AMurton,
a circa sei miglia da Sunderland, nel Nord Est della Gran Bretagna, una grande
ruota nera si erge a memoria della ex miniera di carbone del villaggio. Il
carbone e i posti di lavoro sono ormai un lontano ricordo, ma questo villaggio
è diventato famoso perché, in un pub abbandonato sulla strada principale, noto
con il nome di Victoria, il regista Ken Loach, per sei settimane di riprese, ha
girato, nel 2023, il suo ultimo film: The
Old Oak. È il nome del pub che rappresenta, nel film, il ritrovo dei
minatori abitanti del villaggio, ormai diventato uno dei luoghi impoveriti
della contea di Durham. I vecchi operai in pensione ricordano ancora il
disastro della miniera di carbone di Easington nel 1951: quel giorno morirono
ottantatre persone. E ricordano l’arrivo nel loro villaggio di molti profughi
siriani fuggiti dal loro paese, a causa della guerra. Il pub del film di Loach
è interessante, perché rappresenta il declino delle vecchie comunità minerarie
inglesi e il rapporto tra abitanti locali e rifugiati siriani. Il governo
britannico, di fronte all’arrivo dei profughi nell’isola britannica, aveva avviato
un programma di ricollocamento, sistemandoli in aree economicamente depresse
del Nord, dove gli alloggi costavano poco ed erano disponibili, per essere
state abbandonate. Una storia che, come vedremo, si affianca ad altra bellissima
storia, accaduta secoli prima. Lo sceneggiatore Paul Laverty, assieme a Ken
Loach, narra nel film quello che nella comunità inglese avviene dopo l’arrivo
dei siriani.
Il pub The Old Oak è uno dei luoghi di ritrovo dei vecchi abitanti
del villaggio e, attraverso intense discussioni, diventa simbolo della
possibilità di unire due comunità traumatizzate, quella inglese e quella
siriana, grazie e soprattutto alla storia d’amore che si creerà tra il
protagonista inglese, proprietario del pub e barista, Ballantyne, e Yara,
giovane rifugiata siriana. Insieme cercheranno di creare una mensa comunitaria
nel retro del pub e fare in modo di far incontrare persone con culture, fedi
religiose e politiche diverse, piuttosto che tenerle divise. Ballantyne (un
vigile del fuoco, e non un vero attore) è un uomo molto più anziano di Yara,
segnato dalla solitudine e dalla depressione per il crollo della sua comunità;
Yara è invece giovane e cerca di ricostruire la sua vita dopo la guerra. Tra
loro nasce soprattutto fiducia, comprensione reciproca, un forte legame umano.
Yara restituisce a Ballantyne, un senso di utilità alla sua vita e una
speranza, e lui le offre protezione e accoglienza in un ambiente ostile. Il
loro rapporto rappresenta il cuore morale del film: sono due persone ferite.
Appartengono a due comunità umane, ferite entrambe, che portano due dolori, costrette
ad affrontarsi e a riconoscere che, come è detto nel film: quando la gente che
soffre e mangia insieme, poi rimane insieme per sempre. Infatti in quel momento,
due comunità si fondono in una sola comunità, quella umana, senza distinzioni o
barriere. Possono riempirci di leggi, di divieti, di vincoli, di barriere, di
confini, ma quando il dolore è dolore comune e condiviso, e sappiamo cosa
voglia dire aver paura e provare la stessa rabbia, allora per tutti il fondo di
noi stessi è uguale e si può tentare di cambiare il corso della storia. E può
nascere quel sentimento che è il motore di una vita personale e comunitaria: il
sentimento di amicizia e amore. Tra Ballantyne e Yara si crea una tenerezza
emotiva che porterà entrambi a capire il valore imprescindibile della solidarietà
e del legame spirituale, spesso molto più forte di un amore fisico. La cosa
sorprendente è che a questa bellissima storia, fa da meraviglioso pendant
un’altra storia, questa accaduta veramente, e che sembra, a parti invertite,
precedere di secoli quella dell’Old Oak.
