiale. Del resto non lo nasconde il Ministro dell’Economia e delle Finanze, Giancarlo Giorgetti, che nella premessa al documento governativo avverte che “l’aggiornamento del contesto economico nell’anno in corso non può non prendere le mosse dall’operazione militare congiunta da parte degli Stati Uniti ed Israele in Iran dello scorso 28 febbraio. Tale data ha costituito una cesura fondamentale” Dal che ne consegue che il testo approvato dalla risoluzione della maggioranza parlamentare è in realtà scritto sulla sabbia, sottoposto come è ai sussulti di una vicenda bellica che può precipitare da un momento all’altro, viste le continue “sparate” di Trump sulla necessità di “liberare” lo stretto di Hormuz. Per la stessa ragione il vero dibattito - se mai lo si volesse definire tale - si è spostato dalle aule parlamentari italiane alle stanze di Bruxelles. Lì il ministro Giorgetti, alla disperata ricerca di margini di bilancio per “arricchire” la prossima manovra finanziaria in chiave elettoralistica, ha presentato una terna di soluzioni che potrebbero essere così riassunte: la sospensione generalizzata del Patto di stabilità; uno spostamento dalla difesa all’energia delle deroghe ai vincoli di bilancio già riconosciute l’anno scorso; l’attuazione in modo coordinato delle clausole di salvaguardia nazionali.



Allo stato delle cose la risposta della Commissione europea è stata negativa su tutti i fronti, seppure con qualche diversità di gradazione. Un no secco è subito venuto alla sospensione del Patto di stabilità perché non ci sarebbe quella drammaticità della condizione dell’economia europea che si presentava nel periodo della pandemia di Covid-19.  Sebbene sia lo stesso Dombrovskis, Commissario europeo per l’economia, ad avvertire che in realtà l’Europa sarebbe già in stagflazione essendoci “un rallentamento della crescita economica accompagnato da un aumento dell’inflazione”. D’altro canto l’occasione per superare i vincoli del Patto di stabilità è stata persa quando, terminata la pandemia, è stato nella sostanza riproposto nell’aprile del 2024, con l’astensione nel Parlamento europeo di Fratelli d’Italia e della Lega, ma il sostegno a favore da parte del Governo italiano nel Consiglio europeo. Una scelta che dimostra la cecità delle classi dirigenti, nostrane ed europee, poiché a quel tempo la guerra russo-ucraina era già in pieno svolgimento. Ma non c’è da stupirsi più di tanto, dal momento che l’assunto della rigidità e dei vincoli di bilancio quale cardine delle politiche economiche è purtroppo scolpito nella nostra stessa Costituzione da quando, nell’aprile del 2012, il “principio del pareggio di bilancio” fu inserito nell’art. 81, dal governo Monti con il beneplacito attivo del Partito democratico. Quanto all’utilizzo delle deroghe in favore dell’approvvigionamento energetico, sottraendole in parte alla difesa (si parla di quattro miliardi su trenta), il no è venuto con la particolare pressione da parte di Germania, Olanda e Belgio. Anche qui niente di strano, visto che la Germania punta a diventare il quarto paese più armato nel mondo nel giro di un quinquennio. Chi è causa del suo mal pianga se stesso si potrebbe dire anche in questo caso. 



Chi ha per tempo accelerato sulle rinnovabili oggi si trova in ben altra condizione per quanto riguarda i costi energetici rispetto a quella lamentata insistentemente dalla nostra Confindustria. Vedi il caso positivo della Spagna. Un’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale sarebbe in astratto possibile, viste le condizioni poste per ottenerla e potrebbe in teoria essere accettata dalla Commissione e dal Consiglio, con una flessibilità dell’ordine del 1,5% del Pil per ogni anno di attuazione (al massimo quattro anni). Ma le contropartite non sfuggono neppure a Palazzo Chigi, perché ciò allontanerebbe ancora di più la già mancata fuoriuscita - per colpa del famigerato decimale, dal 3% al 3,1% del rapporto deficit/Pil - dalla procedura di inflazione e perché sarebbe facilmente prevedibile una reazione negativa dei mercati finanziari che peserebbe sui tassi del debito pubblico. È perciò chiaro che la soluzione per trovare lo spazio fiscale per ridare fiato ad un’economia asfittica non sta nelle alchimie numeriche né nella corsa a ostacoli tra i meandri delle eccezioni o delle concessioni, ma in una svolta radicale nella politica economica del paese. Che non può che essere qualitativamente innovativa e non può che basarsi su un intervento pubblico rinnovato negli obiettivi e nelle modalità. Cose che un sistema di guerra nel quale siamo immersi non può garantire. Di questo deve urgentemente occuparsi chi ambisce a battere le destre.