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domenica 26 luglio 2026

UNA DOLCEZZA D’ESTATE
di Zaccaria Gallo
 


In ogni cortile del mio Sud, in passato, esisteva una norma che nessuno metteva in discussione: il fico che cresce nel cortile non si abbatteva mai. Si diceva che portava fortuna e che la sua ombra proteggeva la casa, che l’albero faceva parte della famiglia allo stesso modo che la famiglia apparteneva all’albero. Fico, albero mediterraneo per eccellenza e i suoi frutti dolci, morbidi, delicatissimi, uno dei simboli più autentici della cultura pugliese: ogni morso, un sapore antico di secoli, un sapore che era anche il segnale che l’estate cominciava e sarebbe durata fino ad un punto certo; fino a quando i frutti sarebbero rimasti sui rami e sarebbero durate quelle foglie così grandi da sembrare orecchie. Servivano all’estate, per ascoltare le voci degli uccelli, delle cicale sfinite dal caldo, il ronzio delle api e delle vespe, assetate di dolcezza. Quella chioma, cosi densa, donava un’ombra parziale, ma essenziale, al suolo sottostante, ne riduceva l’evaporazione e calmava la sete degli orti che, senza di lei, avrebbero chiesto tanta acqua, sempre così preziosa per il nostro sud. Così se ne ricorda Diego Valeri: Laggiù al paese, nell’orto, / i miei mattini erano sul fico / largo di foglie, bruno, chiazzato / di neri frutti. Mi nascondevo nel folto / del grande albero amico… / Ogni tanto coglievo / un frutto, che gemeva latte / dal picciolo spezzato…



Tutti frutti, uno più bello e buono dell’altro, tanto da mettere in difficoltà su quale scegliere per assaporarne il sapore. Questa incertezza, nella scelta, viene metaforicamente ricordata dalla grandissima poetessa Sylvia Plath in unpasso del suo romanzo La Campana di Vetro. Vidi la mia vita diramarsi da vanti a me come il verde albero di fico… E vidi me stessa seduta alla biforcazione dell’albero, che morivo di fame per non sapere quale fico cogliere. Li desideravo tutti allo stesso modo, ma sceglierne uno significava rinunciare per sempre a tutti gli altri e mentre me ne stavo lì, incapace di decidere, i fichi incominciarono ad avvizzire e annerire, finché uno dopo l’altro si spiaccicarono a terra ai miei piedi.

 


Ma noi sappiamo anche che, però, poi, da fine giugno, per tutto il mese di luglio e d’agosto, fino alle prime piogge di settembre, nasce il fiorone, a cercare di saturare la voglia del fico, il primo prodotto già assaggiato. Frutto pieno d’una voluttuosa morbidezza e di una peccaminosa dolcezza (forse causa per Adamo ed Eva della perdita del Paradiso terrestre, più che la mela). E siamo, dunque, così nell’estate del mio paese di Puglia. Piena di sole, calda, colma di luce e profumi tutti suoi particolari, di foglie ed erbe che danzano contente, lievi al mattino, sotto una brezza di sale, e ansanti nel pomeriggio della controra, se baciate dal secco favonio. Fra le cicale impazzite, i passeri cercano l’acqua e l’ombra, come fanno migliaia di persone che si avviano per andare a refrigerarsi con un bagno in mare o soltanto anche a stare sulla riva in contemplazione delle onde. Per raggiungere la battigia, un ultimo sforzo è richiesto: scendere le scale costruite sulla falesia. Qui accade allora l’incontro. 



All’inizio delle scale è facile incontrare l’albero, l’albero generoso, il fico, che offre a chi passa quel sentimento che tra gli esseri umani si sta perdendo: la dolcezza. Perché dolce è la forma dei frutti, dolce il loro profumo, dolcissimo il loro sapore, perché è dolce questo loro offrirsi spontaneamente, dicendo siamo qui per voi, e questo invito, così discreto e disinteressato, ci fa star bene, come fa stare bene una vera amicizia. Quegli alberi, ancora oggi, come in passato, li incontriamo anche sui bordi delle nostre strade di campagna. I contadini di una volta, si fermavano a raccoglierne qualche frutto per dissetarsi, quando a bordo dei loro carretti si recavano o tornavano dal lavoro. E loro, i fichi, sono ancora lì, vicino ai muretti a secco; continuano ad essere il simbolo di una ospitalità spontanea, che non distingue tra ricchi e poveri, tra cittadini e viandanti. 



Sono esseri viventi, che non hanno parole, ma offrono ciò che cresce, senza possedere nulla, vivendo e donando quello che forse c’è di più prezioso al mondo, e che così spesso dimentichiamo: la dolcezza. Mi chiedo allora: perché in tanti secoli non abbiamo imparato da loro, che con la dolcezza si costruisce un mondo di bene, di amore, di amicizia e si erigono barriere contro la paura della morte? Questo albero, che ha con sé la storia, la filosofia, la bellezza del mediterraneo greco, ci insegna che, chi vive accanto a noi, con la sua dolcezza, può sempre essere un compagno per ogni solitudine. Anche se spesso non dovesse riuscire a cancellarla, può sempre aiutarci a trasformarla.