Anche
questa volta, come nello scorso autunno, in corrispondenza della missione
nonviolenta della Flotilla, oltre a registrare le prevedibili e previste
bestialità perpetrate dai pirati dell’innominabile primo ministro di Israele,
abbiamo dovuto subire cascate di parole oscene. Chiamare arresti i sequestri,
percosse le torture, provocatori i nonviolenti, terroristi i disarmati, sono
atti osceni. Ricordo che alcuni decenni fa, quando chi aveva abbracciato la
lotta armata smise di praticarla, un senso di smarrimento percorse le menti dei
reazionari di casa nostra. “Come faremo a far passare per terroristi coloro che
non si inchinano all’unico ordine possibile se nessuno spara più?” si
chiedevano i maestri di pensiero del mainstream mediatico. E tifavano, sotto
sotto, senza poterlo dire, che qualche lupo solitario, qualche scheggia
impazzita sparasse a qualcuno. Questo recondito bisogno è arrivato comunque
fino ai nostri giorni con ministri che si paragonano a Giovanni Falcone o che
attribuiscono omicidi di mafia alle BR. Lapsus, nel secondo caso, ma intanto nel
primo, lasciamo perdere… Vero è che in ogni angolo del mondo, ormai, il termine
“terrorista” non si nega più a nessuno, ma anzi viene più frequentemente
appioppato a chi non terrorizza ma vuole evitare di essere terrorizzato, cioè
all’oppositore del Governo in carica, dittatoriale, autocratico o para-democratico
che sia. Oggi, da noi, mancando (fortunatamente) lupi solitari e schegge
impazzite, come colpire chi prova, senza armi, a mettere umanità in
contrapposizione alla bestiale violenza dei prepotenti? Semplice, chiamando
arresti i sequestri, percosse le torture, provocatori i nonviolenti, terroristi
i disarmati. Ora, che questo lo facciano le testate giornalistiche dichiaratamente
reazionarie indigna (sempre) ma non meraviglia, è quando testate e talk show
televisivi vogliono fare gli equidistanti che iniziano i conati di vomito. Quando
ad utilizzare questo linguaggio, magari non in malafede ma proprio perché lo
hanno introiettato, sono esponenti della stampa o politici che si dichiarano
progressisti o riformisti, allora il disgusto diviene totale. Possiamo, direi
dobbiamo, essere disgustati da tutto ciò ma questo non ci esime dal continuare
a utilizzare le parole della nostra lingua nel senso appropriato del loro
significato. Se non vogliamo entrare nella terminologia dell’agone politico,
possiamo iniziare dal Discorso della Montagna, dalle Beatitudini. E non
andremmo fuori strada.