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giovedì 28 maggio 2026

LE PAROLE OSCENE
di Nino Di Paolo
 


Anche questa volta, come nello scorso autunno, in corrispondenza della missione nonviolenta della Flotilla, oltre a registrare le prevedibili e previste bestialità perpetrate dai pirati dell’innominabile primo ministro di Israele, abbiamo dovuto subire cascate di parole oscene. Chiamare arresti i sequestri, percosse le torture, provocatori i nonviolenti, terroristi i disarmati, sono atti osceni. Ricordo che alcuni decenni fa, quando chi aveva abbracciato la lotta armata smise di praticarla, un senso di smarrimento percorse le menti dei reazionari di casa nostra. “Come faremo a far passare per terroristi coloro che non si inchinano all’unico ordine possibile se nessuno spara più?” si chiedevano i maestri di pensiero del mainstream mediatico. E tifavano, sotto sotto, senza poterlo dire, che qualche lupo solitario, qualche scheggia impazzita sparasse a qualcuno. Questo recondito bisogno è arrivato comunque fino ai nostri giorni con ministri che si paragonano a Giovanni Falcone o che attribuiscono omicidi di mafia alle BR. Lapsus, nel secondo caso, ma intanto nel primo, lasciamo perdere… Vero è che in ogni angolo del mondo, ormai, il termine “terrorista” non si nega più a nessuno, ma anzi viene più frequentemente appioppato a chi non terrorizza ma vuole evitare di essere terrorizzato, cioè all’oppositore del Governo in carica, dittatoriale, autocratico o para-democratico che sia. Oggi, da noi, mancando (fortunatamente) lupi solitari e schegge impazzite, come colpire chi prova, senza armi, a mettere umanità in contrapposizione alla bestiale violenza dei prepotenti? Semplice, chiamando arresti i sequestri, percosse le torture, provocatori i nonviolenti, terroristi i disarmati. Ora, che questo lo facciano le testate giornalistiche dichiaratamente reazionarie indigna (sempre) ma non meraviglia, è quando testate e talk show televisivi vogliono fare gli equidistanti che iniziano i conati di vomito. Quando ad utilizzare questo linguaggio, magari non in malafede ma proprio perché lo hanno introiettato, sono esponenti della stampa o politici che si dichiarano progressisti o riformisti, allora il disgusto diviene totale. Possiamo, direi dobbiamo, essere disgustati da tutto ciò ma questo non ci esime dal continuare a utilizzare le parole della nostra lingua nel senso appropriato del loro significato. Se non vogliamo entrare nella terminologia dell’agone politico, possiamo iniziare dal Discorso della Montagna, dalle Beatitudini. E non andremmo fuori strada.