La violenza di Stato non è semplicemente un virus importato
dagli USA e il suo inizio, nell’Italia Repubblicana, non data a partire dal
massacro della scuola Diaz (Genova 2001). Tralasciamo la storia del terrorismo
(dal 1969 in avanti) irta di complicità, depistaggi, violazione della legalità
e sorvoliamo anche sui diversi tentativi di colpo di stato e su Gladio. Ci
siamo concentrati invece sulla repressione delle lotte operaie e contadine
attuata nell’immediato dopoguerra. Riassumendo e limitandoci agli eventi più
importanti e tralasciando anche i tanti interventi polizieschi in ogni
occasione di sciopero operaio nella difesa dei posti di lavoro nella fase di
riconversione dell’industria bellica protrattasi dal 1945 al 1960 e anche
oltre: Mentre le sinistre erano impegnate
nella elaborazione della Costituzione Repubblicana le lotte operaie e contadine
rivolte a reclamare migliori condizioni di vita in situazioni veramente
tragiche dal punto di vista dei diritti fondamentali e della stessa
sopravvivenza materiale furono compiute alcune stragi che non possono essere
dimenticate:
Portella della Ginestra 1° maggio 1947:fu un eccidio commesso in località Portella della Ginestra in provincia di Palermo il 1° maggio 1947 da parte della banda criminale di Salvatore Giuliano che sparò contro la folla riunita
per celebrare la festa del lavoro provocando undici morti e numerosi
feriti. I motivi per cui venne compiuto e, nei giorni successivi, vennero
assaltate sedi dei partiti di sinistra e delle camere del lavoro della zona risiedono, oltre alla dichiarata avversione del
bandito nei confronti dei comunisti, anche nella volontà dei poteri mafiosi,
dell'autonomismo siciliano e delle forze reazionarie di mantenere i vecchi
equilibri nel nuovo quadro politico e istituzionale nato dopo la seconda guerra
mondiale e, nonostante non siano mai stati individuati i mandanti, sono certe
le responsabilità degli ambienti politici siciliani interessati a intimidire la
popolazione contadina che reclamava la terra e aveva votato per il Blocco del Popolo nelle elezioni del 1947.
Melissa.La strage di
Melissa o eccidio di Fragalà fu un episodio del 29
ottobre 1949 verificatosi a Melissa nel quale persero la vita Francesco Nigro, Giovanni Zito e Angelina Mauro. Nell'ottobre
del 1949 i contadini calabresi marciarono
sui latifondi per chiedere con forza il rispetto
dei provvedimenti emanati nel dopoguerra dal ministro dell'Agricoltura Fausto Gullo e la concessione di parte delle terre lasciate incolte dalla
maggioranza dei proprietari terrieri. Interi paesi parteciparono a questa
mobilitazione che vide circa 14 mila contadini dei comuni orientali delle
province di Cosenza e Catanzaro scendere in pianura. Chi a piedi, chi a cavallo, con donne e
bambini e gli attrezzi da lavoro, quando giunsero sui latifondi segnarono i
confini della terra e la divisero, iniziando i lavori di preparazione della
semina. Irritati per questa ondata di occupazioni alcuni parlamentari calabresi
della Democrazia Cristiana si recarono a Roma per chiedere un intervento della polizia al Ministro
dell'Interno Mario Scelba. I reparti della Celere si recarono quindi in Calabria e uno di loro si stabilì a Melissa (oggi provincia di Crotone) presso la proprietà del possidente
del luogo, barone Berlingeri, del quale i contadini avevano occupato il fondo
detto Fragalà. Questo fondo era stato assegnato dalla legislazione napoleonica del 1811 per metà al Comune, ma la famiglia Berlingeri, nel tempo, lo
aveva occupato abusivamente per intero. La mattina del 30 ottobre 1949 la polizia entrò nella tenuta e cercò di scacciare i contadini
occupanti con la forza.
Montescaglioso: 21 marzo 1950,data impressa
nella memoria storica di tutto il Vastese: Nicola Mattia e Cosmo Mangiocco
furono uccisi dai colpi di un appuntato dei carabinieri davanti al municipio.
Tornavano, insieme a tanti concittadini, dallo sciopero alla rovescia:
al grido di pane e lavoro costruivano la strada di collegamento con la
Statale Trignina sopperendo ai ritardi del governo dell'epoca. Un evento
drammatico che ebbe risonanza in tutta Italia e che diede vita a imponenti
manifestazioni di protesta da Nord a Sud.
