Ritengo che
il convegno sulla poesia civile, per i contributi di notevole spessore che ha
prodotto e per l’intensità delle suggestioni che ha offerto, sia stato un
momento sicuramente focale del Festival di poesia internazionale di Genova Parole
Spalancate. Solo alcune annotazioni per giustificare questa affermazione. La
domanda che è stata posta al centro del convegno suonava in questi termini: Abbiamo
bisogno oggi di una poesia civile? I
temi chiave presenti in questa domanda sono tre: bisogno, poesia civile, oggi.
In tal senso è stato estremamente interessante sentire che cosa hanno detto su
questi tre temi – e come lo hanno detto - i poeti che hanno partecipato alla
Tavola Rotonda e al ‘reading’. Una poesia civile oggi? In un periodo
storico in cui la stessa distinzione tra la letteratura e la riflessione sulla
letteratura viene contestata e sono “in crisi” tutti i generi letterari
consacrati dalla tradizione, non si può negare che la stessa categorizzazione
di “poesia civile” risulti problematica e ci si può legittimamente domandare se
essa sia adeguata ad esprimere una situazione che sfugge per più versi alla
nettezza di certe precostituite categorizzazioni. Viviamo infatti – e non da
oggi soltanto – un inarrestabile sgretolarsi del mondo letterario, così come
degli ordini tradizionali della nostra cultura. Sta di fatto che l’essere in
crisi non ha finora impedito alla letteratura e alla poesia di sopravvivere con
una persistente rilevanza culturale.
Dal canto mio, ritengo, in piena sintonia
con Angelo Gaccione, che il rapporto tra la poesia in generale e la poesia
civile in particolare non sia un rapporto di genere a specie, ma di inerenza o,
se si vuole, di implicito ad esplicito. D’altro canto, nelle sue forme più
convincenti la poesia continua a costituire un’insostituibile modalità del
nostro renderci conto delle contraddizioni in cui viviamo, la testimonianza di
un disagio. Forse non è molto, ma tener desta questa coscienza può sempre
costituire la premessa per impegni più incisivi. Si può, d’altronde, sostenere
che appartiene essenzialmente alla poesia di andare oltre la propria essenza.
Molto di rado, in effetti, la riconosciuta grandezza di una poesia si situa in
una dimensione puramente estetica. Ciò che in ultima analisi ne costituisce la
positiva risonanza non è la sua specificità letteraria, ma la presenza, nella
sua globalità, di valori esistenziali. Questo è sempre accaduto, da Dante fino
ai nostri giorni, per la semplice ragione che i valori specificamente poetici
non possono essere separati dai valori morali, sociali, politici, conoscitivi,
esistenziali per l’appunto, in cui, di volta in volta, in relazione ai nostri
autentici bisogni, tutti noi ci riconosciamo.
E
infine c’è il termine “oggi”, un avverbio di tempo che, tradotto nel linguaggio
di Chronos, significa: guerra, genocidio, droni, intelligenza artificiale,
ritornante barbarie in cui il medioevo più tetro si fonde con la tecnologia più
sofisticata, e ancora sfruttamento, degradazione ambientale, discriminazioni,
pandemie incombenti, malgoverno, corruzione. Ecco la realtà opaca, dura e
complessa con cui è chiamata a misurarsi, in questo “inverno della cultura”,
non solo la poesia civile, ma la poesia ‘tout court’, se essa intende essere,
oltre che uno specchio, una lampada e una fiaccola, e quindi soddisfare
l’esigenza profondamente umana di mantenere e indicare il positivo nella rappresentazione
del negativo, l’umano nella rappresentazione del disumano. Certo, la poesia può
permettersi di entrare nel campo spinoso della politica e dei destini generali
solo alla condizione di non snaturarsi, solo alla condizione di non rinunciare
ai propri specifici caratteri, che sono quelli di un linguaggio che non cessa
di interrogare sé stesso e di mettere alla prova la sua incisività – che è
quanto dire la sua novità e il suo potere di sorpresa – nel confronto con
argomenti che a tutta prima sembrerebbero piuttosto rientrare di diritto nel
dominio della saggistica sociologica, della riflessione analitica, della
polemica politica. Anche se quello di Genova, come tutti i convegni, è solo un
segmento di quella retta interminabile che è la ricerca dei significati, io
credo, nondimeno, che si possa dire che esso ha rappresentato un momento
intensamente significativo di testimonianza, di valorizzazione e di scavo nella
miniera di ferro e d’oro della nostra lirica civile e politica.