Pagine

martedì 30 giugno 2026

ONORE A CECCO
di Nino Di Paolo  
 
Francesco Bellosi

Lo schifo di questo Paese è che si permetta impunemente di mettere una teca in memoria dei massacratori fascisti, e di solerti “tutori dell’ordine” che invece di andare ad arrestare questo fecciume, denunci un cittadino che ne è disgustato.
 
Di Francesco (Cecco) Bellosi, autore lariano quasi ottantenne è fresca di questi giorni una notizia, non di natura letteraria, che lo riguarda (e tutti ci riguarda). Venerdì 19 giugno 2026 il Tribunale di Como lo ha assolto dall’accusa di aver danneggiato una teca commemorativa, collocata a Giulino di Mezzegra, contenente le foto del dittatore Benito Mussolini e di Clara Petacci, sua collaboratrice, giustiziati in nome del popolo italiano il 28 aprile 1945. In realtà Bellosi, nella piovosa sera del 28 aprile 2023, da quella teca aveva soltanto rimosso il mazzo di fiori posto, il giorno stesso, da un gruppo di fascisti nostalgici. Un passante lo aveva visto lì, aveva preso il suo numero di targa e l’aveva segnalato ai carabinieri. I carabinieri inviarono alla Procura una denuncia per il reato di danneggiamento. Dopo il rinvio a giudizio (per un’accusa surreale), il passante, divenuto testimone di giustizia, in udienza dichiarò di non aver visto Bellosi rompere la teca ma soltanto armeggiarci attorno. Bellosi rivendicò l’azione di aver tolto i fiori ma non di aver spaccato la teca. Il PM venerdì ha chiesto l’assoluzione per la lievità del fatto mentre l’avvocato difensore Davide Steccanella ha sottolineato, nel chiederne ugualmente l’assoluzione, il dovere civico di togliere dei fiori da una teca (che dovrebbe essere rimossa da parte del Comune dov’è collocata). Il giudice l’ha assolto per non aver commesso il fatto (delittuoso) affermando implicitamente così la correttezza dell’aver tolto i fiori dall’altarino commemorativo di un tiranno che condusse l’Italia al disonore della dittatura, delle leggi razziste, al crimine del colonialismo e alla rovina della guerra.



Perché ho voluto introdurre la figura e le opere di Bellosi con questa notizia? Perché Cecco, un diminutivo che ricorda figure importanti degli albori della letteratura italiana, Cecco Angiolieri e Cecco d’Ascoli, proprio ai fatti avvenuti a Giulino di Mezzegra ha dedicato la sua opera, a mio avviso, più importante: il romanzo narrativo-storico Sotto l’ombra di un bel fiore. Pubblicato nel 2018 e ripubblicato nel 2025, il libro ripercorre gli ultimi mesi della lotta di Liberazione nel territorio lariano che ebbe, al suo culmine l’arresto, da parte della 52° Brigata Garibaldi, di Mussolini e dei gerarchi in fuga e la susseguente esecuzione dell’uno e degli altri. La storia, però, è narrata attraverso il racconto delle vite dei partigiani che si trovarono nel mezzo della “Grande Storia” che li investì e di cui si trovarono protagonisti, racconto delle loro vite e della morte di alcuni di loro, in primo luogo di Luigi Canali, il capitano Neri e di Giuseppina Tuissi “Gianna”. Romanzi e ricostruzioni storiche sulla Resistenza e sulla morte di Mussolini ce ne sono a bizzeffe ma Bellosi, da bambino e da ragazzo, ha conosciuto personalmente alcuni di quei partigiani, in particolar modo Michele Moretti, che fu quello che eseguì la condanna a morte del tiranno, dopo che l’arma di colui che era stato designato ad effettuarla si inceppò, e ne ha raccolto le testimonianze più autentiche e dirette.



Ho potuto leggere altre due opere di Cecco: la ricerca storica, stesa in forma di narrazione epica ma non scevra di un linguaggio, in alcune parti, anche di riuscitissimo tono umoristico Con i piedi nell’acqua, dedicata alle storie di tre tribù di laghée: i cuochi della scuola alberghiera di Argegno, i contrabbandieri dei paesi che si affacciano sul Lago e i partigiani della 52°. Queste tre epopee, raccolte in un’unica opera, costituiscono uno spaccato, al tempo stesso storicamente preciso eppure “romantico” della realtà comasca e delle sue propaggini lacustri e montane. E, ultima, un’altra narrazione, questa più autobiografica: L’orlo del bosco che è la storia della Comunità di relazione e sostegno con le persone che ne abbiano necessità chiamata “Il Gabbiano”, di cui Bellosi è, da tre decenni, mente, cuore e pilastro.
Una storia narrata attraverso le storie delle persone che l’hanno vissuta.
Cecco è stato però colpevolmente “nascosto” al grande pubblico, escluso dalle grandi rassegne, dai grandi premi, dai programmi televisivi e dalle recensioni dei giornaloni non per ragioni di critica letteraria ma esclusivamente per ragioni di “stigma”.
Chi aveva abbracciato la “lotta armata” è condannato alla morte civile in un paese che innalza teche ai tiranni e ai suoi collaboratori: il valore delle opere non conta, contano soltanto i marchi (e le marchette).