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domenica 26 luglio 2026

ODE DELLA BELLEZZA
di Chicca Morone
 

Tomaso Kemeny

Fight for Beauty” è il celebre grido di battaglia e manifesto mitomodernista del poeta e critico letterario Tomaso Kemeny. Tomaso è stato un Grande non solo come letterato, ma come Uomo che ha saputo combattere qualunque forma di violenza, con lo spessore intellettuale di chi ne conosce l’inutilità: dall’invasione dell’Ungheria dei carri armati russi con una fuga a otto anni insieme alla bellissima madre, il padre adottivo e i soli passaporti; alla battaglia, un po’ meno cruenta, contro la perdita dei valori etici spirituali e nelle relazioni umane in ambito letterario. All’alba degli anni Novanta ha proposto un nuovo modello culturale, fatto di scritti ma soprattutto di presenza fisica in occasioni in cui non c’era la sola lettura di testi, ma la volontà di risvegliare quegli animi che denotavano già la tendenza all’assuefazione al trash, al non armonico, indotta spesso dalle linee editoriali volte al semplice rendimento delle loro case editrici. 
Una proposta rivoluzionaria in cui la Bellezza e il Mito sono diventati “strumenti per risanare la natura e difendere la dignità umana nell'era moderna”.
La rivalutazione della poesia e dell'arte, non più come entità astratte, ma strumenti determinanti per interpretare i conflitti del mondo, in un mondo decadente da un punto di vista animico, dove guerre e sopraffazioni erano già ben presenti.
Così è nato il Mitomodernismo per volontà della triade Giuseppe Conte, Stefano Zecchi e Tomaso Kemeny: una schiera di poeti che in questi trent’anni si sono più o meno affermati, li ha seguiti vivendo in loro il ruolo di “capitano”.
Restano celebri le incursioni artistiche per liberare la Poesia dai presupposti accademici e coinvolgere la gente con la forza delle idee libere da strutture cattedratiche o erudizioni limitanti: dal battesimo sul sagrato di Santa Croce a Firenze, alla presa dell’ermo colle leopardiano, alla lettura davanti alla Borsa Valori di Milano... e molte altre occasioni; una militanza mai esaurita, vivace e dirompente.


Tomaso Kemeny e Chicca Morone

Pochi i giornali che ne hanno parlato: il Mito è “di destra” veniva ripetuto per demonizzare quello che nel migliore dei casi gli addetti ai lavori non capivano, nel peggiore per tenere lontano le persone dalle proprie radici: se infatti iniziassimo a studiare veramente le dinamiche tra gli dei e gli uomini, forse non ci lasceremmo travolgere da una serie di orrori perpetrati da quella élite che oggi è convinta di potersi sostituire a Dio.  
Il problema vero è che abbiamo perso l’attenzione, che siamo continuamente sollecitati da suoni, immagini e avvenimenti che ci portano a non soffermarci, a non creare il collegamento con il nostro pensiero più profondo: da qui il sentimento di non completezza, la pulsione a immaginare qualche altra meta da raggiungere.
“L’attenzione, nel suo grado più elevato, e la preghiera sono la stessa cosa” (Simone Weil, Quaderni 2 – p.120) rende perfettamente l’idea del perché la crisi delle religioni sia così evidente nei nostri giorni: spesso non sappiamo connetterci a chi ci sta di fronte nella realtà oggettiva, prefigurando una risposta al suo discorso, elaborando quello che recepiamo dalle parole che ci giungono; figuriamoci se è possibile avvicinarci al contatto col divino che prevede attenzione e silenzio come unico luogo di nutrimento per l’anima.  
Tomaso Kemeny aveva sottolineato, in uno dei cinque punti essenziali del suo Manifesto, l’importanza della “liberazione dell’energia creativa del linguaggio simbolico”, prevedendo quello che sarebbe successo con l’Intelligenza Artificiale, dove il computer assembla le parole senza conoscerne il valore simbolico. Non a caso l’uso consolidato dei vari like e contrazioni delle parole sui social ha formato una generazione di persone dal vocabolario limitato, in stretta relazione con la notizia oramai conclamata che in Italia il Q.I. si è abbassato dal 2012 a oggi perdendo ben 6 punti intellettivi medi. L'automazione e il rapido accesso alle soluzioni grazie ai sistemi informatici, i quali non sollecitano certo l'ingegno umano è una delle cause di questo processo involutivo.



Inoltre “Combattere il brutto, sia come forma artistica che come declinazione del comportamento umano” dovremmo averlo come nostro credo dal risveglio al mattino fino al momento in cui sprofondiamo tra le braccia di Morfeo: non lasciarci invadere da atteggiamenti e comportamenti altrui volti alla disgregazione, all’annichilimento del nostro essere. Certo non è possibile per noi fermare il genocidio che sta avvenendo a Gaza, non possiamo fermare i droni che colpiscono le case dei Palestinesi e bloccare i lanciafiamme con cui i soldati bruciano vivi bambini in culla e le loro madri; non possiamo evitare che vengano spedite armi in Ucraina senza sapere che fine facciano, visto il livello di corruzione del loro governo: assistere ai video in cui i reclutatori di giovani da mandare al macello vengono assaliti dai passanti esasperati da una guerra che ha solo distrutto un popolo per arricchire commercianti di armi e la loro classe politica composta per la maggior parte da askenaziti, non ci rende sereni sicuramente.   
È per questo che “Creare poesia come forza vitale che muove persone, animali e cose” è un impegno che dal nostro Maestro abbiamo continuato a seguire anche quando nello scorso novembre Tomaso Kemeny ha lasciato il corpo, ma non il ricordo. Un uomo di una dolcezza disarmante, non remissivo ma pronto al combattimento intellettuale ovunque vedesse calpestata la dignità umana e la sopraffazione. Figlio di un eroe di guerra (partito volontario e morto nell’assedio di Stalingrado lasciando il figlio di 4 anni) e di un’aristocratica dalla bellezza unica ha ricevuto nel bagaglio cromosomico tutte le caratteristiche per restare fra noi, un personaggio che ha riassunto le figure di padre fratello e anche figlio (quando compiva qualche malefatta).