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domenica 31 maggio 2026

LETTERATURA
di Marco Sbrana



Gerard Murnane
 
L’eccedenza del linguaggio nota critica su Le pianure di Gerald Murnane.
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Il mondo parla. A volte, in estasi placida, la sensazione di essere i destinatari privilegiati dei segni del mondo.

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Piano il linguaggio, piana la parola. L’effetto è quello dell’aedo. Intorno a un fuoco acceso alla bell’e meglio, il saggio della comunità racconta la storia, che è, sempre, la Storia. Il virtuosismo non esiste in una prosa che tenta di replicare il parlato e, il che è più importante, il senso della trasmissione (orale in questo caso specifico). Studiando Franz Kafka, Walter Benjamin rilevava che della Verità, a restare, non era il contenuto, bensì l’atto del tramandarla. Il narratore in prima persona parla con la lingua soffusa di Kent Haruf all’interno di quello che, in fondo, è un progetto di autofinzione à la Carrère. Ché importante è l’Io ma, a differenza di quel che avviene nei romanzi del francese, più importante dell’Io è il mondo che lo circonda, che lo traduce. Siamo in pianura. Gerald Murnane deve girare il film Nell’interno. Le pianure lo sovrasteranno. Tale la trama, semmai, e chi scrive non lo crede, valga qualcosa. Lo sovrasteranno, sì, ma più corretto è il verbo “assorbire”. Le pianure di Murnane si adattano bene alla langue di Saussure. Sappiamo che nella sua linguistica chi parla non parla, ma è parlato. L’evento della parola dipende dal magma di differenza che è il sistema autonomo della langue. È impossibile scrivere senza scrivere della scrittura. Sicché il riferimento a Saussure, se ci pensiamo, non è poi tanto ardito. Quanto diciamo è già detto; non diciamo, siamo detti. Qual è il ruolo del soggetto non parlante ma parlato? Murnane tenta di dare come risposta la testimonianza. Che non è testimonianza di eventi (parole) ma testimonianza di luoghi (langue) Ricerca, dunque, oltre che testimonianza. Ma ricerca in sé fallimentare. Perché:
“Le pianure erano tanto immense che nessuno dei loro abitanti era mai sorpreso di sentire che comprendevano una regione che non aveva mai visto”.
 


Williams Carlos Williams

William Carlos Williams, sì, lo incontriamo, nella metafisica del quotidiano, nell’elevazione dell’inane. Carver. Lo si chiama minimalista, lo si inscrive nel “dirty realism”, ma i pavoni comparsi d’un tratto, i pasticceri in soliloqui assurdi, luci come da palco che si spengono d’improvviso, tutto in Carver, per via della sottrazione (dovuta a Gordon Lish) che applica restituisce, più che il “vero”, più che il “nudo e crudo”, la sospensione di un elemento isolato. Per questo alcuni critici lo hanno associato al realismo magico.
E poi Haruf: per gli analoghi scenari, per la prosa piana.
Le pianure segue il percorso del narratore all’interno della comunità della pianura, al fine di raccontarla in un film. Viene coinvolto nella “faida dei colori”; si introduce negli accesi discorsi dei latifondisti; ottiene la protezione di un mecenate.




Opera assimilabile, è chiaro, a Cuore di tenebra di Conrad ma senza il colonialismo, e quindi al capolavoro di Coppola Apocalypse Now ma senza l’atrocità del Vietnam. È anche Tempo di uccidere di Flaiano, ma senza guerra coloniale, solo meraviglia dell’esotico.
“Secondo i poeti noi veneriamo tutti la pelle chiara. Di sicuro, però, ci sono altri motivi per cui non permettiamo alle nostre mogli e figlie di indossare il costume da bagno, giusto? Sappiamo che d’estate la luce del sole può rendere una persona cieca alle possibilità che si trovano al di là delle pianure. E quando ci capita di vedere una turbolenza nell’aria, come un vortice d’acqua sopra la nostra terra a mezzogiorno, non ci voltiamo forse perché ci ricorda l’insensato ordine degli oceani?”
Perché il mondo ci ha preceduti, e necessariamente ci eccede. Non solo fisicamente, anche fisicamente, il che ha varie implicazioni, ma è il senso del mondo che è necessariamente e indefinitamente e da sempre differito.
“Perché anch’io sapevo che ogni volta che mi avvicinavo a una donna non volevo altro che apprendere il segreto di una particolare pianura.” E il mondo ci parla, ci traduce, ci abita (non lo abitiamo), ci parla (langue) e non ne parleremo mai a dovere. “Quali parole, quale macchina da presa potrebbe mostrare le pianure dentro ad altre pianure di cui ho sentito parlare così spesso in queste settimane?”
Sicché il compito dell’artista non può più essere uno stantio, ottocentesco, naturalistico rappresentare quanto piuttosto testimoniare il linguaggio, consci che sempre ci eccederà. La testimonianza non spiega; dialoga. Cosa c’è da spiegare? Non c’è teleobiettivo abbastanza profondo da cogliere il nocciolo del mondo. Verrebbe spontaneo seguire il dogma di Wittgenstein (del primo Wittgenstein): Di tutto quello di cui non si può parlare si deve tacere. Ma il linguaggio parla attraverso di noi, non può tacere. È un caso che Wittgenstein abbia in parte rinnegato la durezza del Tractatus?
Il linguaggio, o il mondo, o la pianura, si mantiene vivo parlando attraverso di noi; non possiamo tacere.



L. Wittgenstein

E viene in aiuto Beckett. Gli fu chiesto quale fosse il compito dell’artista. Nell’impossibilità di esprimere, così Beckett, il dovere di esprimere. Ma torniamo all’eccedenza e pensiamoci. Che ci sfugga la totalità, che il linguaggio (o, ripeto, la pianura nella metafora di Murnane) ci ecceda, non è condanna; è salvezza. Se il linguaggio non ci eccedesse, saremmo noi la totalità, saremmo noi un Io autistico, chiuso nel circuito di una eterna simbolizzazione che non consentirebbe l’esistenza, e quindi l’incontro con, l’assolutamente altro. “Quando un uomo riflette sulla propria gioventù, la sua lingua sembra riferirsi più spesso a un luogo che alla sua assenza, e a un luogo libero da qualunque idea di Tempo come velo o barriera.” E qui Murnane dichiara la sua poetica, chiaro e tondo.
Le scuole di scrittura insegnano che bisogna mostrare (show) e non dire (tell). Non: La portinaia è pettegola ma: La portinaia scostò le tende e vide l’inquilino del terzo piano con una donna vestita di rosso. Ma è chiaro che lo show è pretesto del tell. A rischio di essere etimologicamente osceno, Murnane denuncia la falsità della rappresentazione, dello show come pretesto, e dice.
Per chiudere: “Qualcuno sta guardando noi e la nostra preziosa terra. Stiamo scomparendo nella pupilla buia di un occhio di cui non siamo nemmeno a conoscenza. Più di una persona, tuttavia, può giocare a questo gioco. Ho ancora il mio giocattolo, la mia fotocamera, che rende invisibili le cose”. E a volte, in modo goffo, puntava l’obiettivo verso di me e mi chiedeva se avevo voglia di partire per una spedizione nel mondo invisibile. Si torna a Benjamin. L’occhio che guarda l’occhio che guarda l’occhio. Idea ideae, dunque. Ovvero è garantito, malgrado il moderno abbia dissolto la Verità, l’atto del tramandarla.