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domenica 31 maggio 2026

POETI STRANIERI
di Anna Rutigliano


J. K. Stefansson


Il binocolo, a cui, il poeta islandese Jón Kalman Stefánsson, autore della presente raccolta poetica, Quando i diavoli si svegliano dèi (Djöflarnir taka á signáðir og vakna sem guðir), Iperborea, 2023, pagg.160, (con testo originale a fronte, tradotto da Silvia Cosimini), affida le proprie osservazioni/intuizioni del mondo sia naturale che artificiale, dalla finestra del terzo piano di un edificio di Reykjavіk, presso cui abita, non sempre restituisce immagini nitide del paesaggio circostante, complici l’aurora boreale, lo scioglimento dei ghiacciai ed il mare pieno di plastica. Un terzo occhio interiore, infatti, agisce simultaneamente alla lente di ingrandimento binoculare di Stefánsson: esso sembra essere racchiuso tutto in una congiunzione ( Eða=oppure), apparentemente piccola e circoscritta,  ma che invece espande la prospettiva di libertà del poeta/individuo sul mondo, a seconda che si scelga di vivere coraggiosamente o si opti per il niente (O - questa congiunzione pacata, modesta o forse allora non è una congiunzione ma dubbio, disperazione, paura, speranza, ottimismo, è il ponte che regge ogni cosa.). 



Così, per Stefánsson, la cui epoca presente è pervasa dalla filosofia della morte in ogni dove (e la Morte, come il cielo- la vediamo ovunque andiamo), ricalcando i versi shelleyiani di Death is here and there (la morte è qua e là),  le catene montuose islandesi, non sono leopardianamente indifferenti alla condizione umana, non rappresentano mera roccia brulla, fredda e desolata, tali da obbligare il poeta a peregrinare per il mondo, rifuggendo dal dolore, semmai esse fendono il buio per elevare l’anima, in cerca di spiragli di luce, al vasto cielo, tingendosi di rosa in un mattino ottobrino (è bello vedere i monti quando si guada fuori, abbiamo bisogno di fare affidamento su di loro, abbiamo davvero bisogno di fare affidamento su tutto ciò che si innalza, che fende il buio, che accoglie più luce e ci offre una prospettiva.), oppure, possono personificarsi in grandi politici, in quanto dovrebbero essere i presidenti degli Stati Uniti, della Russia e della Cina. La fusione totale del poeta con la natura raggiunge, poi, il suo apice, nel processo di deificazione di Tíra, suo fedele amico cane, nel Dio che fa anche bei sogni


Il poeta con Tìra

A Tíra, così come ai suoi simili a quattro zampe, Stefánsson, infatti, dedica una poesia dai toni teneri, scorgendo nella sua figura, la terapia che lenisce ogni tipo di solitudine sino a non dover più avere bisogno del cielo o di un dio su cui fare affidamento, anche se materialmente il suo nome non sarà mai il titolo delle vie cittadine del mondo. (Tíra significa piccola luce… lo so che Reykjavіk non le intitolerà mai una strada, eppure è una luce che fende il buio, desidera solo essere amata desidera solo amare, mi accoglie ogni volta come se meritassi di vivere). Come nel “Doppelbereich” rilkiano dell’esistenza, nel “doppio regno” di Stefánsson, il cui novantasette per cento è costituito da morte ed il sette per cento di vita, noi abitanti del pianeta terra abbiamo, tuttavia, una missione fondamentale per salvare quella piccola porzione restante di esistenza: vivere come unico scopo, che non solo vada oltre il sentimento di “Söknuður” (del rimpianto) della persona amata dipartita e delle persone a noi care, in generale, ma che abbia, soprattutto, il sapore della “Hlatúrinn” (della risata) di un bambino che si addormenta diavolo e si risveglia angelo/dio, perché il futuro, negli occhi del poeta, poggia speranzosamente sulle gracili spalle dei bambini. Vivere è anche sfidare la legge  gravitazionale terrestre che ci  incatena i piedi senza alcuna possibilità di volo, dettaglio sfuggito ai più grandi filosofi, nelle osservazioni di Stefánsson, (vivere non è uno standard internazionale né un marchio registrato, vivere è superare la forza di gravità del tempo nella testa, lasciare che siano le dita dei piedi ad invecchiare), per non essere relegati e puniti nel quarto girone infernale dantesco degli “avari di ideali” (la voce più alta, è quella ovvio, del quarto girone: “sanzione per la rinuncia ai tuoi ideali”).



Nella tensione amletica fra “Líf og Dauði”, (fra vita e morte), il nostro poeta di Reykjavіk, pertanto, affida alla scrittura poetica il ruolo di ponte di connessione col regno degli invisibili: la poesia di Stefánsson è la lira dell’Orfeo rilkiano che con la musica, come il canto degli uccelli in natura, come le note di Bach, si adagia, sia pur dolorosamente, sul nostro cuore ostinato e pulsante alla velocità di un trattore, per rendere visibilmente eterna l’esistenza: eru skáldin celeb eilífðarinnar (i poeti sono le celebrità dell’eterno).