In ogni
cortile del mio Sud, in passato, esisteva una norma che nessuno metteva in
discussione: il fico che cresce nel cortile non si abbatteva mai. Si diceva che
portava fortuna e che la sua ombra proteggeva la casa, che l’albero faceva
parte della famiglia allo stesso modo che la famiglia apparteneva all’albero. Fico, albero mediterraneo per eccellenza e i suoi frutti dolci, morbidi, delicatissimi,
uno dei simboli più autentici della cultura pugliese: ogni morso, un sapore
antico di secoli, un sapore che era anche il segnale che l’estate cominciava e
sarebbe durata fino ad un punto certo; fino a quando i frutti sarebbero rimasti
sui rami e sarebbero durate quelle foglie così grandi da sembrare orecchie.
Servivano all’estate, per ascoltare le voci degli uccelli, delle cicale sfinite
dal caldo, il ronzio delle api e delle vespe, assetate di dolcezza. Quella
chioma, cosi densa, donava un’ombra parziale, ma essenziale, al suolo
sottostante, ne riduceva l’evaporazione e calmava la sete degli orti che, senza
di lei, avrebbero chiesto tanta acqua, sempre così preziosa per il nostro sud.
Così se ne ricorda Diego Valeri: Laggiù
al paese, nell’orto, / i miei mattini erano sul fico / largo di foglie, bruno,
chiazzato / di neri frutti. Mi nascondevo nel folto / del grande albero amico…
/ Ogni tanto coglievo / un frutto, che gemeva latte / dal picciolo spezzato…
Tutti frutti, uno più bello e
buono dell’altro, tanto da mettere in difficoltà su quale scegliere per
assaporarne il sapore. Questa incertezza, nella scelta, viene metaforicamente
ricordata dalla grandissima poetessa Sylvia Plath in unpasso del suo romanzo La Campana di Vetro. “Vidi
la mia vita diramarsi da vanti a me come il verde albero di fico… E vidi me
stessa seduta alla biforcazione dell’albero, che morivo di fame per non sapere
quale fico cogliere. Li desideravo tutti allo stesso modo, ma sceglierne uno
significava rinunciare per sempre a tutti gli altri e mentre me ne stavo lì,
incapace di decidere, i fichi incominciarono ad avvizzire e annerire, finché
uno dopo l’altro si spiaccicarono a terra ai miei piedi”.
Ma noi sappiamo anche che, però, poi, da fine giugno, per tutto il mese di
luglio e d’agosto, fino alle prime piogge di settembre, nasce il fiorone, a
cercare di saturare la voglia del fico, il primo prodotto già assaggiato.
Frutto pieno d’una voluttuosa morbidezza e di una peccaminosa dolcezza (forse
causa per Adamo ed Eva della perdita del Paradiso terrestre, più che la mela).
E siamo, dunque, così nell’estate del mio paese di Puglia. Piena di sole,
calda, colma di luce e profumi tutti suoi particolari, di foglie ed erbe che
danzano contente, lievi al mattino, sotto una brezza di sale, e ansanti nel
pomeriggio della controra, se baciate dal secco favonio. Fra le cicale
impazzite, i passeri cercano l’acqua e l’ombra, come fanno migliaia di persone
che si avviano per andare a refrigerarsi con un bagno in mare o soltanto anche
a stare sulla riva in contemplazione delle onde. Per raggiungere la battigia,
un ultimo sforzo è richiesto: scendere le scale costruite sulla falesia. Qui
accade allora l’incontro.
All’inizio delle scale è facile incontrare l’albero,
l’albero generoso, il fico, che offre a chi passa quel sentimento che tra gli
esseri umani si sta perdendo: la dolcezza. Perché dolce è la forma dei frutti,
dolce il loro profumo, dolcissimo il loro sapore, perché è dolce questo loro
offrirsi spontaneamente, dicendo siamo
qui per voi, e questo invito, così discreto e disinteressato, ci fa star
bene, come fa stare bene una vera amicizia. Quegli alberi, ancora oggi, come in
passato, li incontriamo anche sui bordi delle nostre strade di campagna. I
contadini di una volta, si fermavano a raccoglierne qualche frutto per
dissetarsi, quando a bordo dei loro carretti si recavano o tornavano dal
lavoro. E loro, i fichi, sono ancora lì, vicino ai muretti a secco; continuano
ad essere il simbolo di una ospitalità spontanea, che non distingue tra ricchi
e poveri, tra cittadini e viandanti.
Sono esseri viventi, che non hanno parole,
ma offrono ciò che cresce, senza possedere nulla, vivendo e donando quello che
forse c’è di più prezioso al mondo, e che così spesso dimentichiamo: la
dolcezza. Mi chiedo allora: perché in tanti secoli non abbiamo imparato da loro,
che con la dolcezza si costruisce un mondo di bene, di amore, di amicizia e si
erigono barriere contro la paura della morte? Questo albero, che ha con sé la
storia, la filosofia, la bellezza del mediterraneo greco, ci insegna che, chi
vive accanto a noi, con la sua dolcezza, può sempre essere un compagno per ogni
solitudine. Anche se spesso non dovesse riuscire a cancellarla, può sempre
aiutarci a trasformarla.