RUSSIA ALLA BIENNALE?
di Julia Pikalova

Prigionieri politici in Russia
Sono contraria alla “cancellazione della cultura”, poiché sono convinta che
l’arte debba essere un ponte, non un muro. Tuttavia, il padiglione russo
di oggi alla Biennale non è una rappresentazione della cultura russa. Vi
compare soltanto quella sua parte affiliata al regime e dotata della sua
sanzione ufficiale. Una parte significativa dell’arte
oggi si trova altrove: o dietro le sbarre, o in esilio. Il numero dei
prigionieri politici in Russia ha ormai superato quello dell’epoca brežneviana,
e una quota rilevante di questo elenco è composta da persone di cultura:
artisti, scrittori, registi. Coloro che non hanno accettato compromessi con la
coscienza e non hanno taciuto sono stati privati della libertà o spinti fuori
dal Paese. Parlo anche per esperienza personale. Nella Russia
contemporanea la censura dei libri, e perfino il loro divieto, sono diventati
prassi. Ho preparato un manoscritto di poesie scritte tra il 2022 e il 2026, ma
sono pienamente consapevole che nella Russia di oggi non verrà pubblicato. Il
padiglione della Federazione Russa alla Biennale non rappresenta la cultura
russa, ma soltanto la sua “versione consentita”, sterilizzata e leale, nel
migliore dei casi semplicemente neutrale. Storicamente, la cultura russa è
sempre stata una voce antagonista al potere, una voce di verità contro la
forza. Altrimenti non sarebbe stata perseguitata in questo modo. Ricordate la
finta esecuzione di Dostoevskij, la morte di Mandel’štam nel lager, il divieto
di pubblicazione imposto a Achmatova, le torture e l’esecuzione di Mejerchol’d,
le persecuzioni di Šostakovič e di Pasternak, il ricovero forzato di Brodskij
in un manicomio, e poi la sua espulsione dall’URSS. Sto citando solo i nomi più
noti in Occidente. Oggi sta accadendo la stessa cosa! Non è necessario
chiudere il padiglione, ma ricordiamolo: la cultura viva e autentica non ha
nulla a che vedere con facciate ufficiali.
