Proprio
nel giorno della dolorosa scomparsa di Luisa Muraro arriva dalla destra un
pesante attacco sul punto dove potrebbe sembrare più facile una ulteriore
penetrazione del processo di “rivoluzione passiva” che da molti anni si sta
sviluppando nella società italiana in un quadro di incattivamento, di non
riconoscimento della diversità, di pulsioni distruttive della coesione sociale.
Il punto d’attacco riguarda proprio quel “sapere femminile” su cui Luisa Muraro
e le sue compagne avevano lavorato per tanti anni contribuendo a un profondo
processo di avanzamento complessivo: non è tanto, infatti, questione di un
aspetto piuttosto che di un altro anche se come è stato trattato il tema del
femminicidio deve suscitare particolare indignazione ed orrore. Il punto
risiede, infatti, nel sapere e nella coscienza collettiva: si sta cercando di
costruire un immaginario diverso, una narrazione utile e funzionale ai concetti
autocratici che la destra italiana sta cercando di concretizzare nell’idea di
una vera e propria concentrazione del potere. L’obiettivo di fondo è quello di
far arretrare la società italiana sulla frontiera della paura, dell’intolleranza,
del predominio della forza (nel caso ovviamente quella maschile): ogni
concessione tattica verso queste posizioni in nome di una futuribile
disarticolazione del quadro politico appare profondamente sbagliata. Il frutto
di questo attacco scomposto sarà quello di un pericoloso arroccamento da parte
della peggiore parte della società e di un acuirsi di contraddizioni molto
negative con uno spostamento oltranzista di carattere generale (sta qui la
realtà della “rivoluzione passiva”). Per questo il lascito di Luisa
Muraro, la storia e il presente del femminismo italiano ed europeo restano
fondamentali per un’identità progressista capace di fronteggiare questo
processo e aprire una diversa stagionedi critica cosciente alla modernità (o presunta tale: non scambiando
come sta avvenendo la storia pur importante dell'avanzamento tecnologico
conla Storia).