SCRITTURE POETICHE
di Alida
Airaghi

Silvia Rosa
Quando la
poesia riscatta un’infanzia non poetica.
Silvia Rosa è nata, vive e insegna a
Torino: ha pubblicato diverse raccolte di poesia, collabora a blog e riviste
letterarie, ed è impegnata in importanti progetti educativi rivolti a donne
italiane e straniere, relativamente ai temi del gender e dell’emigrazione.
Questa sua particolare sensibilità per le problematiche sociali, insieme alla
formazione psicopedagogica e all’interesse per la poesia, dal punto di vista
critico e di produzione diretta, risulta palese nella sua ultima pubblicazione
in versi, L’ombra dell’infanzia.
Le sette
sezioni in cui si suddivide il libro (C’era una volta, L’ombra dell’infanzia, Tutta
tenebre, Il dio dei bambini rotti, Decalogo di sopravvivenza di bambine sotto scacco, Ciò che hanno fatto di noi, Il gioco delle nuvole) evidenziano già nei titoli il
senso drammatico dell’argomento affrontato: l’abuso sessuale e psicologico
subito dalle bambine. Un’ombra che vela, avvolge, incupisce i primi anni di
vita prolungandosi poi a condizionare l’intera esistenza di donne che hanno
patito esperienze di violenza. Il volume è infatti dedicato Alle
sopravvissute, a coloro che sono rimaste segnate per sempre da una
scandalosa e imperdonabile sopraffazione.
Chi è
“questa bambina / spigolosa dalla chioma tutta tenebre / e la sottana
strappata”, la bambina protagonista dei versi, personificazione di tutte le
bambine derubate dell’innocenza e della spontaneità, costrette nell’inferno del
terrore, della rabbia, del rancore infinito? Silvia Rosa la descrive con parole
intenerite, commosse ma anche furenti e scandalizzate: uccellino
smagrito, bambina sottile, bambina libellula, “quintessenza della solitudine, / un bocciolo di fiato al vento”, “bambina piccina cuore friabile / sbranato a morsi”, “bambina
solissima, scricciolo della / foresta più fonda, sei un cagnetto
/ che abbassa la testa”, “la manina
schiusa volteggiando in cielo
/ come una rondine senza primavere”,
raccontando di lei lo spaventato stupore, i
desideri infantili disattesi (compleanni e natali trascorsi nella finzione), il desiderio naturale di essere amata e di attirare l’attenzione
altrui. E poi l’ingiustificato senso di colpa, il rimorso per i propri sentimenti ostili, la vana richiesta di
aiuto e solidarietà da parte del mondo adulto…
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| Silvia Rosa |
Come può reagire la
piccola vittima di fronte a un tale dolore? Con un avvilito mutismo, in primo luogo (“la bambina si agglutina e / si annicchia, sbranata dal buio”),
in seguito sforzandosi di risultare sempre più docile e amabile, poi
vergognandosi del proprio corpo, da rivestire e camuffare con abiti sgraziati, da
punire inconsciamente attraverso la negazione o l’eccesso del cibo (“diventare una mappa d’ossicine in rilievo”),
infine lasciandosi andare all’aggressività, al desiderio di vendetta.
Silvia
Rosa nella nota finale del libro afferma di avere composto questi versi
basandosi sulle suggestioni derivate da alcuni testi sulla pedofilia e i
soprusi familiari, in particolare riflettendo sulle parole di Neige Sinno in Triste
Tigre (Neri Pozza 2023). Ovviamente la sua preparazione psicopedagogica, insieme
al lavoro di ascolto e indagine attiva con donne abusate, ha determinato la
forte denuncia politica che sta alla base della sua scrittura. La domanda se
abbiano inciso dolorose esperienze vissute in ambito personale riveste poca
importanza, rispetto alla decisione di servirsi dello strumento poetico per
raccontare la sofferenza femminile.
L’angoscia
infantile viene rielaborata utilizzando di immagini tratte da fiabe universalmente
conosciute e l’inserimento di filastrocche giocose, con l’intento di attenuare
la tensione: “Formichina formichetta, che cammini in fretta in fretta”, “fuoco fuochino, / fuoco delle mie brame”,
“Stella stellina, la notte s’avvicina / la fiamma traballa”.
Come giustamente commenta nella sua partecipe e acuta
postfazione Franca Alaimo: “C’è tutto
il repertorio fiabesco, ma rielaborato in chiave lirico-saggistica”.
La
poetessa affronta anche il mondo brutale e vile che circonda la bambina
violata, e usa termini di totale disprezzo al riguardo, partendo dalla figura
genitoriale autrice della violenza – padre o
patrigno –, che anziché essere protettivo e affettuoso, assume le sembianze
dell’Orco, della Bestia, del Mostro, del Buio, del Lupo nero, nell’imporre con
tracotanza “il suo tuttopotere” osceno. Per
continuare con la madre complice nel proprio silenzio, accampante scuse non
credibili (“Non mi ero accorta di niente”), madre
matrigna mentitrice, verso cui esplode un grido di ritorsione: “uccidi la madre / cattiva e poi rinnega quella
buona, / non è mai esistita”. Infine, anche il Cielo impassibile
diventa bersaglio della gelida avversione dell’autrice: il “Dio padre padrone”, “il dio dei bambini rotti” non ascolta, non
risponde alle preghiere, così come le “Madonne zitte e insensibili come le
madri”.
In realtà nessuno può capire il dramma di chi non ha voce per urlare, nessuno avrà
mai la capacità di consolare. Nemmeno le istituzioni, gli psicologi, gli
insegnanti hanno i mezzi, il tempo, la generosità o la volontà di immedesimarsi
nella tragedia patita da chi rimarrà “damaged for life”, segnato per tutta
l’esistenza.
In realtà nessuno può capire il dramma di chi non ha voce per urlare, nessuno avrà
mai la capacità di consolare. Nemmeno le istituzioni, gli psicologi, gli
insegnanti hanno i mezzi, il tempo, la generosità o la volontà di immedesimarsi
nella tragedia patita da chi rimarrà “damaged for life”, segnato per tutta
l’esistenza.
Ecco allora che
Silvia Rosa appresta nei suoi versi
un “Decalogo di sopravvivenza per bambine sotto
scacco”, con
indicazioni precise stilate in dieci paragrafi su come salvare se stesse senza cercare
sostegno in un appoggio esterno. Tra queste regole, alcune sembrano tattiche di
resilienza (scrivere, disegnare, tenere un diario, contare), altre hanno
motivazioni psicologiche più profonde: mentire, dissimulare, adeguarsi a ruoli
prestabiliti, non confidare la propria angoscia, praticare l’opposizione
esplicita verso gli adulti, credere in se stesse. “Costruisci mattoncino dopo
mattoncino la
tua
corazza / di salvezza”, “fai della ribellione / la tua seconda pelle, diventa una bambina terribile”, “il
tuo
obiettivo è restare
viva, non intera”.
Nelle
poesie di Silvia Rosa la pressione del messaggio da veicolare sembra legittimamente sovrastare la ricerca formale, proprio
per la forte istanza civile di denuncia che lo anima: ma l’intera struttura del
volume rispetta un solido equilibrio compositivo, basandosi su collaudati
artifici retorici, come le frequenti metafore e gli indovinati neologismi, nella
volontà di elaborare un linguaggio già
di per sé antitetico, conflittuale, scardinante la banalità comunicativa che
prevale nella narrazione comune sulle violenze in famiglia.
Silvia Rosa
L’ombra dell’infanzia
Pequod, 2025
Pagine 83, euro 15
Postfazione di
Franca Alaimo





