L’eccedenza del linguaggio nota critica su Le
pianure di Gerald Murnane. *
Il mondo parla. A volte, in estasi placida,
la sensazione di essere i destinatari privilegiati dei segni del mondo.
* Piano il
linguaggio, piana la parola. L’effetto è quello dell’aedo. Intorno a un fuoco
acceso alla bell’e meglio, il saggio della comunità racconta la storia, che è,
sempre, la Storia. Il virtuosismo non esiste in una prosa che tenta di
replicare il parlato e, il che è più importante, il senso della trasmissione
(orale in questo caso specifico). Studiando Franz Kafka, Walter Benjamin
rilevava che della Verità, a restare, non era il contenuto, bensì l’atto del
tramandarla. Il narratore in prima persona parla con la lingua soffusa di
Kent Haruf all’interno di quello che, in fondo, è un progetto di autofinzione à
la Carrère. Ché importante è l’Io ma, a differenza di quel che avviene nei
romanzi del francese, più importante dell’Io è il mondo che lo circonda, che lo
traduce. Siamo in pianura. Gerald Murnane deve girare il film Nell’interno.
Le pianure lo sovrasteranno. Tale la trama, semmai, e chi scrive non lo crede,
valga qualcosa. Lo sovrasteranno, sì, ma più corretto è il verbo “assorbire”.
Le pianure di Murnane si adattano bene alla langue di Saussure. Sappiamo
che nella sua linguistica chi parla non parla, ma è parlato. L’evento della parola
dipende dal magma di differenza che è il sistema autonomo della langue.
È impossibile scrivere senza scrivere della scrittura. Sicché il riferimento a
Saussure, se ci pensiamo, non è poi tanto ardito. Quanto diciamo è già detto;
non diciamo, siamo detti. Qual è il ruolo del soggetto non parlante ma parlato?
Murnane tenta di dare come risposta la testimonianza. Che non è testimonianza
di eventi (parole) ma testimonianza di luoghi (langue) Ricerca,
dunque, oltre che testimonianza. Ma ricerca in sé fallimentare. Perché: “Le pianure erano tanto immense che nessuno
dei loro abitanti era mai sorpreso di sentire che comprendevano una regione che
non aveva mai visto”.
Williams Carlos Williams
William Carlos Williams, sì, lo incontriamo,
nella metafisica del quotidiano, nell’elevazione dell’inane. Carver. Lo si
chiama minimalista, lo si inscrive nel “dirty realism”, ma i pavoni
comparsi d’un tratto, i pasticceri in soliloqui assurdi, luci come da palco che
si spengono d’improvviso, tutto in Carver, per via della sottrazione (dovuta a
Gordon Lish) che applica restituisce, più che il “vero”, più che il “nudo e
crudo”, la sospensione di un elemento isolato. Per questo alcuni critici lo
hanno associato al realismo magico. E poi Haruf: per gli analoghi scenari, per la
prosa piana. Le pianure segue il percorso del narratore all’interno della comunità della
pianura, al fine di raccontarla in un film. Viene coinvolto nella “faida dei
colori”; si introduce negli accesi discorsi dei latifondisti; ottiene la
protezione di un mecenate.
Opera assimilabile, è chiaro, a Cuore di
tenebra di Conrad ma senza il colonialismo, e quindi al capolavoro di
Coppola Apocalypse Now ma senza l’atrocità del Vietnam. È anche Tempo
di uccidere di Flaiano, ma senza guerra coloniale, solo meraviglia
dell’esotico. “Secondo i poeti noi veneriamo tutti la pelle
chiara. Di sicuro, però, ci sono altri motivi per cui non permettiamo alle
nostre mogli e figlie di indossare il costume da bagno, giusto? Sappiamo che
d’estate la luce del sole può rendere una persona cieca alle possibilità che si
trovano al di là delle pianure. E quando ci capita di vedere una turbolenza
nell’aria, come un vortice d’acqua sopra la nostra terra a mezzogiorno, non ci
voltiamo forse perché ci ricorda l’insensato ordine degli oceani?” Perché il mondo ci ha preceduti, e
necessariamente ci eccede. Non solo fisicamente, anche fisicamente, il che ha
varie implicazioni, ma è il senso del mondo che è necessariamente e
indefinitamente e da sempre differito. “Perché anch’io sapevo che ogni volta che mi
avvicinavo a una donna non volevo altro che apprendere il segreto di una
particolare pianura.” E il mondo ci parla, ci traduce, ci abita (non lo
abitiamo), ci parla (langue) e non ne parleremo mai a dovere. “Quali
parole, quale macchina da presa potrebbe mostrare le pianure dentro ad altre
pianure di cui ho sentito parlare così spesso in queste settimane?” Sicché il compito dell’artista non può più
essere uno stantio, ottocentesco, naturalistico rappresentare quanto
piuttosto testimoniare il linguaggio, consci che sempre ci eccederà. La
testimonianza non spiega; dialoga. Cosa c’è da spiegare? Non c’è teleobiettivo
abbastanza profondo da cogliere il nocciolo del mondo. Verrebbe spontaneo
seguire il dogma di Wittgenstein (del primo Wittgenstein): Di tutto quello
di cui non si può parlare si deve tacere. Ma il linguaggio parla attraverso
di noi, non può tacere. È un caso che Wittgenstein abbia in parte rinnegato la
durezza del Tractatus? Il linguaggio, o il mondo, o la pianura, si
mantiene vivo parlando attraverso di noi; non possiamo tacere.
L. Wittgenstein
E viene in aiuto Beckett. Gli fu chiesto
quale fosse il compito dell’artista. Nell’impossibilità di esprimere, così
Beckett, il dovere di esprimere. Ma torniamo all’eccedenza e pensiamoci. Che ci
sfugga la totalità, che il linguaggio (o, ripeto, la pianura nella metafora di
Murnane) ci ecceda, non è condanna; è salvezza. Se il linguaggio non ci
eccedesse, saremmo noi la totalità, saremmo noi un Io autistico, chiuso nel
circuito di una eterna simbolizzazione che non consentirebbe l’esistenza, e
quindi l’incontro con, l’assolutamente altro. “Quando un uomo riflette sulla
propria gioventù, la sua lingua sembra riferirsi più spesso a un luogo che alla
sua assenza, e a un luogo libero da qualunque idea di Tempo come velo o
barriera.” E qui Murnane dichiara la sua poetica, chiaro e tondo. Le scuole di scrittura insegnano che bisogna
mostrare (show) e non dire (tell). Non: La portinaia è
pettegola ma: La portinaia scostò le tende e vide l’inquilino del terzo
piano con una donna vestita di rosso. Ma è chiaro che lo show è pretesto
del tell. A rischio di essere etimologicamente osceno, Murnane denuncia
la falsità della rappresentazione, dello show come pretesto, e dice. Per chiudere: “Qualcuno sta guardando noi e
la nostra preziosa terra. Stiamo scomparendo nella pupilla buia di un occhio di
cui non siamo nemmeno a conoscenza. Più di una persona, tuttavia, può giocare a
questo gioco. Ho ancora il mio giocattolo, la mia fotocamera, che rende
invisibili le cose”. E a volte, in modo goffo, puntava l’obiettivo verso di me
e mi chiedeva se avevo voglia di partire per una spedizione nel mondo
invisibile. Si torna a Benjamin. L’occhio che guarda l’occhio che guarda
l’occhio. Idea ideae, dunque. Ovvero è garantito, malgrado il moderno
abbia dissolto la Verità, l’atto del tramandarla.