Vi sono luoghi
di peregrinazioni dell’anima in puro atto contemplativo, come il paesaggio svizzero
meridionale del Canton Ticino, raccontato da H. Hesse, nella sua opera Wanderung:
Aufzeichnungen (Il viandante: annotazioni), in cui il viaggio, in accezione
romantica, costituisce terreno fertile per l’esaltazione della vita errabonda
fine a sé stessa. Vi sono, poi, viaggi, in particolari fasi dell’esistenza, le
cui mete sono necessarie, affinché i ricordi, pur riaffiorando dolorosamente, possano
avere una voce che plachi i tormenti e gli affanni interiori, nel misterioso
atto evocativo di precise immagini che solo la natura viva sa donarci: è la
Murgia della silloge poetica di Zaccaria Gallo, Come lumaca amante di ferula,
(Edizioni Leucò-2002, pgg.96), costante approdo di un viandante d’amore che,
in età senile, rivive ricordi d’infanzia alla vista di una lumaca, in cammino lungo
lo stelo di una ferula, per ripararsi dal caldo torrido estivo, come bambino
alla ricerca di protezione materna dalle insidie del deserto. (Attraversammo
il caldo deserto viaggiando nel territorio dei segni che lasciano i morti
sull’asfodelo… Ad ogni ritorno ad ogni ricordo come lumaca amante di ferula
s’attorce di sete l’anima inquieta).
Sin dai primi versi della
raccolta di Z. Gallo, dunque, il paesaggio desertico assurge a motivo di dolore
che accompagna quasi tutta l’esistenza del poeta, persino nei momenti di intimo
eros con la donna amata (lussuria della tua voce i bottoni da strappare nei
vuoti mattini esplorando i perché dei deserti i perché del dolore…). Procedendo
lungo il sentiero, la prospettiva del dolore si espande sempre più, sino ad abbracciare
l’universalità ed attualità della condizione di sofferenza dei popoli, con il
richiamo, da parte del poeta, ad un atteggiamento misericordioso non solo di
Dio ma dell’individuo stesso verso il proprio simile. Nei seguenti versi allitterativi
purché una piccola parola spoglia da una pena ci tolga con sollievo il
sangue nel deserto, Z. Gallo, infatti, non cede al pessimismo montaliano del
Non chiederci la parola di Ossi di Seppia; per il poeta di
Tunisi, vitale è, anche se a stento, una possibile parola che risuoni
integra ed illumini il cammino senza che la sabbia laceri le ombre dei
viaggiatori. Dal punto di vista della simbologia che il paesaggio desertico, nella
silloge in questione, si prospetta, quale attraversamento del dolore non solo
fisico ma soprattutto spirituale, ho trovato singolare l’utilizzo da parte dell’autore,
di una sorta di “kenning” di ispirazione norrena, per l’accostamento che ne fa
con la sabbia che fluisce lentamente nella clessidra, simbolo a sua volta dello
scorrere inesorabile del tempo: io m’inchino alla finestra della gabbia dove
mi rinchiude sabbia che in declivio scorre e scruto al di là delle sbarre come
questo tormento s’attizzie pulsi in breve canto di sangue.
Non manca poi, nei rancori
senili di Z. Gallo, il suo titubante rapporto di fedeltà/infedeltà a Dio,
espresso, da un lato, sotto forma di ripetuti quesiti volti ad interagire
tacitamente col pubblico lettore (Nello sprofondo dell’immenso la vedi tu la
traccia di Dio?/ Ti parlo t’ascolto e vedo negli occhi quanto ti pulsi in vene
lo scorrere del sangue… cosi è questaimmagine di Dio che ci parla se
nel silenzio cerchiamo di vedere?); dall’altro, quale silenziosa voce che
risuona nel cuore di ogni individuo, riunito in intima religiosità con il
divino. (È la voce del vento che voce non ha se non quando le bandiere di
preghiera nel Tibet muove per dire a Dio il mio silenzio è pieno del suono del
tuo cuore). Il poeta Z. Gallo, consapevole
delle fragilità umane, sa, che per acquietare l’anima, continuamente assillata
dall’idea della morte e del dolore, non può che invocare, con sentimento di
timor Dei, tra il commovente ed il caritatevole, una traccia di Dio che lo liberi
dalla prigione del dubbio in cui il suo pensiero razionale è intrappolato (Gemello
cuore che ombri l’anima scatena dalla mia ragione il dubbio e l’ansia del cieco
e dammi limpida una luce d’agosto). Il fantasma della morte, d’altro
canto, procede con costante onnipresenza nel lento ossidarsi dell’esistenza
di Z. Gallo, giunto nella sua fase di senescenza con nostalgica consapevolezza,
realizzando il suo massimo grado di metamorfosi nella figura di tessitrice di abiti
(ti sta ricamando un vestito nero una tela tessuta ogni ora del giorno tela
che non si disfà di notte…). Di profondo ed elevato lirismo si tinge,
allora, il verso del componimento entriamo palpitando nella metamorfosi, riecheggiando
La metamorfosi kafkiana (Verwandlung)e che immette noi
viandanti del mondo, nella condizione quasi alienante, di difficile
comprensione e accettazione della trasformazione ineluttabile dell’esistenza e
della sua caducità, in particolar modo, al sopraggiungere della canizie (Come
i fiori come i sassi, la vita va all’odore forte di erba e terra. Siamo tutti
un po' vecchi piegati sul nostro bastone con una coperta sulle spalle, il
futuro è certo).
Per il viaggiatore Z. Gallo, ciononostante,
sono due le ancore di salvezza a cui aggrapparsi per non sprofondare nella
sabbia del deserto/negli obliosi abissi temporali: da un lato, la capacità di resistere,
amando in condivisione (mi spinge a quest’ormeggio la tua anima la tua carne
quando una speranza si distende come rugiada sul silenzio/ ama e resisti… dallo
stupro secolare del tempo, ama, ama e trattieni il respiro), senza che il
dolore venga taciuto (non tacere nell’ora che toglie all’acqua il timore del
monte, che perdere la bellezza è grido e veleno di disadorno panico);
dall’altro, affidare i propri dolci-amari ricordi alla bellezza arcana ed imperscrutabile
di madre natura, per fondersi nella sua legge ciclica e universale, a cui le
nostre esistenze non possono sottrarsi, alleviando, quasi in una dimensione
onirica, quell’umano sentimento di smarrimento e solitudine, a cui il paesaggio
murgiano, sincero testimone, partecipa compassionevolmente. (Le storie d’un
pioppo non ingannano… alle nubi ha stretto le sue mani per dire quanti nidi ha sorretto
rete di vite al vento strappate ospite per chi cerca il tempo divino e sogna di
ritornare sempre a primavera). Nel nostro errare esistenziale,
molteplici sono i cambi direzionali che spesso ci sottopongono a trasformazioni
interiori e di cui talvolta non abbiamo piena consapevolezza; vagare e mutare,
legame supportato dalla stessa radice etimologica proto-germanica “wandāron” e “wandālon”,
rispettivamente in “wandern” (errare/camminare) e “wandeln” (mutare direzione,
cambiare), che, a sua volta, si rifà al sostantivo tedesco “Wind”= vento: così
nel compiersi del viaggio, la nostra lumaca amante di ferula di Z. Gallo, come
assorta nella pratica contemplativa dell’ “hanami” giapponese, si è trasformata
in insetto amante della vita, dalla prospettiva di un delicato fiore accarezzato
dal dolce vento dell’amore (il verde insetto è salito intanto sull’orlo
d’una margherita, considerando dopo tutto il sito, il miglior posto per una
vita).