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domenica 21 giugno 2026

SULLA POESIA CIVILE
di Adam Vaccaro


Il dir. Claudio Pozzani apre l'incontro
 
In occasione della 32° edizione del Festival Internazionale di Poesia di Genova 2026, un confronto sulla poesia civile si è tenuto alla Biblioteca dell’Università. Questa è la riflessione di Vaccaro.
 
Identità espressiva e degrado della Polis
 
Cercherò di motivare perché sono grato a Donatella Bisutti e agli organizzatori del Festival, del rilievo e dello spazio dati al tema di questa Tavola rotonda, profondamente interconnesso alla mia ricerca poetica, riassunta peraltro nell’Antologia critica dell’anno scorso, Percorsi di Adiacenza. È stato un percorso interdisciplinare, entro una visione dantesca e leopardiana, di molteplicità dei linguaggi che impedisce alla poesia di chiudersi in un parnaso. Talché G. Vico arrivava a parlare di fisica o chimica poetica, di una poesia che può cioè essere attributo di ogni attività umana, se ha forma e sostanza libere da ogni mercificazione, e si articola in una tensione di Apertura, Diversità e Complessità che supera divisioni tra ambiti e discipline, quali le due culture, e sintetizzabile nell’immagine dell’Uomo vitruviano di Leonardo. 
Come si innerva allora tale tensione alla totalità nel tema di questa Tavola Rotonda? Per me attraverso due poli di sensi complessi: da un lato, le dinamiche dell’identità individuale, dall’altro quelle della collettività che definiscono la Polis. L'identità del singolo, senza interazioni, nel e col, corpo sociale tende a degradare in deliri individualistici o si deprime, come già intuiva Epicuro analizzando i corpuscoli elementari da lui chiamati clinàmen. Nei quali il grado di energia può crescere o decrescere, in relazione a qualità e quantità di scambi con gli altri. L’identità può essere dunque concepita in termini molto diversi, di apertura o di chiusura, con sensi retrivi o come radice di pensiero critico della falsificazione ontologica della fase storica attuale, del neoliberismo che concepisce un universo liquido di entità singole indistinte, autonome, falsamente libere e separate. 


In a piedi Barbara Garassino
al microfono Claudio Pozzani 

È noto che l’avvento dell’ideologia neoliberista fu incisa da M. Thatcher con l’apodittica, “La società non esiste, esistono solo gli individui”, diktat che nega il soggetto come essere sociale e il valore etico-conoscitivo dell’alveo socioculturale. Viene cioè negato il processo complesso di costruzione autopoietica di una identità, con scambi dialettici positivi/negativi entro una collettività, cosicché l’identità soggettiva, per me, o è collettiva o non è. Ma se una dinamica ontologica è negata, ripiega in forme insane, cui ahimè assistiamo, e acutizzate in una caoslandia, autoritaria e distopica, generata da estreme concentrazioni di ricchezze. Sintetizzando, il ponte di scambi e arricchimenti reciproci tra identità individuale e collettiva è crollato, sostituito da Avatar socio-tecnologici, socialmedia e la mitica IA (Intelligenza o Idiozia artificiale?), battute a parte, sono prodigi che, senza una adeguata cultura critica, diventano dipendenze patologiche e strumenti di poteri elitari invisibili che ne hanno il controllo, riducendo a maschera ideologica la stessa democrazia.


Donatella Bisutti e Adam Vaccaro

Ma è da qui che nasce il bisogno e la risposta alla domanda di questa decisiva Tavola rotonda, di un’arte, una cultura e una poesia che aprano a un’altra visione, di esseri umani che vogliono rimanere umani, ai quali non bastano i propri orticelli individuali. È un bisogno connesso a genesi conoscitiva della realtà e al suo possibile oltre, non in cieli iperuranici, ma qui, in questo giardino pur devastato della Terra. Può allora la poesia incarnare una paideia di prassi e pensiero critico, di etica ed emotività reattivi al degrado antropologico del contesto contemporaneo?
Credo che oggi sia doveroso tentarlo, sia pure lungo un crinale molto difficile, contrario sia a fondamentalismi ideologici, sia a ogni pretesa di disimpegno. Credo che nel contesto attuale diventino ancora più preziose e necessarie le testimonianze e le voci che esaltano la Re-sponsabilità etica di restituire le ricchezze ricevute di virtute e canoscenza.
Con un senso civile che in tal modo diventa anche critica politica, non rispetto al politichese, ma a una polis, sempre più dominata da visioni teocratiche, tecnocratiche e imperialistiche, fonti di guerre incessanti, fino a far temere sbocchi apocalittici. Ed entro tali orizzonti, realistici o meno, che fare? Farsi squallidi e illusori affari propri, o farsi corpi di coscienza critica, con una parola poetica leopardiana, materiale e lirica? Che può innervarsi in ogni forma, tema o registro, entro una visione di umanità da salvare. Credo che la risposta imponga una scelta, che per me è premessa necessaria come l’aria. Che, tradotto, è fame di comunità.