I vincoli del Patto di Stabilità sull’economia
italiana. Non si può dire che si tratti di un’assoluta novità,
ma mai come in questa occasione è certo che il Documento di finanza pubblica
(Dfp) vada letto e giudicato alla luce del contesto internazionale segnato
dalle guerre in corso e dalle conseguenze che queste comportano sul quadro e le
previsioni dell’andamento dell’economia mondiale. Del resto non lo nasconde il
Ministro dell’Economia e delle Finanze, Giancarlo Giorgetti, che nella premessa
al documento governativo avverte che “l’aggiornamento del contesto economico
nell’anno in corso non può non prendere le mosse dall’operazione militare
congiunta da parte degli Stati Uniti ed Israele in Iran dello scorso 28
febbraio. Tale data ha costituito una cesura fondamentale” Dal che ne consegue
che il testo approvato dalla risoluzione della maggioranza parlamentare è in
realtà scritto sulla sabbia, sottoposto come è ai sussulti di una vicenda bellica
che può precipitare da un momento all’altro, viste le continue “sparate” di
Trump sulla necessità di “liberare” lo stretto di Hormuz. Per la stessa ragione
il vero dibattito - se mai lo si volesse definire tale - si è spostato dalle
aule parlamentari italiane alle stanze di Bruxelles. Lì il ministro Giorgetti,
alla disperata ricerca di margini di bilancio per “arricchire” la prossima
manovra finanziaria in chiave elettoralistica, ha presentato una terna di
soluzioni che potrebbero essere così riassunte: la sospensione generalizzata
del Patto di stabilità; uno spostamento dalla difesa all’energia delle deroghe
ai vincoli di bilancio già riconosciute l’anno scorso; l’attuazione in modo
coordinato delle clausole di salvaguardia nazionali.
Allo stato delle cose la
risposta della Commissione europea è stata negativa su tutti i fronti, seppure
con qualche diversità di gradazione. Un no secco è subito venuto alla
sospensione del Patto di stabilità perché non ci sarebbe quella drammaticità
della condizione dell’economia europea che si presentava nel periodo della
pandemia di Covid-19. Sebbene sia lo
stesso Dombrovskis, Commissario europeo per l’economia, ad avvertire che in
realtà l’Europa sarebbe già in stagflazione essendoci “un rallentamento della
crescita economica accompagnato da un aumento dell’inflazione”. D’altro canto
l’occasione per superare i vincoli del Patto di stabilità è stata persa quando,
terminata la pandemia, è stato nella sostanza riproposto nell’aprile del 2024,
con l’astensione nel Parlamento europeo di Fratelli d’Italia e della Lega, ma
il sostegno a favore da parte del Governo italiano nel Consiglio europeo. Una
scelta che dimostra la cecità delle classi dirigenti, nostrane ed europee,
poiché a quel tempo la guerra russo-ucraina era già in pieno svolgimento. Ma
non c’è da stupirsi più di tanto, dal momento che l’assunto della rigidità e
dei vincoli di bilancio quale cardine delle politiche economiche è purtroppo
scolpito nella nostra stessa Costituzione da quando, nell’aprile del 2012, il
“principio del pareggio di bilancio” fu inserito nell’art. 81, dal governo
Monti con il beneplacito attivo del Partito democratico. Quanto all’utilizzo
delle deroghe in favore dell’approvvigionamento energetico, sottraendole in
parte alla difesa (si parla di quattro miliardi su trenta), il no è venuto con
la particolare pressione da parte di Germania, Olanda e Belgio. Anche qui
niente di strano, visto che la Germania punta a diventare il quarto paese più
armato nel mondo nel giro di un quinquennio. Chi è causa del suo mal pianga se
stesso si potrebbe dire anche in questo caso.
Chi ha per tempo accelerato sulle
rinnovabili oggi si trova in ben altra condizione per quanto riguarda i costi
energetici rispetto a quella lamentata insistentemente dalla nostra
Confindustria. Vedi il caso positivo della Spagna. Un’attivazione della
clausola di salvaguardia nazionale sarebbe in astratto possibile, viste le
condizioni poste per ottenerla e potrebbe in teoria essere accettata dalla
Commissione e dal Consiglio, con una flessibilità dell’ordine del 1,5% del Pil
per ogni anno di attuazione (al massimo quattro anni). Ma le contropartite non
sfuggono neppure a Palazzo Chigi, perché ciò allontanerebbe ancora di più la
già mancata fuoriuscita - per colpa del famigerato decimale, dal 3% al 3,1% del
rapporto deficit/Pil - dalla procedura di inflazione e perché sarebbe
facilmente prevedibile una reazione negativa dei mercati finanziari che peserebbe
sui tassi del debito pubblico. È perciò chiaro che la soluzione per trovare lo
spazio fiscale per ridare fiato ad un’economia asfittica non sta nelle alchimie
numeriche né nella corsa a ostacoli tra i meandri delle eccezioni o delle
concessioni, ma in una svolta radicale nella politica economica del paese. Che
non può che essere qualitativamente innovativa e non può che basarsi su un
intervento pubblico rinnovato negli obiettivi e nelle modalità. Cose che un
sistema di guerra nel quale siamo immersi non può garantire. Di questo deve urgentemente
occuparsi chi ambisce a battere le destre.