Non crediate che siano solo i politici ad essere maestri di
malignità e di battute salaci nei confronti dei propri avversari. Ne conosciamo
di quelle pronunciate da prìncipi e da re già dalla più lontana antichità, ma
anche venendo a tempi a noi più vicini, non ne hanno lesinato capi di Stato e
primi ministri; graduati del mondo militare e alti porporati, tanto che se ne
potrebbe stilare una vera e propria corposa antologia. I politici ci hanno
spiazzati soprattutto perché spesso e volentieri non si sono limitati agli
avversari o ai nemici, ma hanno preso di mira persino compagni di partito semplicemente
perché appartenenti a “correnti” differenti. Dossettiani, andreottiani,
fanfaniani, morotei, dorotei… il vecchio e storico partito della Democrazia
Cristiana nel corso della sua lunga esistenza ha prodotto un ricco intreccio di
correnti e i suoi leader non si sono risparmiati fendenti verbali al
curaro, a volte più micidiali di quelli di un vero e proprio affilato stiletto.
I letterati e gli intellettuali non sono da meno, e anche i più insospettati di
loro si sono appioppati nomignoli tutt’altro che leggeri e benevoli. Hanno
coniato battute sferzanti e feroci riferite agli aspetti fisici, alle
inclinazioni personali, e addirittura ai titoli delle loro opere. Prendiamo ad
esempio un famoso scrittore romano: da bambino fu colpito da tubercolosi
osteo-articolare che gli procurò una invalidante zoppia. Gli amici letterati,
che pure ne ammiravano il valore, cinicamente gli affibbiarono il nomignolo di amaro
Gambarotta. Un mio carissimo amico, che i letterati li frequentava
assiduamente, mi confidò che per la sua magrezza lo definivano l’osso nella
manica. Lo aveva saputo da uno dei letterati del suo giro. Il titolo del
romanzo di Carlo Cassola Il superstite, fu ribattezzato Il
superstitico; quello della scrittrice Elsa De Giorgi I coetanei,
divenne I coitanei; e chi lo coniò è un nome talmente insospettabile e
famoso che se ve lo rivelassi ne rimarreste sorpresi. A un poeta vivente
abbastanza in vista, non è andata meglio di Orazio che, com’è noto, veniva definito:
porcello del
gregge di Epicuro. Il nostro viene indicato con il nomignolo di: il Vate
malignamente modificato dai detrattori in: il Water. Un amico critico
d’arte e poeta di definizioni me ne rivelò una discreta quantità. Ad un noto
pittore piuttosto aitante avevano affibbiato questi connotati: una testa di
Cassio su una faccia di Bruto. Come si può vedere, le allusioni ironiche ai
nomi cassio e bruto, qui usati come aggettivi denigratori, non
vogliono nasconderci nulla del loro perfido intento.