Il binocolo, a cui, il poeta islandese Jón Kalman Stefánsson, autore della presente
raccolta poetica, Quando i diavoli si svegliano dèi (Djöflarnir taka á
signáðir og vakna sem guðir), Iperborea, 2023, pagg.160, (con testo
originale a fronte, tradotto da Silvia Cosimini), affida le proprie osservazioni/intuizioni
del mondo sia naturale che artificiale, dalla finestra del terzo piano di un
edificio di Reykjavіk, presso cui abita, non sempre
restituisce immagini nitide del paesaggio circostante, complici l’aurora
boreale, lo scioglimento dei ghiacciai ed il mare pieno di plastica. Un terzo
occhio interiore, infatti, agisce simultaneamente alla lente di ingrandimento
binoculare di Stefánsson: esso sembra essere racchiuso tutto in una
congiunzione ( Eða=oppure), apparentemente piccola e circoscritta,ma che invece espande la prospettiva di
libertà del poeta/individuo sul mondo, a seconda che si scelga di vivere
coraggiosamente o si opti per il niente (O - questa congiunzione pacata,
modesta o forse allora non è una congiunzione ma dubbio, disperazione, paura,
speranza, ottimismo, è il ponte che regge ogni cosa.).
Così, per Stefánsson,
la cui epoca presente è pervasa dalla filosofia della morte in ogni dove (e
la Morte, come il cielo- la vediamo ovunque andiamo), ricalcando i versi
shelleyiani di Death is here and there (la morte è qua e là),le catene montuose islandesi, non sono
leopardianamente indifferenti alla condizione umana, non rappresentano mera
roccia brulla, fredda e desolata, tali da obbligare il poeta a peregrinare per
il mondo, rifuggendo dal dolore, semmai esse fendono il buio per elevare l’anima,
in cerca di spiragli di luce, al vasto cielo, tingendosi di rosa in un mattino
ottobrino (è bello vedere i monti quando si guada fuori, abbiamo bisogno di
fare affidamento su di loro, abbiamo davvero bisogno di fare affidamento su
tutto ciò che si innalza, che fende il buio, che accoglie più luce e ci offre
una prospettiva.), oppure, possono personificarsi in grandi politici, in
quanto dovrebbero essere i presidenti degli Stati Uniti, della Russia e della
Cina. La fusione totale del poeta con la natura raggiunge, poi, il suo
apice, nel processo di deificazione di Tíra, suo fedele amico cane, nel Dio
che fa anche bei sogni.
Il poeta con Tìra
A Tíra, così come ai suoi simili a quattro zampe,
Stefánsson, infatti, dedica una poesia dai toni teneri, scorgendo nella sua
figura, la terapia che lenisce ogni tipo di solitudine sino a non dover più
avere bisogno del cielo o di un dio su cui fare affidamento, anche se
materialmente il suo nome non sarà mai il titolo delle vie cittadine del mondo.
(Tíra significa piccola luce… lo so che Reykjavіk non le intitolerà mai una
strada, eppure è una luce che fende il buio, desidera solo essere amata
desidera solo amare, mi accoglie ogni volta come se meritassi di vivere). Come
nel “Doppelbereich” rilkiano dell’esistenza, nel “doppio regno” di Stefánsson, il
cui novantasette per cento è costituito da morte ed il sette per cento di vita,
noi abitanti del pianeta terra abbiamo, tuttavia, una missione fondamentale per
salvare quella piccola porzione restante di esistenza: vivere come unico scopo,
che non solo vada oltre il sentimento di “Söknuður” (del rimpianto) della
persona amata dipartita e delle persone a noi care, in generale, ma che abbia,
soprattutto, il sapore della “Hlatúrinn” (della risata) di un bambino
che si addormenta diavolo e si risveglia angelo/dio, perché il futuro,
negli occhi del poeta, poggia speranzosamente sulle gracili spalle dei bambini.
Vivere è anche sfidare la leggegravitazionale terrestre che ciincatena i piedi senza alcuna possibilità di volo, dettaglio sfuggito ai
più grandi filosofi, nelle osservazioni di Stefánsson, (vivere non è uno
standard internazionale né un marchio registrato, vivere è superare la forza di
gravità del tempo nella testa, lasciare che siano le dita dei piedi ad
invecchiare), per non essere relegati e puniti nel quarto girone infernale
dantesco degli “avari di ideali” (la voce più alta, è quella ovvio, del
quarto girone: “sanzione per la rinuncia ai tuoi ideali”).
Nella tensione amletica fra “Líf
og Dauði”, (fra vita e morte), il nostro poeta di Reykjavіk, pertanto, affida
alla scrittura poetica il ruolo di ponte di connessione col regno degli
invisibili: la poesia di Stefánsson è la lira dell’Orfeo rilkiano che con la
musica, come il canto degli uccelli in natura, come le note di Bach, si adagia,
sia pur dolorosamente, sul nostro cuore ostinato e pulsante alla velocità di un
trattore, per rendere visibilmente eterna l’esistenza: eru skáldin celeb eilífðarinnar
(i poeti sono le celebrità dell’eterno).