Intervento conclusivo sul
Convegno genovese dedicato alla Poesia Civile. Ho
fortemente voluto questo Convegno sulla Poesia Civile e mi sono impegnata al
massimo per realizzarlo perché mi è parso importante e anche doveroso, da parte
dei poeti, farsi voce e coscienza della collettività in un momento di forte e
pericolosa deriva. Ho voluto quindi sollecitare i poeti e anche i possibili
lettori o uditori di poesia per invitarli a ritrovare un punto di convergenza -
la parola poetica in quanto espressione e comunicazione di un’emozione sociale
condivisa - da cui mi pare che da tempo gli uni e gli altri si siano sempre più
allontanati in direzioni sempre più divergenti. In anni recenti molti poeti o
aspiranti tali si sono dedicati a quelli che io chiamerei giochi di prestigio
letterari, “baloccandosi con le parole” come ho scritto in un brano del mio
poema Erano le ombre degli eroi e
scrivendo testi incomprensibili e aridi per il lettore comune, in una sorta di
solipsismo esasperato. Questo ha fatto sì che la poesia abbia perso quello che
fino ad alcuni decenni fa era il suo pubblico, diventando così la cenerentola dell’editoria
con tutte le conseguenze negative inevitabili in una società che dà rilievo
solo al profitto, quando invece una volta era proprio la poesia a essere
riconosciuta all’apice della creazione letteraria. Questo perché molti poeti si
limitano per lo più a una sorta di masturbazione mentale privata che non può
interessare nessuno e i lettori non possono più immedesimarsi in questi testi,
che si ergono irti di parole incomprensibili. La poesia sembra essere diventata
in molti casi una sorta di sfogo personale senza più nessun rapporto con la
società e con la Storia e la poesia civile aver perso l’importante ruolo che ha
sempre avuto nella nostra letteratura, a partire dalle voci fondanti di Dante e
Petrarca fino a Pasolini. Non a caso già nel secondo Novecento i cantautori
hanno preso nel cuore della gente il posto lasciato vuoto dai poeti, avendo,
loro sì, la capacità di interpretare le speranze, i sogni, le emozioni delle
persone, quello che una volta i lettori potevano chiedere alla poesia: che
esprimesse quello che loro sentivano senza essere in grado di esprimerlo.
Quanta grande poesia è nata, a cominciare da quella di Ungaretti, per fare solo
un esempio, dalla tragedia della Grande Guerra! La poesia del resto nasce storicamente
come voce di un popolo, come poesia epica, con i grandi poemi in cui una
collettività poteva riconoscersi e confermare le sue aspirazioni e le sue
origini. La nostra epoca invece è, in tutto, l’epoca di un individualismo malato,
di una razionalità astratta e distorta. Tanto da far collassare la realtà in
una sorta di delirio. Il territorio della poesia è invece quello che si collega
non al ragionare ma al sentire, ai flussi delle emozioni, alla visionarietà: la
poesia civile deriva appunto da quella antichissima poesia epica, e ancora oggi
è quella che canta i destini, le speranze, le vittorie, le sconfitte dei popoli
e in cui il destino individuale è emblema di un destino collettivo.
D’altra parte quello della poesia
civile non deve diventare nemmeno una sorta di manifesto politico. Può non
esserci differenza fra poesia civile e poesia politica , entrambe, come dice
giustamente Alfredo Panetta, hanno una stessa radice etimologica, la polis, la civitas, ma solo a patto che la poesia non diventi mai un comizio,
non dimentichi che il suo linguaggio dev’essere nutrito dalla musicalità, dal
ritmo, dall’immagine, dalla metafora, dall’allegoria, a patto che il poeta che
la scrive sia consapevole che sta creando un linguaggio particolare e diverso,
che non ha il compito di spiegare o di affermare un qualsiasi tipo di verità, ma
di trasmettere una visione. Il rischio che la poesia civile non sia vera poesia
è quello di tutta la poesia: quello cioè di diventare prosa e perdere così le
sue stimmate, che ne fanno un linguaggio salvifico. La poesia civile, come ogni
poesia, deve scendere dentro il nostro cuore come un magico elisir capace di farci
intravvedere una realtà profonda al di là della realtà apparente, di fare del
dolore un fertilizzante dell’anima, di accendere dentro di noi energie che non
sapevamo di avere e che possono portarci a stravolgere il mondo. Per questa sua
“pericolosità” molti poeti, che possiamo chiamare civili perché in loro un
popolo si è identificato e ha attinto forza, anche nei nostri tempi sono stati e
sono perseguitati in certi luoghi del mondo dove la poesia civile e politica
esercita ancora un’azione incisiva di resistenza collettiva. Anch’io ho assistito
di recente a letture di testi scritti da persone imprigionate, torturate e poi
uccise in diverse parti del mondo: testi spesso bellissimi per la loro profonda
verità, per aver trovato quel punto di incontro magico fra parola e realtà che
ci commuove e ci spinge a riflettere, ci fa sentire che, dentro, siamo vivi.
Perché la vita non è soltanto e tanto la vita fisica che ci anima e ci fa muovere,
ma piuttosto quell’essenza che trafigge anche la morte. Risvegliamo dunque la poesia a
essere, anche da noi, come dev’essere, straordinaria energia vitale espressa
attraverso il linguaggio, facciamone uno strumento spirituale che potrà
trasformarsi in arma materiale, ma arma del bene, non arma di guerra, ma forza
di pace in un momento in cui abbiamo bisogno di una grande energia per opporci a
ciò che ci vuole condizionare e distruggere, a una delle situazioni di più
grave pericolo che l’umanità abbia conosciuto. Mi auguro che questa mia iniziativa,
accolta con entusiasmo da alcuni poeti che stimo e apprezzo, aiuti a ridare,
anche in contesti fortunatamente meno drammatici di quelli di altri luoghi del
mondo, alla figura del poeta quel ruolo di coscienza civile e morale di una
società che ha avuto in passato. E questa ritrovata dignità del poeta aiuterà,
credo, anche a rifondare una ritrovata dignità dell’uomo, oggi tanto
minacciata, calpestata, e degradata. Questo è stato il mio sogno
nell’organizzare questo convegno, cui tanti sono accorsi con interesse, sì che
adesso si parla di dargli un seguito. E per questo ringrazio tutti coloro che hanno
partecipato, hanno contribuito, hanno reso questo progetto realizzabile e
ringrazio il pubblico che ha ascoltato e seguito con tanto viva partecipazione.