Diario di un sogno possibile Ci sono
sogni che sanno alimentarsi con la forza della determinazione e la fiducia
nella possibilità di costruire un mondo migliore. Ci sono sogni che non si
risolvono nella retorica di un pacifismo fatto di slogan, ma che trovano
concretezza in scelte coraggiose e azioni quotidiane. Quando l’amore per
l’altro sa tradursi in impegno verso i meno fortunati e contro le ingiustizie,
ogni atto diventa una testimonianza di responsabilità civile, il tassello di un
cambiamento che sa aggiungersi al mosaico umano di tutti coloro che
appartengono a un’unica grande visione: quella della dignità. Ed è proprio partendo da questa
considerazione che Diario di un sogno possibile (Feltrinelli Kids 2023,
con la curatela di Simonetta Gola e le illustrazioni di Marcella Onzo) di Gino
Strada (Sesto San Giovanni 1948 - Honfleur 2021), invita i ragazzi - e non solo - a immergersi nel senso più autentico del volontariato appellandosi - come
scrive la curatrice del libro Simonetta Gola - a una questione urgente: “che la
guerra è una malattia da cui l’umanità deve e può guarire e che la cura è un
diritto che spetta a ognuno di noi”. Questo libro non è solo il
racconto autobiografico di alcune esperienze - tra le più significative - della
vita di Gino Strada, fondatore di Emergency, ma è anche un manifesto concreto,
convincente, lucido che rivela l’inutilità e l’assurdità della guerra - qualsiasi guerra - e la sofferenza innominabile delle sue vittime: “la guerra è
essa stessa terrorismo legittimato, ingiustizia assoluta, violazione
irrimediabile di ogni diritto”. Rievocando le parole di Erasmo da Rotterdam (“la
guerra piace a chi non la conosce”) o le parole di Albert Einstein (“la guerra
non si può umanizzare, si può solo abolire”), Gino Strada rifugge l’etichetta
di pacifista per abbracciare il senso di una lotta radicale “contro la guerra”,
al costo di sembrare una utopia: “L’abolizione della guerra è un progetto
indispensabile e urgente se vogliamo che l’avventura umana continui”. Partendo dagli ideali antifascisti
e partigiani della sua famiglia di operai nel fermento della ricostruzione del
dopoguerra a Sesto San Giovanni, le vicende si soffermano sulla sua formazione
come chirurgo d’urgenza e soprattutto su quel percorso interiore che portò Gino
Strada a maturare una coscienza sempre più critica verso ogni forma di
sopraffazione e di guerra, trasformando la sua esperienza medica in missione
civile e umanitaria.
Gino Strada
Il libro ricorda le missioni a
partire dagli anni Ottanta prima a seguito della Croce Rossa Internazionale e
poi, dal 1994, di Emergency: Quetta, in Pakistan, a Kabul, in Afghanistan, e
ancora Ruanda, Perù, Somalia, Bosnia, Etiopia e molti altri. Missioni in
diversi Paesi del mondo ma accomunati dalla stessa emergenza: sanitaria e
umanitaria. Tuttavia, se da un lato c’è
l’indifferenza di molti - soprattutto della compagine politica o delle lobby
economiche e finanziarie - di fronte alle ingiustizie e alle atrocità verso i
civili, dall’altro lato c’è il coraggio di molti a non accettare passivamente nessuna
condizione di violenza. Una delle domande che più
ricorrono in questo libro è: “Una corsia pediatrica in un ospedale per feriti
di guerra? Che cosa c’entrano i bambini con la guerra?”. Solo a Kabul
all’inizio degli anni Novanta dei 12.000 feriti registrati nell’ospedale del
quartiere di Karte-seh il 34% erano bambini. E ancora sui registri
dell’ospedale di Lashkar-gah del 2009, il 41% dei feriti ricoverati aveva meno
di 14 anni. L’assurdità più imperdonabile della guerra è proprio questa violenza
– deliberata o non – sui bambini, l’espressione più autentica dell’innocenza. Il
bombardamento americano del 20 ottobre 1944 sulla scuola elementare Francesco
Crispi, nel quartiere di Gorla, che uccise 184 bambini; e poi i giocattoli
farfalla o mine PFM-1 di fabbricazione sovietica - un congegno di “esplosione
vigliacca” che serve per mutilare i bambini; e ancora tutto ciò che deriva
dalla guerra - la fame, la sete, la mancanza di cure, le ferite psicologiche:
sono alcune delle evidenze di una crudeltà che non guarda in faccia nessuno e
che tende ad autolegittimarsi con la retorica della guerra giusta o necessaria.
Una follia purtroppo trasversale a gran parte delle parti politiche, dei
governi o delle élite belligeranti.
Gino Strada non solo restituisce
al lettore preziosi dettagli su vicende vissute in prima persona, ma invita con
la semplicità di “ragioni molto concrete”, a una riflessione profonda sui
contesti di guerra, fondendo il rigore dell’osservazione alla sensibilità
umana. Interrogarsi sulla brutalità
della guerra significa inevitabilmente difendere il valore della dignità umana e
di quei diritti inalienabili che appartengono a ogni individuo,
indipendentemente dalla sua origine e dal contesto in cui vive. L’impegno medico e di assistenza
umanitaria di Gino Strada si associa senza esitazione anche all’impegno
politico, nel desiderio di sensibilizzare l’opinione pubblica alla causa di
Emergency e soprattutto di restituire un volto antiretorico alle ragioni della
guerra. Negli anni Novanta, raccogliendo l’invito di Maurizio Costanzo a
parlarne, la televisione diventa uno strumento “per suscitare una reazione di
civiltà”, portando a una ondata di indignazione collettiva e anche ad alcuni
passi concreti, come un provvedimento per sospendere la produzione e il
commercio di mine antiuomo (approvato il 29 ottobre 1997). Il libro si conclude con una
parte dedicata agli anni della pandemia, situazione che ha messo ancora più in
luce le diseguaglianze nell’accesso alle cure e nella pratica dei diritti
umani, considerata “il migliore antidoto, la migliore prevenzione alla guerra”. Diario di un sogno possibile è un
invito schietto, sincero, chiaro a difendere la dignità umana dalla propaganda
del potere. Partendo dal corpo come entità fisica di cui prendersi cura, Gino
Strada trasforma la medicina in una incisione nella pelle di un mondo possibile
in cui si fa più piccolo il cono d’ombra dell’ingiustizia, della violenza, dell’indifferenza.
Come scrive Simonetta Gola: “la guerra e l’assenza - o il declino - di un
diritto fondamentale erano per Gino manifestazioni diverse dello stesso
problema: l’accettazione della disuguaglianza come regola del nostro tempo.
Rifiutava l’idea di un mondo diviso tra sommersi e salvati e trovava ripugnante
che esseri umani potessero essere considerati sacrificabili a qualche altare,
ideologico o economico che fosse”.