Una
proposta di legge di iniziativa popolare per porre un’imposta sui grandi
patrimoni. Più le differenze sociali e reddituali si allargano
nel nostro paese e nel mondo, più il tema di ottenere una giustizia fiscale
diventa urgente e necessario. Infatti è argomento di interesse e dibattito particolarmente
nei paesi a capitalismo maturo. Sono ormai molteplici gli studiosi, anche, se
non soprattutto, al di fuori del nostro paese, che sostengono la necessità
urgente di introdurre un’imposta sulle persone dotate di grandi ricchezze. Il citatissimo
Thomas Piketty, al termine di oltre un paio di migliaia di pagine, distribuite
in due ponderosi volumi, dedicate allo studio del moderno capitalismo giunge
alla conclusione (in Capitale e
ideologia, La nave di Teseo, Milano 2020) che il sistema fiscale di una
“società giusta” deve basarsi su tre grandi imposte progressive: “un’imposta
progressiva annuale sulla proprietà, un’imposta progressiva sulle successioni e
un’imposta progressiva sul reddito” (pag.1.108).Più di recentece lo
ricorda con la consueta precisione Gabriel Zucman, da molti anni studioso della
materia, in un agile, quanto prezioso, libretto recentemente uscito anche in
edizione italiana (Gabriel Zucman I
miliardari non pagano l’imposta sul reddito ed è ora di finirla, Einaudi,
Torino 2026). La questione non si pone soltanto nel nostro paese. Anzi si può
dire che costituisce un tratto caratteristico dei paesi a capitalismo maturo,
dove gli ultraricchi riescono ad eludere l’imposta sul reddito individuale, uno
dei pilastri di qualsiasi sistema che si prefigga il compito di raggiungere una
giustizia fiscale. La ragione è facilmente comprensibile: i ricchi riescono
facilmente a strutturare la composizione del loro patrimonio in modo tale che
alla fine il reddito tassabile risulti assai basso o addirittura nullo. Basta
guardare a quello che succede negli Stati Uniti. Una testata no profit - ProPublica - ha dimostrato che per
diversi anni notissimi miliardari, quali Elon Musk e Jeff Bezos, non hanno
pagato quasi nessuna imposta sul loro reddito individuale. Anzi, per quanto sia
incredibile, Bezos in un’occasione ha dichiarato talmente poco da potere
chiedere e ottenere i sussidi familiari previsti per le persone effettivamente
povere.
Un altro studio molto accurato, frutto del lavoro di quattro
economisti italiani (Guzzardi, Palagi, Roventini e Santoro), ha chiarito come
anche in Italia le casse dello Stato sono impoverite non tanto dall’evasione
fiscale - che pure esiste in modo consistente e va ovviamente combattuta - cioè
da chi si sottrae completamente al fisco, quanto dall’elusione fiscale,
ottenuta attraverso una serie di artifici e di trovate di ingegneria fiscale, a
cui solo coloro che hanno diverse fonti di creazione di ricchezza, e una
pletora di fiscalisti adisposizione, possono accedere. Il che peggiora
enormemente il quadro fiscale del nostro paese, già reso ingiusto dalla
drastica riduzione del criterio di progressività che pure è contenuto a chiare
lettere nell’articolo 53, secondo comma, della nostra Costituzione, che finora
nessuno ha tentato di (contro)riformare, ma di svuotare purtroppo sé e tanto. I
dati a disposizione di chiunque abbia la voglia di consultarli - non sto
rivelando segreti di Stato - dimostrano che il sistema fiscale italiano è solo
leggermente progressivo fino al 95° percentile della distribuzione del reddito,
mentre è grandemente regressivo per il restante 5 per cento. Dentro
quest’ultima fetta, in una proporzione minima ma danarosa si accomodano i super
ricchi. Questo fa sì che i miliardari non pagano neppure la metà di quello che
un cittadino medio onesto versa al fisco. C’è da domandarsi come si possa
essere giunti in questa situazione di così evidente ingiustizia. La risposta va
cercata in quelle teorie e pratiche, che comunemente vengono chiamate
neoliberiste, che si sono imposte a partire dagli anni ottanta del secolo scorso.
Per quanto riguarda l’ambito fiscale ha fatto testo e scuola la cosiddetta
curva di Laffer. Dal 2015 i visitatori del Museo Nazionale di Storia Americana,
possono vedere esposto un tovagliolo disegnato dall’economista Arthur Laffer,
durante un pranzo in un noto ristorante. Si tratta (o si dovrebbe trattare)
dell’originale tovagliolo su cui, nel 1974, l’economista disegnò la famosa
curva a campana (o a “U” rovesciata che dir si voglia) per convincere Donald
Rumsfeld (poi diventato segretario alla Difesa sotto la presidenza di Gerald
Ford e vent’anni dopo nello stesso ruolo con la presidenza di George W. Bush)
che più le tasse erano elevate minori sarebbero state le entrate per lo Stato. E
purtroppo ci riuscì, visto che Ronald Reagan accolse il suggerimento e lo
trasferì in pratica, seguito in pochi anni dai governanti degli altri paesi
occidentali. Eppure durante i cosiddetti trenta anni gloriosi, cioè dal
dopoguerra fino alla fine degli anni settanta, il capitalismo si sviluppò potentemente
pur in presenza di una tassazione per le maggiori ricchezze che non ha paragoni
con quella attuale. Si pensi che - prendendo sempre ad esempio gli Usa - nel
1960 l’aliquota marginale era del 91 per cento, colpendo i redditi che
superavano la soglia del reddito nazionale medio di quasi cento volte. Ma non
si trattava di un’eccezione, poiché elevate tassazioni sulle grandi ricchezze
erano praticate in tutti o quasi i paesi a capitalismo maturo. Nel Regno Unito,
prima del sopravvento della Thatcher, l’aliquota marginale raggiungeva il 98
per cento. Ma il sistema non ne soffriva. Anzi. I tassi di crescita
dell’economia erano, come noto, ben superiori a quelli attuali.
