Il mondo sta per ricordare i 250
anni dell’indipendenza USA evocando il fantasma del 4 luglio 1776 nel pieno
dell’epoca trumpiana. Cosa resta allora di quel tentativo effettuato
oltreoceano di costruire una nuova forma di stato e di governo fondate su di un
esperimento democratico in quel momento senza precedenti al mondo? Abbiamo
vissuto tutto l’arco di tempo intercorrente tra la fine della seconda guerra
mondiale ad oggi, abbiamo vissuto la contrapposizione della guerra fredda e la
successiva illusione della “fine della storia” con l’assunzione da parte degli
USA del ruolo di “gendarme del mondo”, abbiamo introiettato il “way of life”
fondato sul consumismo e l’individualismo, fenomeni che hanno “sfrangiato” la
nostra identità culturale e sociale allontanando l’idea di una solidarietà di
massa quale avevamo vissuto nei 30 gloriosi, è stata ridotta a simulacro la
struttura degli impianti istituzionali. Adesso gli USA appaiono sulla via di un
nuovo pericoloso destino imperiale fondato sulla tecnocrazia e la guerra. Negli
USA e nel mondo comandano i signori dell’high-tech che stanno trasformando
l’idea stessa dello Stato come l’abbiamo conosciuta dalle settecentesche
rivoluzioni borghesi in avanti.
Una
democrazia ridotta al dominio della “proprietà privata”. Negli stessi USA,
terra delle grandi contraddizioni, sta però avanzando un risposta nuova fondata
su una ipotesi di socialismo democratico capace di coniugare l’insieme delle
fratture che la modernità ci sta imponendo intrecciandosi con quelle
“classiche” di derivazione dall’analisi marxista delle relazioni di classe. Non
possiamo rimanere inerti e passivi di fronte a questa ipotesi di scontro tra
l’imperialismo tecnocratico che punta direttamente a dominare il mondo e un’idea
di socialismo che sembra misurarsi su di una sorta di “nuova democrazia
diffusa” fondata sui bisogni e la gestione alternativa a quella capitalistica
delle derive sociali in atto. Questa ipotesi di socialismo democratico
contrasta anche con quella “sinistra liberale” che, all’inizio di questo secolo
aveva concesso tutto all’idea del profitto e dello sfruttamento. Una sinistra
“liberal” che aveva usato le armi della destra fino al punto di spalancare le
porte a quell’egemonia tecnocratica fondata sull’accumulazione di ricchezza
quale fattore di potere assoluto dei cui effetti stiamo assistendo con
spavento, nell’apparente incapacità collettiva di pensare soltanto a un qualche
meccanismo di regolazione. Gaza ha dato il segno dell’impotenza delle cosiddette
“democrazie liberali” ormai tagliate fuori anche da qualsiasi ipotesi di
compromesso, di trattativa, di intervento concreto. Il documento adottato nel luglio
1776 dai padri fondatori del nuovo stato conteneva una triplice valenza di
proclamazione dei diritti naturali dell’uomo, dei fini generali dell’azione di
governo e di atto d’accusa nei confronti del Re (sfidando la “lesa maestà” che
pure vigeva anche in una monarchia non assoluta come quella britannica). La
dichiarazione fu però importante anche come atto politico perché accelerò la
costituzione di nuovi governi in grado di occupare gli spazi vacanti dopo la
scomparsa delle ultime vestigia dell’autorità imperiale.
Oggi il socialismo
democratico si trova nuovamente a dover fare i conti con un rinnovamento
dell’imperium. In quel 1776 attraverso la redazione di documenti costituzionali
di impronta repubblicana e popolare e di dichiarazioni dei diritti dei
cittadini si sarebbe avviato il complessivo riesame di concetti come
rappresentanza, consenso, costituzione, diritti, sovranità e l’avvio di una
riflessione originale in fatto di organizzazione dello Stato, che nel caso
specifico assunse la veste federale. La forma scelta fu quella repubblicana:
oggi proprio sulla forma repubblicana (anche rispetto a quella particolare
delineata nella Costituzione italiana) andrebbe appuntata la nostra attenzione
mentre sono in atto molteplici tentativi, da diverse parti, di porla
radicalmente in discussione: Trump è soltanto la punta dell’iceberg di un
movimento profondo che punta a scindere libertà e democrazia e affermare nuove
logiche di dominio. Per cercare di contrastare questa deriva forse vale la pena
di tornare a pensare di riuscire a tenere assieme socialismo e democrazia in
una sintesi che tenga conto dei limiti imposti dal vorticoso processo di nuova
dimensione delle relazioni sociali, politiche, culturali, tecniche che stanno
imponendosi mentre gli USA ricordano i loro 250 anni.