Non è necessario avere approfondito importanti
studi filosofici per ricevere da un autore quelle scintille di sapere che illuminino
parti della nostra interiorità latenti, in attesa di essere riconosciute come
facenti parte della nostra consapevolezza. Kalil
Gibran, libanese e figlio di cristiani maroniti, viene definito saggista,
narratore, poeta mistico e artista, ma è molto di più: è quello che può essere identificato
come “Maestro”, quell’entità che, avvicinato, crea nell’interlocutore il Risveglio.
Oggi possiamo riceverne gli insegnamenti solo attraverso i suoi scritti, ma non
per questo meno significativa è la sua presenza nel nostro inconscio collettivo:
Il Profeta è la sua opera più conosciuta, ma anche nei suoi scritti
definiti “minori” si trovano quegli in-put che in ognuno di noi possono
stimolare intuizioni, più che spiegazioni. Così è la
raccolta Il folle edito a New York nel 1918 in lingua inglese che ha
come incipit proprio l’omonimo racconto sapienziale qui riportato: “Mi
chiedi in quale modo io sia divenuto folle. Accadde così: un giorno, assai
prima che molti dèi fossero generati, mi svegliai da un sonno profondo e mi
accorsi che erano state rubate tutte le mie maschere - le sette maschere che in
sette vite avevo forgiato e indossato - e senza maschera corsi per le vie
affollate gridando ‘ladri, ladri, maledetti ladri’. Ridevano
di me uomini e donne, e alcuni si precipitarono alle loro case, per paura di
me. E quando giunsi nella piazza del mercato, un giovane dal tetto di una
casa gridò: ‘È un folle’. Volsi gli occhi in alto per guardarlo;
per la prima volta il sole mi baciò il volto, il mio volto nudo. Il sole
baciava per la prima volta il mio viso scoperto e la mia anima avvampava d’amore
per il sole, e non rimpiangevo più le mie maschere. E come in trance
gridai: ‘Benedetti, benedetti iladri che hanno rubato le maschere’. Fu
così che divenni folle. E ho trovato nella follia la libertà e la
salvezza: libertà dalla solitudine e salvezza dalla comprensione, perché quelli
che ci comprendono asserviscono qualcosa in noi”.Kalil Gibran
Che
ognuno di noi abbia più di una maschera dietro la quale tutelare l’interiorità
più profonda è ovvio; anche se questi scudi possono essere molto leggeri e trasparenti,
restano sempre a proteggere in nostro vero io a volte poco conosciuto da noi
stessi. L’immagine del folle che nel Risveglio, cioè in pena consapevolezza, sa
di ricevere la luce senza protezione alcuna ci esorta a non aver paura di
questa condizione perché solo in questa esiste la vera libertà, cioè la
salvezza. Nel momento in cui accettiamo la nostra solitudine, cioè l’indipendenza
dalla comprensione di chi ci sta accanto, possiamo sentirci davvero liberi e
forse possiamo avvicinarci all’identificazione con l’Uno. Perché “(...) quelli
che ci comprendono asserviscono qualcosa in noi”significa che il legame con
l’umano limita la totalità e, più che altro, preclude la via mistica. Fortunatamente
non tutti abbiamo lo stesso progetto di vita e qualche piccola dinamica
interpersonale ci tiene vivi e allegri! È inoltre interessante rivolgere l’attenzione
al teatro greco in cui gli attori usavano proprio le maschere non solo come identificazione
dei diversi ruoli, ma anche come amplificatori della voce “per-sonare”: da qui
possiamo dedurre il concetto di persona, individuo dotato di coscienza, volontà
e intelletto che esprime una sua “personalità”, con caratteristiche psichiche e
comportamentali diverse. È dal
Giappone che ci arriva “la leggenda dei tre volti” che attribuisce a ognuno di
noi tre maschere: una quella con cui affrontiamo il mondo, la seconda che riveliamo
ad amici e parenti e il terzo volto, quello più vero e nascosto che possiamo percepire
guardandoci oltre lo specchio. E “guardare oltre lo specchio” significa
superare l’immagine superficiale per scendere nel profondo ed esplorare la
propria interiorità senza infingimenti: sciogliere i nodi che ci tengono legati
a giudizi estetici, immergerci nelle nostre emozioni e impegnarci nell’accettazione
di noi stessi.
Le parole
di Gibran attraversano i secoli e le culture e quando parla di insegnamento è
lapidario nel “Nessuno può rivelarvi se non quello che già cova semi
addormentato nell’albore della vostra conoscenza. Il maestro che passeggia
all’ombra del tempio, tra i seguaci, non elargisce la sua saggezza, ma
piuttosto il suo amore e la sua fede. Perché la visione d’un uomo non può
prestare le sue ali a un altro uomo. E come ciascuno di voi sta da solo nella
sapienza di Dio, così ciascuno di voi deve essere solo nel suo conoscere Dio, e
nel comprendere la terra”. Appare
chiaro che mai come oggi abbiamo bisogno di guardarci dentro e cercare l’unione
con la Divinità in modo da nutrire le nostre anime, martoriate da violenza e
sopraffazione di uomini privi etica, dediti a un delirio di onnipotenza totalmente
inconcepibile.