Nell’incessante
moto ondoso della coscienza dello scrittore Federico Lotito, approdato alla sua
quinta silloge poetica dal titolo Senzatitolo (edizioni Qed stèresis, pagine 100, 2026), i pensieri affiorano in superficie fluttuando tra tempo non
quantificabile delle emozioni, dibergsoniana e woolfiana memoria, anche quando la struttura della
raccolta poetica in questione, sembra dare adito ad un “bilancio esistenziale”,
secondo la logica dei registri contabili (leggeremo di trimestri, in senso
inverso, dal quarto al primo) e lucidità, dettata dalla consapevolezza dell’autore,
giunta a maturazione, di voler abbracciare coraggiosamente la realtà nella sua autenticità.
Se da un lato, il poeta si fa portavoce di un grido intimo, ai più indifferente,
(l’urlo per la sopravvivenza di chi non arreca disturbo non ha valore nella
scala decibel) e collettivocontrola guerra, in cui i corpi,
soprattutto innocenti, sono violati per ingordigia di profitto: -Pensiamo di
poter comprare il futuro svendendo questo presente saltimbanchi della parola
bugiarda ci laviamo le mani con la banalità senza scrupoli sbraniamo corpi
stupriamo idee e gente inerme crediamo di avere sempre ragione, come si
sopporta tutto questo? Non esiste una risposta la ragione è che siamo degli
idioti; dall’altro, egli compie una scelta coraggiosa e chirurgica, quando,
immerso negli abissi della propria realtà psichico-corporea, decide di
accettare non passivamente il presente: -a chi come me non si sottrae al
dolore andiamo avanti senza lamenti resistiamo nella nostra ribellione qui non
c’è nient’altro da fare. La poesia che ne deriva, è essenziale, schietta e
fedele allo slogan del less is more del minimalismo letterario
statunitense, che accompagna da sempre lo stile poetico di Lotito. Essa non offre
spazi per eufemismi linguistici, nell’abitudinario gioco di vivere, non
insegue schemi ritmici della metrica tradizionale nell’intreccio acrobatico
della Vita di sempre, sezione con cui si apre la silloge, piuttosto il
poeta si imbatte in una scrittura piana e asciutta che procede per sottrazione
di interpunzioni, arricchendo, di contro, la semantica della parola sul piano metaforico:
al tavolo dei vincitori si spartiranno la veste la bilancia penderà sulla
voce profitto le lacrime degli invisibili non serviranno nemmeno più a piangere
i morti. Per quanto poi, Lotito sostenga che non c’è trama ma che
l’esistenza sia solo un rumoroso silenzio di carte, la sua poesia intesse
un fitto rapporto con la filosofia, anzi con le filosofie, con le molteplici
Weltanschauungen con cui ogni comune mortale si incammina nel viaggio del mondo, anche quando egli umilmente afferma: mentirei
se parlassi di filosofia non l’ho mai studiata. Invece i versi di Lotito
della silloge Senzatitolo, sono completamente imbevuti di nichilismo
nietzschiano: resto nessuno tra i travestiti da dio e ancora: non c’è
riparo che tenga in questo diluvio senza arca anche dio ha voltato le spalle,
compiendo una svolta di pensiero, rispetto alla raccolta poetica precedente Presenze
minime, SecopEdizioni 2024, in cui ancora vi era traccia di un dio (cercando
il mio dio mi muovo nel caos a malapena sopporto il futuro e mi avvolgo nel
sudario senza avanzare pretese). Ma nello stream of consciousness del
nostro poeta le increspature del pensiero devono necessariamente trasformarsi
in illusorio scudo, eppur utile, a ritrovare la bussola smarrita dell’esistenza
di quell’arido vero leopardiano, anche quando tutto è inganno, finzione:
mi sottraggo alla presenza tutto è finto che in un niente siamo nella
catastrofe/ se c’è chi sa dirci chi siamo stringiamolo forte altrimenti
illudiamoci di essere vivi/ un concerto un festival un carosello magre
consolazioni per l’inferno di questa realtà. Ed ecco che nella silenziosa quotidianità
di Lotito fa ritorno la poesia a restituire il suo essere nel mondo, il suo dasein
heideggeriano, in quanto individuo, in quanto collettività, affidandole il
senso onesto del suo viaggio: in me adesso c’è qualcosa di chiaro la poesia
è tornata dopo mesi di parole sciupate sulla vita e sulla morte o meglio solo
sulla morte…/ la città mi mastica inghiotte e sputa ma io cammino ancora esisto
anche se non si vede.
È nella “gettatezza” dell’essere
nel mondo, nella sua “Geworfenheit in der Welt” per dirla ancora con Heidegger,
che la poesia di Federico Lotito assolve la propria funzione socio-relazionale:
nel valore intergenerazionale di libertà tramandato da suo padre (era un
maestro mio padre e senza marce ci ha cresciuto…ci disse prima di andare
costruite case con mattoni trasparenti lasciate aperte finestre e porte la
libertà non si nasconde), nel sogno ammonitore/premonitore del tenero affetto
fraterno a proseguire il viaggio senza timore di colpa alcuna (non
preoccuparti tuo figlio e tuo padre hanno lo stesso nome sanno badare a se
stessi tu viaggia per saperne di più dice mia sorella premurosa come quando ero
ammalato), nella parola “amore” quale scelta e atto di condivisione non
ipocrita con l’altro/a (cinque righi per dirti che a tenersi l’uno dento
l’altro ci vuole coraggio senza paura di scheggiarci al contatto stiamo nel
giro che ci spetta moriremmo se non fosse così), è nel ricordo senza
nostalgia il punto di partenza del viaggio stesso (non che i ricordi siano
consolazione ma da qualche parte bisogna pur ripartire). Infine è nel non
lamentoso ma doloroso coraggio di attraversare il sea of troubles
shakespeariano, quale atto consapevole della coscienza, che la poesia
contemporanea di Federico Lotito restituisce umilmente dignità all’essere umano
nel mondo: il mare non spiega non consola ti mette davanti te stesso e poi
si ritira gli ho parlato come a un vecchio amico e gli ho chiesto dove andare e
lui continuava a muoversi a cambiare pelle, resta in viaggio - rispondeva.