Lo schifo di questo Paese è che si permetta impunemente di mettere una teca in memoria dei
massacratori fascisti, e di solerti “tutori dell’ordine” che invece di andare
ad arrestare questo fecciume, denunci un cittadino che ne è disgustato. Di
Francesco (Cecco) Bellosi, autore lariano quasi ottantenne è fresca di questi
giorni una notizia, non di natura letteraria, che lo riguarda (e tutti ci
riguarda). Venerdì 19 giugno 2026 il Tribunale di Como lo ha assolto
dall’accusa di aver danneggiato una teca commemorativa, collocata a Giulino di
Mezzegra, contenente le foto del dittatore Benito Mussolini e di Clara Petacci,
sua collaboratrice, giustiziati in nome del popolo italiano il 28 aprile 1945. In
realtà Bellosi, nella piovosa sera del 28 aprile 2023, da quella teca aveva
soltanto rimosso il mazzo di fiori posto, il giorno stesso, da un gruppo di
fascisti nostalgici. Un passante lo aveva visto lì, aveva preso il suo numero
di targa e l’aveva segnalato ai carabinieri. I carabinieri inviarono alla Procura
una denuncia per il reato di danneggiamento. Dopo il rinvio a giudizio (per
un’accusa surreale), il passante, divenuto testimone di giustizia, in udienza
dichiarò di non aver visto Bellosi rompere la teca ma soltanto armeggiarci
attorno. Bellosi rivendicò l’azione di aver tolto i fiori ma non di aver
spaccato la teca. Il PM venerdì ha chiesto l’assoluzione per la lievità del
fatto mentre l’avvocato difensore Davide Steccanella ha sottolineato, nel
chiederne ugualmente l’assoluzione, il dovere civico di togliere dei fiori da
una teca (che dovrebbe essere rimossa da parte del Comune dov’è collocata). Il
giudice l’ha assolto per non aver commesso il fatto (delittuoso) affermando
implicitamente così la correttezza dell’aver tolto i fiori dall’altarino commemorativo
di un tiranno che condusse l’Italia al disonore della dittatura, delle leggi
razziste, al crimine del colonialismo e alla rovina della guerra.
Perché ho voluto introdurre la
figura e le opere di Bellosi con questa notizia? Perché Cecco, un diminutivo
che ricorda figure importanti degli albori della letteratura italiana, Cecco
Angiolieri e Cecco d’Ascoli, proprio ai fatti avvenuti a Giulino di Mezzegra ha
dedicato la sua opera, a mio avviso, più importante: il romanzo
narrativo-storico Sotto l’ombradi un bel fiore. Pubblicato nel
2018 e ripubblicato nel 2025, il libro ripercorre gli ultimi mesi della lotta
di Liberazione nel territorio lariano che ebbe, al suo culmine l’arresto, da
parte della 52° Brigata Garibaldi, di Mussolini e dei gerarchi in fuga e la
susseguente esecuzione dell’uno e degli altri. La storia, però, è narrata
attraverso il racconto delle vite dei partigiani che si trovarono nel mezzo
della “Grande Storia” che li investì e di cui si trovarono protagonisti,
racconto delle loro vite e della morte di alcuni di loro, in primo luogo di
Luigi Canali, il capitano Neri e di Giuseppina Tuissi “Gianna”. Romanzi e
ricostruzioni storiche sulla Resistenza e sulla morte di Mussolini ce ne sono a
bizzeffe ma Bellosi, da bambino e da ragazzo, ha conosciuto personalmente
alcuni di quei partigiani, in particolar modo Michele Moretti, che fu quello
che eseguì la condanna a morte del tiranno, dopo che l’arma di colui che era
stato designato ad effettuarla si inceppò, e ne ha raccolto le testimonianze
più autentiche e dirette.
Ho potuto leggere altre due opere
di Cecco: la ricerca storica, stesa in forma di narrazione epica ma non scevra
di un linguaggio, in alcune parti, anche di riuscitissimo tono umoristico Con
i piedi nell’acqua, dedicata alle storie di tre tribù di laghée: i cuochi
della scuola alberghiera di Argegno, i contrabbandieri dei paesi che si
affacciano sul Lago e i partigiani della 52°. Queste tre epopee, raccolte in
un’unica opera, costituiscono uno spaccato, al tempo stesso storicamente
preciso eppure “romantico” della realtà comasca e delle sue propaggini lacustri
e montane. E, ultima, un’altra narrazione, questa più autobiografica: L’orlo
del bosco che è la storia della Comunità di relazione e sostegno con le
persone che ne abbiano necessità chiamata “Il Gabbiano”, di cui Bellosi è, da
tre decenni, mente, cuore e pilastro. Una storia narrata attraverso le
storie delle persone che l’hanno vissuta. Cecco è stato però colpevolmente
“nascosto” al grande pubblico, escluso dalle grandi rassegne, dai grandi premi,
dai programmi televisivi e dalle recensioni dei giornaloni non per ragioni di
critica letteraria ma esclusivamente per ragioni di “stigma”. Chi aveva abbracciato la “lotta
armata” è condannato alla morte civile in un paese che innalza teche ai tiranni
e ai suoi collaboratori: il valore delle opere non conta, contano soltanto i
marchi (e le marchette).