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lunedì 22 giugno 2026

SULLA POESIA CIVILE
di Eros Barone


Eros Barone
 
Partirei da quella che è la domanda più indecifrabile che un critico letterario possa formulare: che cos’è la poesia? Qualcuno – un poeta tra i maggiori della seconda metà del Novecento – ha fornito una risposta che è molto chiara nella sua semplicità: la poesia è progetto di sé e del mondo, ossia programma di resistenza alla morte. Senza questa continua spinta al confronto con la soglia dell’essere, non c’è né può esserci poesia. Tuttavia essa non si esaurisce nella semplice riflessione sul confine (poiché altrimenti il dato consolatorio prevarrebbe), e anzi deve farsi carico più radicalmente della sfida al limite, deve incarnare un disegno finalizzato a intuire una trama etico-civile nell’ordine caotico dell’esistente. A questo assioma aggiungerei un altro fondamentale assioma: poiché tutto è politica (anche se la politica non è tutto), non vi è poesia che non sia, perlomeno in sede di interpretazione critica, anche poesia civile, mentre la poesia civile in forma esplicita, per così dire esiodea, corre sempre il rischio della non-poesia. In ogni caso, se oggi vi è la necessità di trasformare la letteratura in prassi, allontanandola dall’intrattenimento e accentuandone la dimensione didattica e pedagogica, il rischio va corso e i poeti non possono limitarsi, nemmeno “per voto”, ad “appendere le loro cetre ai salici”. La congiuntura nazionale e internazionale che stiamo vivendo e soffrendo ci impone semmai di spostare in avanti l’orizzonte del confronto, rivolgendoci prevalentemente ai giovani e a coloro che verranno. Emerge allora il dovere etico sottostante al lavoro letterario: un dovere che si incarna nel principio erasmiano secondo cui lectio transit in mores. Si tratta, in altri termini, di ripartire da una definizione di civiltà che nasce di fronte a scelte sempre più nette, quando si deve uscire da Troia portando o il padre, o il bambino, o tutti e due, mentre qualcosa dovrà di necessità venir perduto. La congiuntura attuale richiede quindi l’intervento di un intellettuale simile ad Enea, che tenti di connettere passato e futuro, sapendo bene che nel presente c’è tanta ruina, sapendo che non appartiene al presente la verità. Da parte sua, il critico non può chiudersi, ipocriticamente, nella fortezza dell’iper-specialismo, ma deve avere la capacità di articolare giudizi di valore e di elaborare un progetto a tutto tondo, che è quanto dire dotato di carica etica, politica ed estetica. Del resto, il presupposto fondante della poesia civile è che il linguaggio poetico non si concluda in sé stesso ma sia teso alla liberazione del lettore, al superamento dello stato di cose esistente: che abbia dunque un forte potere contestativo su cui tanto più occorrerà insistere in una fase dominata dai linguaggi manipolatori della comunicazione di massa, dalla vanificazione dei significati e dal dominio di una società che va incontro a una vera e propria «liquidazione della letteratura».


