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giovedì 21 maggio 2026

OLTRE LO SPECCHIO   
di Chicca Morone



Non è necessario avere approfondito importanti studi filosofici per ricevere da un autore quelle scintille di sapere che illuminino parti della nostra interiorità latenti, in attesa di essere riconosciute come facenti parte della nostra consapevolezza. Kalil Gibran, libanese e figlio di cristiani maroniti, viene definito saggista, narratore, poeta mistico e artista, ma è molto di più: è quello che può essere identificato come “Maestro”, quell’entità che, avvicinato, crea nell’interlocutore il Risveglio. Oggi possiamo riceverne gli insegnamenti solo attraverso i suoi scritti, ma non per questo meno significativa è la sua presenza nel nostro inconscio collettivo: Il Profeta è la sua opera più conosciuta, ma anche nei suoi scritti definiti “minori” si trovano quegli in-put che in ognuno di noi possono stimolare intuizioni, più che spiegazioni.
Così è la raccolta Il folle edito a New York nel 1918 in lingua inglese che ha come incipit proprio l’omonimo racconto sapienziale qui riportato: “Mi chiedi in quale modo io sia divenuto folle. Accadde così: un giorno, assai prima che molti dèi fossero generati, mi svegliai da un sonno profondo e mi accorsi che erano state rubate tutte le mie maschere - le sette maschere che in sette vite avevo forgiato e indossato - e senza maschera corsi per le vie affollate gridando ‘ladri, ladri, maledetti ladri’.  Ridevano di me uomini e donne, e alcuni si precipitarono alle loro case, per paura di me. E quando giunsi nella piazza del mercato, un giovane dal tetto di una casa gridò: ‘È un folle’. Volsi gli occhi in alto per guardarlo; per la prima volta il sole mi baciò il volto, il mio volto nudo. Il sole baciava per la prima volta il mio viso scoperto e la mia anima avvampava d’amore per il sole, e non rimpiangevo più le mie maschere. E come in trance gridai: ‘Benedetti, benedetti i ladri che hanno rubato le maschere’. Fu così che divenni folle. E ho trovato nella follia la libertà e la salvezza: libertà dalla solitudine e salvezza dalla comprensione, perché quelli che ci comprendono asserviscono qualcosa in noi”. Kalil Gibran



Che ognuno di noi abbia più di una maschera dietro la quale tutelare l’interiorità più profonda è ovvio; anche se questi scudi possono essere molto leggeri e trasparenti, restano sempre a proteggere in nostro vero io a volte poco conosciuto da noi stessi. L’immagine del folle che nel Risveglio, cioè in pena consapevolezza, sa di ricevere la luce senza protezione alcuna ci esorta a non aver paura di questa condizione perché solo in questa esiste la vera libertà, cioè la salvezza. Nel momento in cui accettiamo la nostra solitudine, cioè l’indipendenza dalla comprensione di chi ci sta accanto, possiamo sentirci davvero liberi e forse possiamo avvicinarci all’identificazione con l’Uno. Perché “(...) quelli che ci comprendono asserviscono qualcosa in noi”significa che il legame con l’umano limita la totalità e, più che altro, preclude la via mistica. Fortunatamente non tutti abbiamo lo stesso progetto di vita e qualche piccola dinamica interpersonale ci tiene vivi e allegri! È inoltre interessante rivolgere l’attenzione al teatro greco in cui gli attori usavano proprio le maschere non solo come identificazione dei diversi ruoli, ma anche come amplificatori della voce “per-sonare”: da qui possiamo dedurre il concetto di persona, individuo dotato di coscienza, volontà e intelletto che esprime una sua “personalità”, con caratteristiche psichiche e comportamentali diverse.
È dal Giappone che ci arriva “la leggenda dei tre volti” che attribuisce a ognuno di noi tre maschere: una quella con cui affrontiamo il mondo, la seconda che riveliamo ad amici e parenti e il terzo volto, quello più vero e nascosto che possiamo percepire guardandoci oltre lo specchio. E “guardare oltre lo specchio” significa superare l’immagine superficiale per scendere nel profondo ed esplorare la propria interiorità senza infingimenti: sciogliere i nodi che ci tengono legati a giudizi estetici, immergerci nelle nostre emozioni e impegnarci nell’accettazione di noi stessi.



Le parole di Gibran attraversano i secoli e le culture e quando parla di insegnamento è lapidario nel “Nessuno può rivelarvi se non quello che già cova semi addormentato nell’albore della vostra conoscenza. Il maestro che passeggia all’ombra del tempio, tra i seguaci, non elargisce la sua saggezza, ma piuttosto il suo amore e la sua fede. Perché la visione d’un uomo non può prestare le sue ali a un altro uomo. E come ciascuno di voi sta da solo nella sapienza di Dio, così ciascuno di voi deve essere solo nel suo conoscere Dio, e nel comprendere la terra”.
Appare chiaro che mai come oggi abbiamo bisogno di guardarci dentro e cercare l’unione con la Divinità in modo da nutrire le nostre anime, martoriate da violenza e sopraffazione di uomini privi etica, dediti a un delirio di onnipotenza totalmente inconcepibile.