LA COMUNITÀ NELLA MACHINA DEL DEBITO di
Francesco Siciliano Mangone
Appena
qualche mese fa, per Asterios è uscito di Velio Abati La guerra d’Argo e
altre cronache ultimo suo lavoro questo, dedicato al teatro; passione per
altro non secondaria nel suo progetto di scrittura. Anche se di primo acchito il titolo sembra indicare
una riproposizione della cultura antica, il teatro classico greco, vuole semmai
suggerire un sottile legame con la concezione del teatro “epico” di Brecht dove
questo è azione collettiva di corpi che si espongono. In cui la narrazione si
sporge fino a farsi riscrittura del reale, così che i corpi esposti si dispongono
a divenire altro: “comunità in azione” per uno svelamento, oltre la solitudine
della lettera (costretti, come si è, nel nostro tempo, a una vita contemplativa
segnata dal debito divenuto costrizione economica e strategia per una
subordinazione epistemica… farne, cioè, una colpa spirituale.
La scrittura in movimento del
Nostro si spinge a farsi sceneggiatura, nell’intenzione “motore”, non solo
“forma”, ma gesto politico che cambia, modifica. Ai contenuti dell’oralità si
aggiungono ulteriori sensi cinetici (l’esatto contrario dell’attuale virtualità
algoritmica) così da moltiplicare il tempo/spazio dell’attore che indica
e del fruitore costretto a decidere coinvolti insieme dalla drammaturgia
dei testi in un montaggio che è fatto di quadri cangianti con gli attanti che si
connettono e si scambiano. Come ne: L’ultimo giorno di vacanza, dove in conclusione
del dramma, le tre attrici dopo aver ripulito il palcoscenico da rovine, oggetti
sparsi, uscendo dalla parte degli spettatori, una delle tre, dal fondo della
sala, esclama, quale fosse uno spettatore stizzito: “Qualcuno si ricordi di
spegnerla”, riferito alla radio che, nella trama della pièce, è causa e
strumento di contraffazione ideologica. In questo modo, tutti i soggetti coinvolti
vivono una finzione che ripete ogni volta un inizio a stimolare la mente,
a compiere un’operazione di cominciamento, di stupore, ultimare una scelta sostanziale
e operare una sorta di prima “decolonizzazione dell’immaginario”.
Fin dall’inizio della raccolta,
proprio a margine della prima pièce Una sera di primavera (2013), nella
Nota al testo, l’autore scrive: “È qui la sofferenza per lo sperpero della
devastazione di energie e di vite umane consumate intorno a noi, ad opera di
altri uomini”.In questo contesto concettuale si muove il teatro di
Velio Abati. Ponendosi, quindi, l’obiettivo di emancipare il suo pubblico da un
inganno che si perpetua giorno dopo giorno, e bisogna farlo con Brecht, usando un’immagine
straniante (Verfremdung), una machina (come si direbbe nel teatro cinquecentesco)
questa volta per scoperchiare l’inganno con cui il sistema di potere dominante
presenta la realtà come orpello. Ecco allora l’uso o l’abuso dell’artificio strumentale
dei media nel mutare l’informazione facendone una manipolazione ideologica e
acconciare un pubblico servile, come ne L’ultimo giorno di vacanza (2012/2023), di cui appena detto, in cui una radio locale si mette a
disposizione di un politico da poco eletto, per sostenere e promuovere una
campagna di speculazione edilizia (pronta una cordata berlusconiana, forse) in
un presunto casolare abbandonato ma, in verità, abitato da tre donne (ninfe
forse (?), a protezione dei boschi) in luoghi ancestrali ricchi di diversità
biologica.
Nota: A questo punto, a parte meriterebbe
una riflessione sullo spazio costante che Abati riserva alla presenza femminile
sulle questioni che riguardano il tema etico della memoria e del bios/oikos (della
modalità olistica d’abitare la terra, della sua conservazione e di una
evoluzione di soggettività collettive armoniose, in un processo nichilistico che
conduce invece a una umanità reificata, estranea a se stessa). Difatti, nelle
sei opere presentate, in quattro di queste, primeggiano figure del mondo
femminile, quasi a indicare un ritorno di un matriarcato culturale. Personalità
potenti depositarie di profonda densità e identità, costruite su elementi della
vita concreta dei viventi incastonate, di volta in volta, in tempi storici
precisi, che modellano comportamenti e circostanze.
