IL FRONTE
COSTITUZIONALE ANTIFASCISTA di Franco Astengo
Nelle
settimane successive all'esito del referendum del 22/23 marzo scorsi è comparso
un elemento di novità nell'articolata compagine della sinistra italiana. Questa
novità è stata introdotta dal documento approvato dal CPN di Rifondazione
Comunista che nella sua riunione del 12 aprile ha licenziato un testo dal
titolo: Per un fronte costituzionale, democratico e antifascista. Il documento prende le mosse
proprio dall'esito referendario: ed è la prima volta, occorre notarlo, che si
cerca di fornire un qualche sbocco politico alla volontà di radicamento
costituzionale che si è espresso in questo referendum. In altre occasioni (pensiamo al
referendum del 2016 e anche a quello del 2006) ciò non era avvenuto per
colpevole trascuratezza da parte delle forze politiche che si erano limitate a
ritirare il dividendo di una apparente vittoria mentre il sistema
"scivolava" nel populismo e nella disaffezione. Accanto a questo
elemento di riaggancio costituzionale nel documento del PRC si trova un
giudizio che chiede di valutare la necessità di superare quella che viene
definita "visione dogmatica che non tenga conto dei mutamenti di
fase": in effetti sul piano generale stiamo assistendo a qualcosa di
più di un mutamento di fase. Infatti si sta verificando una radicale cesura
storica posta prima di tutto proprio sul piano delle dinamiche internazionali
segnate dal rischio di una esplosione globale della tragedia della guerra. Tra
pace e guerra si situa una frattura evidente che necessita di una radicalità di
scelta netta che non può lasciare spazio a nessuna ambiguità di sorta.
Egualmente radicale appare il
punto di contrasto verso il tentativo di imporre il dominio della tecnocrazia.
Un dominio della tecnocrazia attraverso il quale si pensa di mandare
definitivamente in crisi l'impianto storico delle cosiddette democrazie
liberali e aprire una definitiva "stagione delle autocrazie". Le
democrazie liberali si trovano oggi attanagliate nella loro essenza costitutiva
basata sulla divisione di classe. La divisione di classe ne giustifica
l'esistenza ma oggi si tratta di fare i conti con l'acutezza e la complessità
delle contraddizioni raccolte e intrecciate proprio attorno alla storica e mai
superata "contraddizione principale". Quella contraddizione dello
sfruttamento dell’uomo sull’uomo che si trova in maniera inedita
connessa alla transizione ecologica, a quella digitale, alla differenza di
genere generando una scansione delle priorità politiche ben diversa dal
passato. Insomma si impone un "Che fare?" oggi, in un mondo che a
molti sembra irriconoscibile rispetto alle letture del passato. Nelle
argomentazioni adottate dai suoi estensori il documento di cui stiamo trattando
pone un punto di discussione che andrebbe valutato con grande attenzione in
tutte le sedi. Riassumendo: emerge la priorità
di bloccare il progetto autoritario della destra partendo, nel "caso
italiano" (dal senso rovesciato rispetto a quello che gli attribuivamo
negli anni'60'70) dall'applicazione costituzionale del resto reclamata dai 15
milioni di "NO" espressi nel referendum. Si propone la continuità dei
Comitati per il NO attorno al legame comune rappresentato dai valori morali
della Resistenza: ed in questo senso ci si ritrova oggettivamente anche a
rivendicare una sorta di "lascito" da parte delle forze storiche
della sinistra italiana.
Si evidenzia un altro punto
decisivo che sembra il caso di riportare per intero: "Non avrebbe
senso rinchiudersi in uno spazio incompatibile lasciando ad altri il compito di
essere destinatari del bisogno politico di cacciare le destre dal
governo". Una frase che non deve rimanere
uno slogan semplicistico se si riuscirà ad espletare due condizioni: 1) Nel documento si distingue tra
alleanza di governo e progetto di alternativa. Questo punto richiede, per
concretizzarsi, una doppia riflessione: quella riguardante la natura
reazionaria di una parte considerevole del capitalismo italiano non solo
orientato dal neo-liberismo ma anche da logiche di tipo bellicista che hanno un
grande peso sul governo economico e politico; quella sulla qualità progettuale
di una politica delle alleanze a sinistra, dei possibili confini che è
necessario allargare ben oltre le sigle correnti, della natura del centro
politico di questo paese e del suo riflettersi in un bipolarismo che appare
sempre più definito elettoralmente mache si situa però in un ambito di sfrangiamento sociale, di chiusure
pseudo-sovraniste e corporative (compresa quella sui migranti), di una disaffezione politica che si sta ancora
traducendo in vaste "zone grige" non soltanto segnate dalla non
partecipazione al voto ma da una ben più vasta dimensione di marginalità
sociale e politica, di "individualismo competitivo" :tutti fenomeni
che avvelenano la qualità morale, sociale, politica della società moderna; 2) La definizione di un perimetro
che segni la "pars costruens": la parte cioè del progetto, tanto per
intenderci. Una "pars costruens" che ha bisogno di nutrirsi sia di
una visione utopica (che deve essere rivendicata nel senso dell'obiettivo del
socialismo) sia di una parte programmaticamente adeguata per incalzare
positivamente, prima di tutto attraverso il conflitto sociale, un eventuale
governo che sorgesse come credo si debba auspicare da un esito elettorale
diverso da quello tragico di una conferma della maggioranza di destra.
Sul terreno di una seria
indicazione programmatica si coglie l'occasione per rilanciare l'idea del
"socialismo della finitudine". Siamo nel pieno di un processo di cambiamento che richiede uno
sforzo di rielaborazione cui nessuna generazione è mai stata chiamata a
sviluppare fin dal tempo dalla prima rivoluzione industriale e dal sorgere del
capitalismo e dall’organizzarsi della classe operaia nei sindacati e nei
partiti di massa. “Socialismo della finitudine” per ripartire dall’idea
dell’impossibilità, rispetto a quello che abbiamo pensato per un lungo periodo
di tempo, di procedere sulla linea dello sviluppo infinito inteso quale motore
della storia inesorabilmente lanciato verso “le magnifiche sorti e progressive”. Il primo punto di programma così teoricamente impostato dovrebbe
allora essere quello rappresentato dalla progettazione e dalla programmazione
di un gigantesco spostamento di risorse tale da modificare profondamente il
meccanismo di accumulazione dominante. "Socialismo della finitudine" come prima proposta di
contributo alla costruzione del fronte costituzionale, antifascista,
democratico: il dibattito è aperto per chi intende perseguire ancora verso una
indispensabile tensione unitaria sia sul piano nazionale che nelle diverse
situazioni locali, tenendo ben presente che i tempi sono e saranno di ferro e
di fuoco.