Appunti
dal genocidio di Gaza. Ezzideen
Shebab non è uno scrittore, non è un poeta, nemmeno uno storico o un
giornalista: non scrive per “narrare”, scrive solo per testimoniare, perché non
si perda la memoria, quella vera, senza retorica (ovvero, non quella in cui
l’Occidente si esibisce inventandosi coccodrilleschi “Giorni della memoria”,
dopo aver realizzato i crimini più orrendi!). C’è chi ha paragonato questo Diario
di un giovane medico (Mimesis Ed. 2026 pagg. 162, prefazione di Paola
Caridi), a: Se questo è un uomo di Primo Levi. Anch’egli non letterato,
non romanziere, testimoniò da scienziato l’orrore dei lager di cui fu vittima
in quanto ebreo e attivo antifascista. Ezzideen è a sua volta uno scienziato,
medico anziché chimico, e il suo punto di osservazione è strettamente, profondamente
legato alle sue responsabilità e impossibilità di medico “curante”. E questo “si
sa” giacché è noto che la popolazione della Striscia ha visto i propri ospedali
bombardati e messi in condizione di non poter più accogliere i vecchi e nuovi
malati, feriti, moribondi… Perché stupirsi? Come se bastasse sentir dire,
per poter dire di aver capito! No, questo diario non fa “scoop”, non si
cimenta nella pornografia dell’orrore che troppo spesso ci propinano i nostri
media. Al contrario, ci descrive (mentre l’autore lo descrive a se stesso) le
condizioni concrete in cui si trova a dover operare in quanto medico. Sta a chi
legge dedurne senso e giudizio. Fino ad aggiungere considerazioni che vanno al
di là del genocidio hic et nunc. Sì, perché il dott. Shebab ci testimonia come
questo massacro, perpetrato con armi (proibite!) di tutti i tipi, non comporta
solo i morti che di volta in volta si registrano, ma incide direttamente sulle
condizioni e sulla vita delle possibili (?) generazioni future. Leggiamo questa
pagina di diario riferita al 5 maggio
2025.
Ieri all’ospedale Al-Awda, nel nord di
Gaza, è venuta al mondo una bambina , e il mondo l’ha rifiutata. Non aveva il
cervello. Non nel senso poetico di innocenza o purezza, ma in senso anatomico,
letterale: anencefalia. Nessun cervello. Nessun pensiero futuro, nessun sogno, nessun
ricordo da creare. Un cranio senza scopo. È nata a termine. Sua madre l’ha
portata in grembo per nove lunghi mesi, tra notti ardenti e mattine struggenti,
tra polvere, dolore e sirene. E poi la nascita. Ma nessuna vita da salvare.
Solo silenzio. I medici erano impotenti, derisi dai limiti delle loro mani. Le
ho viste, persone di medicina, le cui dita esperte e sterili tremavano. Non per
la confusione, ma per la consapevolezza: danni teratogeni. Mancato sviluppo.
Difetti genetici, non casuali, ma generati dalla guerra. Le bombe non hanno
colpito solo gli edifici, ma anche i cromosomi. Le armi - d’acciaio, lucenti,
americane - sono cadute non solo per distruggere il presente, ma per corrompere
il grembo materno. Per avvelenare l’idea del domani. Come definiamo questo
orrore? Radiazioni? Diossine? Uranio
impoverito? Tossine invisibili che non uccidono subito, ma aspettano. Si
annidano, attraversano le pareti della placenta e deformano il tubo neurale. Distruggono
la vita prima ancora che abbia inizio. Ci sono altri casi. Aborti spontanei.
Nascite premature. Arti malformati. Palatoschisi più ampie del dolore. Midolli spinali
simili a pergamene rotte. I medici ora sussurrano che non si tratta di un caso
isolato. È uno schema. Uno studio della rivista “Lancet” mette in guardia da un
numero di vittime indirette che potrebbe raggiungere le 200.000, non a causa di
ferite da esplosione, ma per danni genetici trasmessi alle generazioni future.
Ma il mondo è sordo. Conta i morti per le esplosioni, non per le deformità. Conta
le vittime in base agli arti persi, non ai geni danneggiati. E qui, sotto le
macerie, la ferita più profonda è nell’utero. L’ho vista ieri. La madre. Non
piangeva. Si limitava a guardare. Aveva le braccia vuote. Aveva partorito una figlia
senza cervello. Ma la bambina aveva le ciglia. Le dita. Ed è questa la cosa più
terribile: che la vita ci aveva provato. Che il corpo obbediva. Che, anche
durante l’apocalisse, le cellule continuavano a costruire. Da qualche parte, un
altro bambino potrebbe nascere segnato dall’aria che sua madre ha respirato. E non
capiranno il perché. Dicono che la guerra finisce. Che il cessate il fuoco arriva.
Che la guarigione è possibile. Ma come può finire se vive nelle cellule? Quando
la placenta diventa un campo di battaglia? Quando la biologia diventa l’archivio
della guerra? Questa non è solo una guerra di fuoco e acciaio. È una guerra
contro la vita. Contro le donne. Contro l’atto stesso della nascita. Ho visto la morte, corpi lacerati,
polmoni che ansimano sotto le costole rotte. Ma mai ho sentito un silenzio così
forte come quello di una madre che partorisce un bambino già condannato dal
cielo che la sovrasta. E così scrivo. Non per accusare. Non per piangere. Ma
per ricordare. Perché alcune armi non esplodono. Si sviluppano”.E questa è una delle oltre 150 pagine
del diario.