Il saggio Soffrente
scriba. D’Annunzio e il suo Notturno, Algra Editore, 2026, scritto da
Franco Manzoni e Marco Sbrana, con in copertina opera di Marco Nereo Rotelli,
propone una lettura approfondita dell’opera Notturno di Gabriele D’Annunzio.
Gli autori analizzano il testo mettendo in evidenza come la sofferenza fisica e
psicologica vissuta da D’Annunzio dopo l'incidente aereo del 1916 abbia
trasformato profondamente la sua scrittura. Il Notturno è l'opera più intima
e introspettiva (e secondo gli autori più innovativa) di Gabriele D'Annunzio,
scritta nel 1916 e pubblicata nel 1921 dopo revisione del poeta. Rappresenta
una svolta radicale rispetto allo sfarzo vitalistico dei primi romanzi e del
superomismo: Notturno è un diario interiore nato nel totale silenzio e
nell'oscurità forzata dovuta ad un incidente aereo (prezzo da pagare per
D’Annunzio per il suo interventismo politico “io sono un soldato” amava
sottolineare il vecchio poeta considerato “Vate” dal regime fascista. Nello stato di cecità temporanea,
D'Annunzio aiutato dalla figlia Renata, impara a scrivere come un antico "scriba
egizio". Appoggia una tavoletta rigida sulle ginocchia e utilizza il
mignolo come guida tattile per scrivere su sottili striscioline di carta (le
liste sibilline). Gli autori mettono bene in
evidenza lo stile del prosimetro utilizzato dall’autore (da non
confondersi con la prosa poetica di Rimbaud e Baudelaire, che riteniamo di ben
altro spessore poetico), ma anticipatrice di certe pagine moderne di Kafka,
Beckett e Carson.
Lo stile di Notturno,
si caratterizza per un certo intimismo lontano dal superomismo D’Annunziano, e
ci rivela una Prosa frammentaria: Il testo è composto da brevi
annotazioni, fulminee e spezzate, che seguono il flusso dei pensieri, alternate
a versi elegiaci dedicati soprattutto alla Madre e a Miraglia, le due figure
che insieme a quella della figlia Renata(la Sirenetta, avuta nel 1893 da un
rapporto adulterino con la contessa Maria Gravina Cruyllas (Anguissola),
emergono e giganteggiano nel libro e frequente uso di immagini visionarie. I
temi principali del libro sembrano essere l’introspezione, la memoria, la
morte, il dolore fisico e psicologico. Sorge spontaneo il confronto con l’opera
principale in prosa di D’Annunzio Il Piacere, caratterizzata invece da
estetismo, narrazione lineare, superuomo mondano, ricerca del piacere, e con la
principale opera poetica Alcyone dove traboccano sensualità, musicalità,
armonia del paesaggio e vitalismo. Gli autori insomma registrano come Notturno
possa essere considerata l’opera più moderna di D’Annunzio in cui: si attenua
la retorica tipica dell'autore; emerge una dimensione più intima e personale;
la struttura frammentaria del prosimetro anticipa alcuni aspetti della
narrativa del Novecento; il tema della crisi dell’io si avvicina alle
inquietudini della cultura europea contemporanea. Nella prefazione di Emilio
Zucchi, diventa chiara l’intenzione degli autori: “ Franco Manzoni e Marco
Sbrana dimostrano, con folgorante ricchezza di analisi, come la poesia di
D’Annunzio vada conoscitivamente oltre il sensualistico panismo dell’Alcyone e
come, a tredici anni dalla pubblicazione di quel primo capolavoro lirico
italiano in versi liberi, con Notturno, nel 1916, il Vate, ferito, fecondamente
metta la sostanza poetica di quelle estatiche estenuazioni versiliesi in pagine
tremanti di fratture psicologiche ed esistenziali che preludono agli abissi di
Kafka e Beckett…”.Il libro si sviluppa in sette capitoli: Trauma
d’ammaraggio e cecità temporanea; Dolore e capolavoro al buio; Il Vate e la
musica; Corpo, morte, camerati e fluidità; La madre abita il figlio; Renata, la
Sirenetta la sua funzione nella stesura di Notturno; La Casetta
rossa e i luoghi veneziani.
Riportiamo uno dei passaggi più
esemplari del libro, dal capitolo: ‘Dolore e capolavoro al buio’ “(…) Difatti,
tenendo conto che in D’Annunzio uno degli aspetti specifici è il legame
pressoché costante delle opere con la propria esistenza, per la prima volta in
Notturno si entra nel rapporto con il personale dolore fisico e psicologico,
senza sublimazione. Qui la notizia biografica non è solo contestualizzazione o
il che è peggio, ma è anche il male necessario, un’agevolazione fornita al
lettore per meglio orientarsi nella presente analisi di Notturno. Qui, la
notizia biografica si sovrappone all’opera. Cos’è sta to D’Annunzio se non un
Carmelo Bene o un Lord 13 Byron oppure – per essere più aderenti a quanto si sa
del Vate – un Nietzsche? La vita e il mondo, in Nietzsche, sono eterna mente
giustificati, intesi come fenomeni estetici. Parimenti Brecht, ma più Wilde:
etica è estetica, non c’è scissione, nulla le separa. Sicché produciamo una
vita che è un’opera d’arte; dunque, siamo – vivendo – capolavori. Tale la
concezione di D’Annunzio…”. Leggendo il libro viene in mente
la severa critica di Croce su D’Annunzio: L'idea cioè che D'Annunzio
possedesse un eccezionale virtuosismo stilistico, ma fosse carente di autentica
profondità umana e morale. Negli anni Trenta arrivò a escluderlo dal novero dei
grandi poeti, sostenendo che nella sua opera prevalessero l'esibizione, la
retorica e il gusto della sensazione e per gran parte del Novecento la lettura
di D’Annunzio passò attraverso Croce. La tesi fondamentale era: D’Annunzio è un
artista di enorme talento formale, ma non un poeta universale come Dante
Alighieri o Giacomo Leopardi, perché manca di un profondo sentimento umano. Oggi molti studiosi considerano
questo giudizio troppo severo. Pur riconoscendo l'estetismo dannunziano, vedono
in D'Annunzio uno dei maggiori innovatori della lingua e della sensibilità
letteraria europea tra Otto e Novecento. Tuttavia, la critica di Croce resta la
più celebre e influente mai formulata sul Vate, e resta la mia
convinzione personale che D’Annunzio non abbia mai toccato i vertici
dell’umanità malinconica di Baudelaire, né la raffinatezza aristocratica e
ironica di Wilde o l’interiorità di un Proust, per non parlare dell’umanità di
Ungaretti o della disseminazione dell’io negli eteronimi di Pessoa. Tuttavia l'aspetto più
interessante del libro e qui concordiamo con gli autori, è la rilettura di
D'Annunzio non come il celebre "Vate" eroico e trionfante, ma come un
uomo fragile, costretto a confrontarsi con il dolore, la paura della cecità e
il senso della morte. Secondo Manzoni e Sbrana, proprio questa esperienza di
sofferenza rende Notturno una delle opere più moderne e umane
dell'autore. Il libro comunque conferma da una parte le grandi doti poetiche e
critiche di Manzoni, dall’altra la poliedricità che ben conosciamo del talento
poetico, narrativo e critico del giovanissimo (22 anni) Marco Sbrana.