Edoardo Sanguineti

Come Edoardo Sanguineti ha spesso ribadito, formulando una sorta di “degnità”, a parer mio, inoppugnabile, «ogni linguaggio…è un’ideologia, un pensiero che si fa verbo, un sistema di classificazioni e di progettazioni che si incarna nella concreta comunicazione simbolica» [1]. È questa degnità, è questa verità basilare che i detentori del potere culturale ufficiale si sono costantemente impegnati a negare anche in Italia. Separare la “poesia” dalle idee, la “magia” dell’espressione dalla sua stessa ‘Weltanschauung’, ha sempre costituito la tecnica privilegiata per normalizzare la poesia in generale e proscrivere la poesia civile in particolare. La dialettica dei distinti è sempre stata il toccasana per neutralizzare i rischi di una seria dialettica degli opposti, anche nelle cose della letteratura, anche in quella sorta di club per ‘happy few’ che è la poesia. Riproponendo non implicitamente ma ‘ex professo’ l’ineludibile e indissolubile rapporto tra il linguaggio e l’ideologia, la poesia civile è allora la voce che ricorda come la realtà storico-sociale – che non è l’impero dei segni ma piuttosto il segno degli imperi – stia all’origine del testo poetico, che a sua volta vi apre la propria strada. In tale prospettiva il contesto, dunque, non solo non è irrilevante, ma è segno che si incastona nel testo modificandone la natura, poiché la letteratura vive in un continuo porre una meta che la oltrepassa. Ed è proprio in questo slittamento dall’impero dei segni al segno degli imperi che sta la cifra di quel significato transitivo della scrittura che si può definire come la “destinazione esplicitamente estramurale” della poesia civile. Se d’altronde, a partire da un certo momento storico, la poesia sembra essersi trasmutata da un “genere letterario” in una varietà psicoterapeutica, spetta proprio alla poesia civile il compito di riaffermare che la poesia è un’arma, sia pure povera, e che la fede in tale arma è necessaria per comprendere la realtà e scalfirne la superficie: un’arma povera per mezzo della quale si riafferma un’esigenza di controllo, comprensione e direzione dell’esistenza umana, molto più che non un semplice desiderio di felicità. Se infatti lo scopo della poesia è la comprensione della condizione umana, spetta alla poesia civile, ‘pars pro toto’, il compito di mostrare che questa comprensione non si dà se non all’interno di una “lotta di interessi”, laddove tale lotta non è semplicemente una ideologia politica, ma è, più radicalmente, la compiuta attualizzazione delle “armi pietose” cantate da Tasso nell’‘incipit’ della Gerusalemme liberata. Insomma, in conflitto con tutte le forme di estetismo tardonovecentesco, dal vitalismo al formalismo, la poesia civile ci ricorda che la poesia in generale è l’interprete privilegiata delle tensioni più serie della nostra società, oltre che la nutrice della prosa. Dopodiché, individuare la radice machiavelliana dell’ossimoro “armi pietose” non è semplicemente il frutto di un’indagine sulle fonti: più radicalmente è un lume acceso sul modo di intendere la residua funzione dell’intellettuale nella società. Il principio etico-politico che «quella guerra è giusta che l’è necessaria, e quelle armi sono pietose, dove non si spera in   altro che in elle» [2] indica quale sia l’uso corretto delle armi letterarie per intervenire nella società. Orbene, se la letteratura vuole tornare ad essere strumento di comprensione del mondo, secondo il principio erasmiano per cui lectio transit in mores, non basterà descrivere il paesaggio con serpente che è l’Italia del terzo decennio degli anni Duemila. Se la tradizione non è semplicemente ripetizione o celebrazione, bensì trasmissione e traduzione, sarà necessario opporsi all’amnesia sociale con ogni forza, nel segno dei classici, anche quelli più apparentemente inattuali, come Tommaso Campanella e come Vittorio Alfieri. Del primo basterà citare l’impegno programmatico a combattere la triade di comportamenti che, così nel Seicento come nel mondo attuale, vanno per la maggiore: «Io nacqui a debellar tre mali estremi: tirannide, sofismi, ipocrisia». Del secondo, di cui, in piena consonanza con il primo, non sarà mai abbastanza valorizzato il trattato Della tirannide, dell’Alfieri, dico, merita di essere riproposta, come segnacolo in vessillo, la sfida dell’alterità e della distanza: «Mi trovan duro? / Anch’io lo so: / pensar li fo. / Taccia ho d’oscuro? / Mi schiarirà / poi libertà».
 Dal canto suo, Sartre ha scritto che la letteratura si fa nel linguaggio ma non è mai data nel linguaggio: essa è un rapporto fra gli uomini ed un appello alla loro libertà. Fatte salve nella loro connessione ideale le considerazioni che precedono, ritengo pertanto di poter concludere questa introduzione rispondendo affermativamente e congiuntamente alla domanda che è la chiave d’oro di questo convegno: sì, abbiamo bisogno oggi di una poesia civile, perché abbiamo bisogno sempre della poesia.


D. Bisutti e E. Barone
 

Note
1. Cfr. E. Sanguineti, Ghirigori, Genova 1988, p. 47.
2.
Cfr. N. Machiavelli, Il Principe, cap. XXVI.