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venerdì 12 giugno 2026

L’IMPUNITÀ DI ISRAELE



59 anni fa, l’8 giugno 1967, in acque internazionali al largo di Gaza, la nave da ricognizione americana Liberty fu attaccata per alcune ore da aerei e motosiluranti israeliani con l’evidente obiettivo di affondarla. L’impresa fallì perché in extremis il radiotelegrafista di bordo riuscì a mandare una richiesta di aiuto, che mise in moto i soccorsi, un primo SOS fu di fatto ignorato dai comandi americani. Il bilancio fu comunque pesante: 207 vittime tra morti e feriti. La cosa più sorprendente e grave è che i soccorsi non furono seguiti da alcuna rappresaglia, e che per ordine del presidente Johnson tutto fu messo a tacere. L’ipotesi più verosimile per spiegare la complicità dei vertici americani, è che dell’affondamento della nave avrebbe dovuto essere incolpato l’Egitto, contro il quale si sarebbe quindi diretta la rappresaglia americana, era in corso la guerra dei Sei Giorni. Jeffrey St. Clair racconta tutta la storia in un capitolo del libro citato nell’introduzione che segue. Nell’introduzione si parla di una cena con lo scrittore Gore Vidal, vissuto per lunghi anni a Ravello. Mi pare da sottolineare la sua profezia. Alle parole di St. Clair e di Vidal, aggiungerei il giudizio su Lyndon Johnson: un traditore e un autentico criminale, sotto la cui presidenza sono stati assassinati John F. Kennedy, il fratello Robert, Martin Luther King e Malcolm X [Franco Continolo]


 
 
Nell’autunno del 2003, io e Alexander Cockburn eravamo a Los Angeles per un lungo fine settimana, poco dopo l’uscita del nostro libro, The Politics of Antisemitism. Poche librerie lo misero in vendita, nemmeno la ormai chiusa Midnight Special di Santa Monica, un locale dove ci eravamo esibiti diverse volte davanti a un pubblico entusiasta. Mentre il cameriere stappava la terza bottiglia di Barolo italiano, Alex frugò nella sua borsa di pelle e porse a Vidal una copia del nostro libro, un volume che Cockburn aveva definito “così incendiario che abbiamo dovuto fondare una nostra casa editrice per farlo stampare”. Questo sembrò suscitare l’interesse di Gore, che sfogliò le pagine del nostro piccolo volume di saggi su come il termine “antisemitismo” sia stato distorto e usato per stigmatizzare e mettere a tacere i critici di Israele e del suo trattamento dei palestinesi.


“E non mi avete invitato a contribuire?”, chiese. “Dopotutto, ero un antisemita sfegatato, secondo quella vecchia capra di Abe Foxman. Immaginate la mentalità puerile di chi considera questa una battuta spiritosa!”.
 
“Il prossimo volume è interamente tuo, Gore”, gli propose Alex.


Gore Vidal
 

Mentre scorreva le pagine, Vidal si fermò a metà e mi lanciò un’occhiata.
 
“Sei tu? Sei proprio tu, Jeffrey St. Clair?”.
 
Lo sguardo era penetrante e rimasi immobile per un attimo, un po’ preoccupato di poter diventare oggetto della furia implacabile di Vidal, scatenata da qualche ignota trasgressione contro la lingua inglese.
 
“Sì, questo è Jeffrey Gore”, intervenne Alex. “Il sosia di John Irving”. 

Non sono sicuro che Alex sapesse chi fosse l’autore di Il mondo secondo Garp e L’hotel New Hampshire (anche se avrebbe sicuramente apprezzato Liberare gli orsi), dato che i romanzieri americani contemporanei di livello medio non erano certo in cima alla sua lista di letture. Vidal sollevò il nostro libro e puntò ripetutamente l’indice sul capitolo sulla USS Liberty, che avevo scritto io.


J. St. Clair

«Bene, signor St. Clair, vedo che lei è uno dei pochi, dei pochissimi, ad aver riscoperto il destino della Liberty. Spero davvero che lei abbia reso giustizia a quegli uomini, a quei marinai. Il loro paese non l’ha certo fatto. Pensi solo che Israele è l’unico paese che può attaccare una nave da guerra americana e venire ricompensato l’anno successivo con cannoni, missili, aerei da combattimento e denaro».
 
Pochi minuti dopo, il cameriere si avvicinò al nostro tavolo e disse: «Signor Vidal, la sua auto la sta aspettando».
Gore si alzò dalla sedia con una certa difficoltà, mi strinse la spalla, fece un cenno con la testa ad Alex, afferrò il bastone e uscì zoppicando dal ristorante.
 
«Credi che lo recensirà adesso?» chiesi.
 
«Recensirlo? Probabilmente non se lo ricorderà nemmeno», ribatté Alex, scrutando l’ingente conto che ci era stato lasciato da pagare. Non ci furono recensioni. Né da Gore Vidal, né da nessun altro. Ciononostante, The Politics of Antisemitism ha venduto più di 10.000 copie, continua a vendere e, ahimè, sembra che non passerà mai di moda. Non male per una piccola casa editrice senza una vera e propria stampa solo il passaparola e il sito web di CounterPunch alle spalle.

 
Cinque anni dopo, chiamai Vidal per approvare le mie modifiche all’introduzione di A Bush and Botox World, il libro del regista e giornalista Saul Landau, che stavamo pubblicando quella primavera. Dopo essermi presentato, Vidal rispose bruscamente: “Lei è Mr. Liberty, vero?”.
Confessai di essere proprio lui, pensando che “Mr. Liberty” fosse un po’ meglio che essere il sosia di John Irving.
 
«Beh, Jeffrey, te la sei cavata bene. Davvero bene. Ma non illuderti che il tuo racconto di questa atrocità possa fare la minima differenza. Ricordati le mie parole. Tra dieci o quindici anni saremo trascinati ancora più a fondo nel fango di quanto non lo siamo ora. Ci annegheremo dentro. Faust ha fatto un patto migliore».
 

Ora, 59 anni dopo che Israele ha commesso un atto di guerra senza risposta contro gli Stati Uniti, gli Stati Uniti si ritrovano incatenati a Israele in una guerra contro l’Iran, una guerra dalla quale Trump non può tirarsi fuori senza il consenso di Israele: una guerra che Israele ha brutalmente ampliato attraversando sia il fiume Litani in Libano che la Linea Gialla a Gaza, sprofondando gli Stati Uniti sempre più in un fango intrattabile. Gore Vidal aveva ragione. Aveva quasi sempre ragione.