Oltre le due già citate pièce, in
altre due, Rosa, Una storia e Antigone vive, entrambe scritti
inediti; la prima delle due, quasi un monologo, con una pronipote che dismesso
per un attimo il suo cellullare, interroga la bisnonna Rosa, fonte di sapienza
genealogica, intenta a lavorare all’uncinetto; qua, gli strumenti del lavoro
connettono due tempi materiali che formano alla vita, allargando il discorso verrebbe:
strumentalità di cui l’umano dispone, e all’inverso in cui l’umano rimane ancillare
allo strumento. (A questo punto varrebbe la discussione sull’imperio della I.A.
e l’immensa quantità di speculazione finanziare che le gira intorno, a farne
una immensa bolla speculativa). Un dialogo che diventa racconto e apprendimento
intenso per Franca la giovane discendente. In Antigonevive,
Velio Abati compie una sovrapposizione tra l’azione tragica di Antigone (ineccepibile
figura epica e potenza narrante) per stigmatizzare l’eccidio dei Martiri
d’Istia, compiuto dai nazifascisti della famigerata Repubblica Sociale Italiana
nel 1944. Undici giovani fucilati presso Maiano Lavacchio (Gr) perché non si
presentarono alla chiamata alle armi, rei d’essere renitenti alla leva. Questione
di una attualità sorprendente, per una preparazione alla guerra che sta impegnando
in una azione sorprendentemente folle e autodistruttiva l’élite politica e di
comando del nostro Paese e dell’U.E. (nata, per altro, come strumento di
pacificazione mondiale).
Infine, La Guerra d’Argo,
l’opera centrale del lavoro di Abati, che dà, non solo il titolo alla raccolta,
ma ne rappresenta il piano ontologico all’interno del quale si sciolgono tutte
le circostanze narrate nel libro, ma allo stesso tempo si propone come
definizione d’una civiltà calante, nel suo tramonto (non è un caso che occidente
è il punto astrale dove il sole cala). L’Occidente, questa nostra civiltà che
continua ad ordire caos, separazioni e partizioni dopo una cinica stagione di “globalizzazione”,
colpevole di imporre la sua supremazia attraverso il reiterato rapporto neocoloniale
di credito/colpa. In questo dramma (presentato per la prima volta nel 2023),
l’autore traspone la vicenda dolorosa dello strangolamento di un popolo, le
classi più deboli, la Grecia del 2015, ad opera dall’Unione Europea, con
capofila la Germania in compagnia di FMI, BM e BCE, allestendola nella performance
della classicità del teatro antico, sull’identico default storico della
città di Argo, imposto questa volta dalla città di Atene, capofila dell’Unione
Ellenica - vicenda incastonata nella storica Guerra del Peloponneso di
Tucidide. Il tempo in questo caso è sempre paradossale (sempre prossimo a
negarsi), così che la guerra del Peloponneso, la morosità di Argo si ripete nel
vissuto dei contemporanei della Grecia di Tsipras.
Lo spazio del teatro di Velio
Abati è sempre la rappresentazione d’una comunità solidale o che tende ad
esserlo, questo ricorda le prime società tribali nella loro composizione mentre
si ponevano nella “ripetizione” di eventi sacri o quella dei contadini riuniti
nell’aia con rituali propiziatori o ancora dei cittadini della sorgente polis
nella cavea greca. Sempre una riunione di corpi senzienti/essenziali. Ora a
noi, gli attuali lettori fruitori, considerare/colmare il vuoto veritativo che tutt’ora
incombe sulle nostre vite con lo strangolamento esercitato dalla tecnica del
debito/colpa, quale fosse una maledizione trascendente, per sua natura
indefinibile.