Pagine

venerdì 3 luglio 2026

BILANCIO DI UN CONVEGNO
di Donatella Bisutti
 

Donatella Bisutti

Intervento conclusivo sul Convegno genovese dedicato alla Poesia Civile.
 
Ho fortemente voluto questo Convegno sulla Poesia Civile e mi sono impegnata al massimo per realizzarlo perché mi è parso importante e anche doveroso, da parte dei poeti, farsi voce e coscienza della collettività in un momento di forte e pericolosa deriva. Ho voluto quindi sollecitare i poeti e anche i possibili lettori o uditori di poesia per invitarli a ritrovare un punto di convergenza - la parola poetica in quanto espressione e comunicazione di un’emozione sociale condivisa - da cui mi pare che da tempo gli uni e gli altri si siano sempre più allontanati in direzioni sempre più divergenti. In anni recenti molti poeti o aspiranti tali si sono dedicati a quelli che io chiamerei giochi di prestigio letterari, “baloccandosi con le parole” come ho scritto in un brano del mio poema Erano le ombre degli eroi e scrivendo testi incomprensibili e aridi per il lettore comune, in una sorta di solipsismo esasperato. Questo ha fatto sì che la poesia abbia perso quello che fino ad alcuni decenni fa era il suo pubblico, diventando così la cenerentola dell’editoria con tutte le conseguenze negative inevitabili in una società che dà rilievo solo al profitto, quando invece una volta era proprio la poesia a essere riconosciuta all’apice della creazione letteraria. Questo perché molti poeti si limitano per lo più a una sorta di masturbazione mentale privata che non può interessare nessuno e i lettori non possono più immedesimarsi in questi testi, che si ergono irti di parole incomprensibili. La poesia sembra essere diventata in molti casi una sorta di sfogo personale senza più nessun rapporto con la società e con la Storia e la poesia civile aver perso l’importante ruolo che ha sempre avuto nella nostra letteratura, a partire dalle voci fondanti di Dante e Petrarca fino a Pasolini. Non a caso già nel secondo Novecento i cantautori hanno preso nel cuore della gente il posto lasciato vuoto dai poeti, avendo, loro sì, la capacità di interpretare le speranze, i sogni, le emozioni delle persone, quello che una volta i lettori potevano chiedere alla poesia: che esprimesse quello che loro sentivano senza essere in grado di esprimerlo. Quanta grande poesia è nata, a cominciare da quella di Ungaretti, per fare solo un esempio, dalla tragedia della Grande Guerra! La poesia del resto nasce storicamente come voce di un popolo, come poesia epica, con i grandi poemi in cui una collettività poteva riconoscersi e confermare le sue aspirazioni e le sue origini. La nostra epoca invece è, in tutto, l’epoca di un individualismo malato, di una razionalità astratta e distorta. Tanto da far collassare la realtà in una sorta di delirio. Il territorio della poesia è invece quello che si collega non al ragionare ma al sentire, ai flussi delle emozioni, alla visionarietà: la poesia civile deriva appunto da quella antichissima poesia epica, e ancora oggi è quella che canta i destini, le speranze, le vittorie, le sconfitte dei popoli e in cui il destino individuale è emblema di un destino collettivo.



D’altra parte quello della poesia civile non deve diventare nemmeno una sorta di manifesto politico. Può non esserci differenza fra poesia civile e poesia politica , entrambe, come dice giustamente Alfredo Panetta, hanno una stessa radice etimologica, la polis, la civitas, ma solo a patto che la poesia non diventi mai un comizio, non dimentichi che il suo linguaggio dev’essere nutrito dalla musicalità, dal ritmo, dall’immagine, dalla metafora, dall’allegoria, a patto che il poeta che la scrive sia consapevole che sta creando un linguaggio particolare e diverso, che non ha il compito di spiegare o di affermare un qualsiasi tipo di verità, ma di trasmettere una visione. Il rischio che la poesia civile non sia vera poesia è quello di tutta la poesia: quello cioè di diventare prosa e perdere così le sue stimmate, che ne fanno un linguaggio salvifico. La poesia civile, come ogni poesia, deve scendere dentro il nostro cuore come un magico elisir capace di farci intravvedere una realtà profonda al di là della realtà apparente, di fare del dolore un fertilizzante dell’anima, di accendere dentro di noi energie che non sapevamo di avere e che possono portarci a stravolgere il mondo. Per questa sua “pericolosità” molti poeti, che possiamo chiamare civili perché in loro un popolo si è identificato e ha attinto forza, anche nei nostri tempi sono stati e sono perseguitati in certi luoghi del mondo dove la poesia civile e politica esercita ancora un’azione incisiva di resistenza collettiva. Anch’io ho assistito di recente a letture di testi scritti da persone imprigionate, torturate e poi uccise in diverse parti del mondo: testi spesso bellissimi per la loro profonda verità, per aver trovato quel punto di incontro magico fra parola e realtà che ci commuove e ci spinge a riflettere, ci fa sentire che, dentro, siamo vivi. Perché la vita non è soltanto e tanto la vita fisica che ci anima e ci fa muovere, ma piuttosto quell’essenza che trafigge anche la morte.
Risvegliamo dunque la poesia a essere, anche da noi, come dev’essere, straordinaria energia vitale espressa attraverso il linguaggio, facciamone uno strumento spirituale che potrà trasformarsi in arma materiale, ma arma del bene, non arma di guerra, ma forza di pace in un momento in cui abbiamo bisogno di una grande energia per opporci a ciò che ci vuole condizionare e distruggere, a una delle situazioni di più grave pericolo che l’umanità abbia conosciuto.
Mi auguro che questa mia iniziativa, accolta con entusiasmo da alcuni poeti che stimo e apprezzo, aiuti a ridare, anche in contesti fortunatamente meno drammatici di quelli di altri luoghi del mondo, alla figura del poeta quel ruolo di coscienza civile e morale di una società che ha avuto in passato. E questa ritrovata dignità del poeta aiuterà, credo, anche a rifondare una ritrovata dignità dell’uomo, oggi tanto minacciata, calpestata, e degradata.
Questo è stato il mio sogno nell’organizzare questo convegno, cui tanti sono accorsi con interesse, sì che adesso si parla di dargli un seguito. E per questo ringrazio tutti coloro che hanno partecipato, hanno contribuito, hanno reso questo progetto realizzabile e ringrazio il pubblico che ha ascoltato e seguito con tanto viva partecipazione.