LA SCOMPARSA DI EDGAR
MORIN
di Franco Astengo
 |
| Edgard Morin |
La mia sinistra e il “Socialismo
della finitudine”.
È morto
Edgar Morin: a 104 anni uno degli ultimi maîtres
à penser della cultura contemporanea. Sociologo, filosofo,
antropologo e epistemologo: un “intellettuale onnivoro”. Mi permetto di ricordarlo per un passaggio di pensiero che
mi fa ritornare ad un testo di Felice Besostri, la cui mancanza proprio in
questi giorni non è mai stata così forte nella sinistra italiana.
Nel luglio 2014 sul
blog “Perché la sinistra” compariva infatti un testo di Felice che prendeva
spunto proprio dal libro di Morin Ma gauche (Erickson, Trento 2011): “La
sua sinistra è anche la mia, quella che ricomponga i suoi filoni ideali storici
: socialista, comunista e libertaria con l’aggiunta dell’Ambientalismo e dei
diritti umani e civili. Si parla dei filoni ideali, perché le loro
realizzazioni storiche hanno deluso, mentre gli ideali non tradiscono mai. La
situazione attuale della sinistra è peggiore che 100 anni fa. Ora come allora
la sinistra è divisa, ma almeno allora si divideva tra socialdemocratici e
comunisti su come arrivare ad una società socialista, non per avervi
rinunciato. Allora si pensava che il Partito dovesse prefigurare la futura
società. Se ne fossimo ancora convinti ci sarebbe da averne paura. Sappiamo
tutti come è la vita interna ai partiti. Cosa manca alla sinistra per aspirare
a governare il paese con suoi uomini e donne e suoi programmi? Si pensa che non
ha un leader carismatico. Sbagliato! È la mancanza di sintonia con la
maggioranza dei cittadini, quelli che hanno pagato e pagheranno la crisi. Più
che di un leader abbiamo bisogno di tante persone assolutamente normali
che vivano insieme ad altri come loro, ne ascoltino le domande anche se
non hanno subito le risposte, ma si impegnano cercarle. C’è una crisi della
rappresentanza e perciò della democrazia, anche perché ci si è fatti
abbagliare a sinistra dai miti della governabilità, ma anche perché abbiamo
separato la rappresentanza dalla sua organizzazione. Denunciamo che i poveri
assoluti sono passati da 2 milioni e 400 mila a 4 milioni e 800 mila. È un
dramma che non si traduce in un aumento dei consensi per chi ritiene che sia
intollerabile. Ci sono anche 2 milioni e mezzo di depressi, che non si
aggiungono ai poveri assoluti, è molto probabile che i poveri assoluti siano
anche depressi. Perché questo fatto, la mancanza di consenso tra chi è
emarginato, non è al centro delle nostre riflessioni? Che è poi l’unico modo
per rendere credibile il legame indissolubile tra libertà democrazia e
socialismo. Quello cui credo perché lo ripeto sono qua da socialista, e i
socialisti devono ritrovare piena cittadinanza nella sinistra”.
Fin qui Felice Besostri nell’occasione citata.
Su quella base
elaborammo assieme l’idea del “socialismo della finitudine” le cui basi
politiche ancora nel 2020 così eravamo capaci di riassumere: Siamo nel pieno
di un processo di cambiamento che richiede uno sforzo di rielaborazione cui
nessuna generazione è mai stata chiamata, a partire dalla prima rivoluzione
industriale e dal sorgere del capitalismo e dall’organizzarsi della classe
operaia nei sindacati e nei partiti di massa.
È questo, della presa d’atto dell’avvenuto mutamento di paradigma, il senso di
una proposta d’analisi che mi sono permesso di definire come del “socialismo
della finitudine”. “Socialismo della finitudine” per ripartire dall’idea
dell’impossibilità, rispetto a quello che abbiamo pensato per un lungo periodo
di tempo, di procedere sulla linea dello sviluppo infinito inteso quale motore
della storia inesorabilmente lanciato verso “le magnifiche sorti e
progressive”. Il primo punto di programma di una aggregazione politica così
teoricamente impostata dovrebbe allora essere quello rappresentato dalla
progettazione e da una programmazione di un gigantesco spostamento di risorse
tale da modificare profondamente il meccanismo di accumulazione dominante. Una
progettazione e una programmazione che non potrà essere che governata dal
“pubblico”.
È questo, della presa d’atto dell’avvenuto mutamento di paradigma, il senso di
una proposta d’analisi che mi sono permesso di definire come del “socialismo
della finitudine”. “Socialismo della finitudine” per ripartire dall’idea
dell’impossibilità, rispetto a quello che abbiamo pensato per un lungo periodo
di tempo, di procedere sulla linea dello sviluppo infinito inteso quale motore
della storia inesorabilmente lanciato verso “le magnifiche sorti e
progressive”. Il primo punto di programma di una aggregazione politica così
teoricamente impostata dovrebbe allora essere quello rappresentato dalla
progettazione e da una programmazione di un gigantesco spostamento di risorse
tale da modificare profondamente il meccanismo di accumulazione dominante. Una
progettazione e una programmazione che non potrà essere che governata dal
“pubblico”.
Felice Besostri ci ha
lasciato nei primi giorni del 2024, Edgar Morin adesso: possiamo considerare l’idea
del “socialismo della finitudine” un lascito di entrambi.