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domenica 31 maggio 2026

SCRITTURE POETICHE
di Alida Airaghi
 

Silvia Rosa


Quando la poesia riscatta un’infanzia non poetica.
 
Silvia Rosa è nata, vive e insegna a Torino: ha pubblicato diverse raccolte di poesia, collabora a blog e riviste letterarie, ed è impegnata in importanti progetti educativi rivolti a donne italiane e straniere, relativamente ai temi del gender e dell’emigrazione. Questa sua particolare sensibilità per le problematiche sociali, insieme alla formazione psicopedagogica e all’interesse per la poesia, dal punto di vista critico e di produzione diretta, risulta palese nella sua ultima pubblicazione in versi, L’ombra dell’infanzia.
Le sette sezioni in cui si suddivide il libro (C’era una voltaL’ombra dell’infanziaTutta tenebreIl dio dei bambini rottiDecalogo di sopravvivenza di bambine sotto scaccoCiò che hanno fatto di noiIl gioco delle nuvole) evidenziano già nei titoli il senso drammatico dell’argomento affrontato: l’abuso sessuale e psicologico subito dalle bambine. Un’ombra che vela, avvolge, incupisce i primi anni di vita prolungandosi poi a condizionare l’intera esistenza di donne che hanno patito esperienze di violenza. Il volume è infatti dedicato Alle sopravvissute, a coloro che sono rimaste segnate per sempre da una scandalosa e imperdonabile sopraffazione.
Chi è “questa bambina / spigolosa dalla chioma tutta tenebre / e la sottana strappata”, la bambina protagonista dei versi, personificazione di tutte le bambine derubate dell’innocenza e della spontaneità, costrette nell’inferno del terrore, della rabbia, del rancore infinito? Silvia Rosa la descrive con parole intenerite, commosse ma anche furenti e scandalizzate: uccellino smagrito, bambina sottile, bambina libellula, “quintessenza della solitudine, / un bocciolo di fiato al vento”, “bambina piccina cuore friabile / sbranato a morsi”,  “bambina solissima, scricciolo della / foresta più fonda, sei un cagnetto / che abbassa la testa”, “la manina schiusa volteggiando in cielo / come una rondine senza primavere”, raccontando di lei lo spaventato stupore, i desideri infantili disattesi (compleanni e natali trascorsi nella finzione), il desiderio naturale di essere amata e di attirare l’attenzione altrui. E poi l’ingiustificato senso di colpa, il rimorso per i propri sentimenti ostili, la vana richiesta di aiuto e solidarietà da parte del mondo adulto…



Come può reagire la piccola vittima di fronte a un tale dolore? Con un avvilito mutismo, in primo luogo (“la bambina si agglutina e / si annicchia, sbranata dal buio”), in seguito sforzandosi di risultare sempre più docile e amabile, poi vergognandosi del proprio corpo, da rivestire e camuffare con abiti sgraziati, da punire inconsciamente attraverso la negazione o l’eccesso del cibo (“diventare una mappa d’ossicine in rilievo”), infine lasciandosi andare all’aggressività, al desiderio di vendetta.
Silvia Rosa nella nota finale del libro afferma di avere composto questi versi basandosi sulle suggestioni derivate da alcuni testi sulla pedofilia e i soprusi familiari, in particolare riflettendo sulle parole di Neige Sinno in Triste Tigre (Neri Pozza 2023). Ovviamente la sua preparazione psicopedagogica, insieme al lavoro di ascolto e indagine attiva con donne abusate, ha determinato la forte denuncia politica che sta alla base della sua scrittura. La domanda se abbiano inciso dolorose esperienze vissute in ambito personale riveste poca importanza, rispetto alla decisione di servirsi dello strumento poetico per raccontare la sofferenza femminile.
L’angoscia infantile viene rielaborata utilizzando di immagini tratte da fiabe universalmente conosciute e l’inserimento di filastrocche giocose, con l’intento di attenuare la tensione: “Formichina formichetta, che cammini in fretta in fretta”, “fuoco fuochino, / fuoco delle mie brame”,Stella stellina, la notte s’avvicina / la fiamma traballa”. Come giustamente commenta nella sua partecipe e acuta postfazione Franca Alaimo: “C’è tutto il repertorio fiabesco, ma rielaborato in chiave lirico-saggistica”.



La poetessa affronta anche il mondo brutale e vile che circonda la bambina violata, e usa termini di totale disprezzo al riguardo, partendo dalla figura genitoriale autrice della violenza – padre o patrigno –, che anziché essere protettivo e affettuoso, assume le sembianze dell’Orco, della Bestia, del Mostro, del Buio, del Lupo nero, nell’imporre con tracotanza “il suo tuttopotere” osceno. Per continuare con la madre complice nel proprio silenzio, accampante scuse non credibili (“Non mi ero accorta di niente”), madre matrigna mentitrice, verso cui esplode un grido di ritorsione: “uccidi la madre / cattiva e poi rinnega quella buona, / non è mai esistita”. Infine, anche il Cielo impassibile diventa bersaglio della gelida avversione dell’autrice: il “Dio padre padrone”, “il dio dei bambini rotti” non ascolta, non risponde alle preghiere, così come le “Madonne zitte e insensibili come le madri”.
In realtà nessuno può capire il dramma di chi non ha voce per urlare, nessuno avrà mai la capacità di consolare. Nemmeno le istituzioni, gli psicologi, gli insegnanti hanno i mezzi, il tempo, la generosità o la volontà di immedesimarsi nella tragedia patita da chi rimarrà “damaged for life”, segnato per tutta l’esistenza.
In realtà nessuno può capire il dramma di chi non ha voce per urlare, nessuno avrà mai la capacità di consolare. Nemmeno le istituzioni, gli psicologi, gli insegnanti hanno i mezzi, il tempo, la generosità o la volontà di immedesimarsi nella tragedia patita da chi rimarrà “damaged for life”, segnato per tutta l’esistenza.



Ecco allora che Silvia Rosa appresta nei suoi versi un “Decalogo di sopravvivenza per bambine sotto scacco”, con indicazioni precise stilate in dieci paragrafi su come salvare se stesse senza cercare sostegno in un appoggio esterno. Tra queste regole, alcune sembrano tattiche di resilienza (scrivere, disegnare, tenere un diario, contare), altre hanno motivazioni psicologiche più profonde: mentire, dissimulare, adeguarsi a ruoli prestabiliti, non confidare la propria angoscia, praticare l’opposizione esplicita verso gli adulti, credere in se stesse. “Costruisci mattoncino dopo mattoncino la tua corazza / di salvezza”, fai della ribellione / la tua seconda pelle, diventa una bambina terribile”, “il tuo obiettivo è restare viva, non intera”.
Nelle poesie di Silvia Rosa la pressione del messaggio da veicolare sembra legittimamente sovrastare la ricerca formale, proprio per la forte istanza civile di denuncia che lo anima: ma l’intera struttura del volume rispetta un solido equilibrio compositivo, basandosi su collaudati artifici retorici, come le frequenti metafore e gli indovinati neologismi, nella volontà di elaborare un linguaggio già di per sé antitetico, conflittuale, scardinante la banalità comunicativa che prevale nella narrazione comune sulle violenze in famiglia.
 
 

Silvia Rosa
L’ombra dell’infanzia
Pequod, 2025
Pagine 83, euro 15
Postfazione di Franca Alaimo