Ken Loach
Filippo Maria Pontani sul Domenicale
del Sole 24 Ore del 23 marzo 2025 ricorda che a South Shields, vicino alla foce
del fiume Tyne e al Vallo Adriano, e a qualche chilometro dall’ Old Oak di
Loach, molti anni prima era stata ritrovata una stele funeraria romana, in cui
apparivano due scritte, una in latino e l’altra in aramaico palmireno, lingua
parlata in Siria. Quella in latino dice: “La
Regina liberata e moglie di Barate di Palmira” e quella in aramaico dice: “Regina liberata di Barate, ahimè”. Vi
prego di far risuonare nella vostra attenzione d’anima quell’ahimè, che da solo dice più di tante
parole. Dunque, un uomo, un siriano nel nord dell’Inghilterra, all’epoca della
presenza romana nell’isola britannica, conosce, si innamora e sposa una donna
celta, Regina, che purtroppo muore giovanissima. Barate, probabilmente, era un
mercante siriano che seguiva l’esercito romano lungo il Vallo di Adriano e
Regina fu inizialmente sua schiava. Tra i due nacque quell’amore che è ad di
sopra di ogni confine e barriera e lui certamente la rese libera e la sposò,
per poi perderla, ahimè, con immenso dolore. Barate le dedicò una tomba
costosissima e raffinata e questa stele, che rappresenta Regina, seduta con in
mano gli strumenti per filare la lana e uno scrigno di gioielli, vestita con un
abito che mescola stile romano con quello britannico locale.
Quanta analogia
con quanto descritto poi nel film di Loach! Infatti, questa storia colpisce
molto, perché mostra che già 1800 anni fa il nord dell’Inghilterra era
multiculturale per la presenza di britanni celtici, di soldati e mercanti
romani, di soldati e mercanti siriani, che parlavano lingue diverse, avevano
culture e storie diverse, ma che questo non impediva che ci si potesse
innamorare e contrarre matrimoni misti e mettere al mondo figli tutti con i
medesimi diritti e doveri. Quello che era accaduto secoli prima collega
simbolicamente la storia di Barate e Regina a quella di Ballantyne e Yara dell’Old
Oach di Ken Loach, perché avviene tutto nella stessa regione, con gli
stessi temi della migrazione, dell’incontro tra popolazioni diverse e della
possibilità di una integrazione effettiva. Storia bellissima che oggi ci rammenta
che l’incontro tra culture diverse non è un’eccezione moderna ma qualcosa che
accompagna da sempre la storia Europea e che anche letterariamente è piena di
una grandissima ricchezza.
Nouri Al Jarah
Il siriano Nouri Al Jarah, nato a Damasco nel 1956,
fuggito dal suo paese d’origine negli anni Ottanta, da allora vive in esilio a
Londra, è considerato uno dei maggiori poeti arabi contemporanei ed è l’autore
di libro tradotto in decine di lingue: Esodo
dall’abisso del Mediterraneo. Nelle sue liriche racconta la tragedia dei
profughi e dei naufraghi siriani che fuggono alla ricerca di un luogo di pace e
di accoglienza, dove ricominciare una vita, e ci mostra il suo impegno a
riflettere sui rapporti tra mito greco e latino classico con l’Oriente. Per
questo non poteva non imbattersi nella storia di Barate e Regina. Scriverà L’Elegia di Barate alla sua amata Regina
nella raccolta Il serpente (pubblicato in Italia da emuse Ed. nel gennaio del 2025). Con lingua mirabile,
la poesia si manifesta in ogni verso e il poeta celebra il trionfo dell’amore,
come sentimento umano che trascende i confini (tutti i confini, di spazio, di
tempo, di luogo), le differenze etniche e religiose, per sopravvivere nella
storia di ogni essere umano. Messaggio intenso e vivo dell’incontro tra
Occidente e Oriente, di pace e possibilità di convivenza.
La vicenda artistica
di Ballantyne e Yara si lega così alla vicenda umana di Barate e Regina e parla
a chi crede che un mondo migliore si possa sempre costruire, anche oltre la
morte di uno dei protagonisti (ahimè!), come ci ricordano alcuni dei versi di
Nouri Al Jarah: “Il portatore di nubi
guidò il mio passo / dal blu dell’estate al tetro inverno!
/ Le figlie della rugiada, le fanciulle della nebbia / che adagiarono Baal nel
mio campo / mi lasciarono qui disorientato! / Il cielo versò la
prima pioggia: gli astri fecero / sbocciare l’artemisia che riempì l’aria di
fragranza. / Ti portai alla sorgente dei due fiumi, / ti feci vagare nel sole
dei miei giorni. / Perché accettasti i miei voti quando poi / avresti lasciato
che la terra sottraesse a me / l’ultima cosa che uno straniero possa mai avere
sulla terra?”.