Modena: 9 gennaio 1950.Verso le dieci del mattino del 9 gennaio una decina di
operai giunse ai cancelli delle Fonderie Riunite, le quali erano circondate di
carabinieri armati. All'improvviso un carabiniere sparò un colpo di pistola in
pieno petto al trentenne Angelo Appiani, che morì sul colpo. Subito dopo, dal
tetto della fabbrica i carabinieri aprirono il fuoco con le mitragliatrici
verso via Ciro Menotti contro un altro gruppo di
lavoratori, che si trovavano al di là del passaggio a livello sbarrato in
attesa dell'arrivo di un treno, uccidendo Arturo Chiappelli e Arturo Malagoli e
ferendo molte altre persone, alcune in maniera molto grave. Dopo circa trenta
minuti, in via Santa Caterina l'operaio Roberto Rovatti, che portava al collo
una sciarpa rossa, venne circondato da una squadra di carabinieri, buttato
dentro ad un fossato e linciato a morte con i calci dei fucili. Infine, giunse
in via Ciro Menotti un blindato T17 che iniziò a sparare sulla folla, uccidendo
Ennio Garagnani. Appena appresa la notizia della strage, i sindacalisti della
Cgil iniziarono ad avvisare, con gli altoparlanti montati su un'automobile, i
manifestanti di spostarsi verso piazza Roma. Tuttavia, verso mezzogiorno, un
carabiniere uccise con il fucile Renzo Bersani, il quale stava attraversando a
piedi l'incrocio posto alla fine di via Menotti, posto a oltre 100 metri dalla
fabbrica. Il
bilancio della giornata fu di 6 morti tutti iscritti al PartitoComunista, 200 feriti e 34 arrestati con
l'accusa di resistenza a pubblico ufficiale, radunata sediziosa, e attentato alle libere istituzioni. Il bilancio di quegli anni, tra il
1947 e il 1950, segnati dalle lotte operaie e contadine e dalla feroce repressione
poliziesca è il seguente: furono condannati 15.249 operai in gran parte
iscritti al PCI o al PSI per un totale di 7.598 anni di carcere. Si è ormai persa la memoria dei lutti, dei sacrifici, dell’impegno posto
dalla classe operaia, dai contadini e dalle loro famiglie che vivevano in
condizioni oggi inimmaginabili nel periodo della riconversione dell’industria
bellica, dell’attuazione della deboleriforma
agraria, della ricostruzione delPaese
dalle macerie della guerra. Lutti, sacrifici, privazioni affrontati sempre con
grande dignità “di classe”. I partiti della sinistra storica e la CGIL, seppero
rappresentare sul piano politico e sociale proprio quei lutti, quei sacrifici,
quelle indescrivibili privazioni in una Italia povera, senza strade e ferrovie,
con le case materiali bombardate e distrutte dando a essavoce e rappresentanza.
5luglio 1960. La strage di Reggio
Emilia è stato un fatto di sangue avvenuto il 7 luglio 1960nel corso di una manifestazione sindacale durante la quale
cinque operai reggiani, i cosiddetti morti di Reggio Emilia, Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi,
Marino Serri e Afro Tondelli, tutti iscritti al PCI, furono
uccisi dalle forze dell'ordine. Nei giorni
successivi si registrarono altre uccisioni in Sicilia.Quelle stragi furono l'apice di un
periodo di alta tensione in tutta l'Italia. I fatti scatenanti furono la
formazione del governo Tambroni, monocolore democristiano con il determinante appoggio esterno del MSI (partito rappresentativo dei reduci della Repubblica di Salò e
diretto progenitore dell’attuale Fratelli d’Italia), e l'avallo della scelta di Genova (città partigiana, già medaglia d'oro della Resistenza) come sede del congresso del partito missino. Le reazioni d'indignazione furono molteplici e la tensione in
tutto il paese provocò una grande mobilitazione popolare.L'allora presidente del Consiglio, Fernando Tambroni, diede libertà di
aprire il fuoco in "situazioni di emergenza" e alla fine di quelle
settimane drammatiche si contarono undici morti e centinaia di feriti. Queste
drammatiche conseguenze avrebbero costretto alle dimissioni il governo aprendo
la strada al governo Fanfani “delle convergenze parallele” e successivamente al
centro-sinistra. Al momento del varo del primo governo organico di centro-sinistra
Nenni titolò su l’Avanti “Da oggi l’Italia è più libera”. È il caso di
ricordare su quanti lutti e sacrifici della classe operaia, dei contadini,
delle donne e degli uomini che trassero fuori l’Italia dalle macerie del
dopoguerra fosse costruito quel più libera: si apriva la fase del boom
economico che avrebbe portato al 1968 e ad un cambio di marcia, non meno
tragico, della violenza di Stato.