Quelle elevate tassazioni, praticate su una fetta ristretta di
super ricchi, unitamente ad un sistema progressivo, corrispondevano non solo a
un principio di maggiore giustizia fiscale e sociale, ma anche alla convinzione
- storicamente dimostrata - che l’estrema diseguaglianza danneggia la società
da ogni punto di vista, mentre l’economia funziona assai meglio se si scoraggia
la rendita, sia che questa provenga da beni immobiliari che da titoli finanziari.
È proprio questo elementare principio che è stato rovesciato dal neoliberismo,
creando il mito dell’arricchimento senza limiti e senza doveri verso la
società. La lotta di classe è stata vinta dai ricchi come sappiamo. Nel caso
italiano la riforma fiscale, entrata in vigore nel primo gennaio del 1974, aveva
introdotto l’Irpef strutturandola originariamente su ben 32 scaglioni di reddito, con aliquote
progressive dal 10% al 72%. Ora abbiamo invece tre aliquote
(la maggiore è del 43 per cento) e c’è chi sogna di introdurre la flat tax. La conseguenza è che il peso
del gettito fiscale grava in modo prevalente sulle spalle dei lavoratori e dei
pensionati - che contribuiscono per l’84,6% alle entrate fiscali dello Stato
secondo in dati più recenti - impossibilitati come sono sia ad evadere quanto
ad eludere. Così la capacità di spesa dei governi, al di là del loro colore
politico, è limitata, soprattutto per finalità sociali (anche per il vincolo
del pareggio di bilancio introdotto in Costituzione nel 2012, all’articolo 81).
Cosicché si è costretti a pietire in sede europea la sospensione del Patto di
stabilità, come sta facendo il governo Meloni malgrado l’avesse votato solo due
anni addietro, ricevendo finora risposte negative. È chiaro che ci vorrebbe un
ridisegno complessivo del sistema fiscale italiano, informato a criteri di
progressività. Ma è altrettanto evidente che si tratta di un lavoro complesso,
che tuttavia potrebbe, anzi dovrebbe, entrare nel programma di un governo
alternativo a quello attuale.
In attesa che maturino le condizioni perché ciò
accada, un gruppo di cittadini, fra i quali lo scrivente, hanno sottoscritto e
lanciato una raccolta di firme su una legge di iniziativa popolare (Lip) per
introdurre una imposta sui grandi patrimoni e coerentemente portare la tassa di
successione almeno ai livelli europei. Abbiamo in sostanza previsto di
istituire una imposta patrimoniale annuale sulle persone fisiche applicata
esclusivamente alla quota eccedente 2 milioni di euro, escludendo la prima casa
dalla base imponibile. Le aliquote previste variano dall’1% al 3,5%, a seconda
dell’entità della quota eccedente i 2 milioni. Per la tassa di successione è
previsto un aumento, anch’esso progressivo, fatta salva la franchigia di un
milione di euro.
Non è la
rivoluzione come si vede, ma permetterebbe un introito per le casse dello stato
di decine di miliardi capaci di aumentare la capacità di spesa per i bisogni
dei cittadini, come per la sanità e l’istruzione. Naturalmente c’è da
aspettarsi una feroce campagna delle destre - l’hanno già messa in atto - secondo
la famosa litania del “stanno mettendo le mani nelle tasche degli italiani”. Ma
è evidente che tale proposta non aggraverebbe la tassazione per la stragrande
maggioranza della popolazione, ma solo per quel ristretto numero di coloro che
hanno grande capacità contributiva. Una prima misura di giustizia fiscale e
sociale e nello stesso tempo di sostegno per una economia basata sui bisogni
dei cittadini e la difesa dell’ambiente.
Perché la
proposta di legge possa essere discussa dal parlamento servono almeno 50 mila
firme da raccogliere in sei mesi, a partire dal 13 maggio, ma ci auguriamo di
poterne ricevere molte di più. Naturalmente sappiamo che i rapporti di forza
parlamentari non ci sono favorevoli, almeno entro i confini della attuale legislatura.
Ma il regolamento del Senato, a differenza del passato, impone che entro termini
di tempo precisi una legge di iniziativa popolare (Lip) venga discussa e
votata. In questo modo possiamo contribuire ad accendere un dibattito attorno a
questo tema anche nelle istituzioni, oltre che nel paese. Per leggere il testo della
Lip, i nomi dei sostenitori e altre notizie utili, fra cui l’indicazione di
come firmare sulla apposita piattaforma del Ministero, basta visitare il sito: www.unpercentoequo.it Per
raggiungere la piattaforma del Ministero per apporre la firma digitale con Spid
o Cie, si può farlo anche direttamente al seguente link: https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6500014