Cala ancora la produzione
industriale Mentre il
circo massmediologico che segue l’analogo spettacolo circense offerto dal bel
mondo della politica italiana appare del tutto concentrato sulle chat di tal Delmastro
o sulle mascherine di tal Conte, il “Corriere della Sera” (che un tempo era il
quotidiano dell’Assolombarda) relega nel settore “economia” (pagina 30) con un
fondino laterale la notizia più importante della giornata “Cala ancora la
produzione industriale”. Nel mese di giugno 2026 la produzione industriale è
calata dell’1% rispetto a maggio e dello 0,6% su base annua. I dati scomposti
fanno ancora crescere la preoccupazione: infatti se aumenta la produzione di
energia dello 0,8% su base mensile e dell’1,7% su base annua, calano i beni di
consumo (-0,7%), i beni intermedi (-0,9%) e soprattutto i beni strumentali con
un secco -2,1 tra giugno e maggio. Su base annua cresce la
produzione di autoveicoli e - in misura minore -quella farmaceutica e alimentare.
Secco calo per la produzione tessile. La maggior produzione di energia è
giustificata dal fatto che l’Italia rimane il maggior produttore siderurgico da
forno elettrico : alle prese con la vicenda ILVA di Taranto, nell’incertezza
del ruolo dello Stato e del possibile spacchettamento degli impianti tra Novi e
Cornigliano, la produzione siderurgica che ci ostiniamo a considerare
strategica soffre oltre alla volatilità dei prezzi energetici ovviamente anche
del contesto geopolitico e della transizione dei meccanismi di regolazione del
carbonio. Appare stabile l’andamento della produzione di alluminio che si basa
essenzialmente sul riciclo da cui deriva interamente la produzione in Italia
(con un tasso di recupero del 92% per le lattine) destinata soprattutto agli
imballaggi: questo elemento (oltre alla criticità relativa al costo
dell’energia comune agli altri settori industriali) a una serrata concorrenza
internazionale per l’acquisizione dei rottami da riciclare. Al riguardo della
produzione elettromeccanica, concentrata quasi esclusivamente al Nord e molto
dipendente dalla produzione tedesca : dai dati 2025 , l’elettrotecnica e
l’elettronica mostrano andamenti in
controtendenza rispetto alla media del manifatturiero italiano. Con riferimento
alla produzione industriale, il comparto segna +2,2%,
con fatturato totale che registra un leggero aumento (+0,9%)
ma rispetto alla media manifatturiera il saldo è -3,7%. “Nella
media dell’industria manifatturiera la contrazione del fatturato è evidente sia
sul mercato interno che su quello estero” commentava la
federazione di categoria in una nota stampa. A fronte di una sostanziale
stabilità per la domanda interna, i settori hanno visto in crescita la domanda
internazionale (+2%).
Nel dettaglio,
l’industria elettrotecnica mostra una
dinamica equilibrata tra mercato interno (+2,7%)
ed estero (+1,5%). Diversa la situazione per l’elettronica,
che evidenzia una marcata divergenza: da un lato un forte calo sul mercato
domestico (-17,8%), dall’altro una crescita maggiormente
sostenuta sull’estero (+5,4%). Rispetto
all’andamento occupazionale nel settore industriale i dati ISTAT aggiornati a
giugno 2026 ci indica un calo dello 0,2% (tasso di vacanza dell’1,5% a
differenza dei servizi -0,1% e - 1,7%). Per il Pil le
conseguenze immediate sono limitate, perché la produzione industriale
rappresenta soltanto una parte dell’attività economica e il risultato
trimestrale era già confluito nella prima stima dei conti nazionali. Nel
secondo trimestre il Pil italiano è cresciuto dello 0,2% rispetto ai tre mesi
precedenti e dell’1% rispetto allo stesso periodo del 2025, dopo il progresso
congiunturale dello 0,3% ottenuto nel primo trimestre. Servizi, costruzioni,
investimenti e consumi hanno consentito all’economia di avanzare anche in
presenza di una manifattura discontinua. La frenata industriale rende però meno
agevole la partenza del terzo trimestre. Se a luglio non ci sarà un recupero,
la produzione media estiva dovrà confrontarsi con il livello più basso
raggiunto a giugno.
Un singolo mese non permette di ricalcolare la crescita
annua, ma riduce il contributo che l’industria può offrire a un’economia già
caratterizzata da incrementi contenuti. Tutto questo si verifica mentre il
governo sta lavorando alla manovra e l’ambizione del Ministero sembra essere
quella di aggredire la procedura di deficit. Operazione stretta tra vicenda
SAFE e la necessità di restituzione della parte a prestito del PNRR (122
miliardi su 194). Certo che avviare una stretta da austerity nell’anno elettorale
non appare consigliabile… con le conseguenze che ne deriveranno. Dovrebbe
essere questo il vero tarlo del centrodestra altro che Vannacci e Delmastro. In
conclusione vale la pena di ripetere alcune osservazioni già svolta in passato:
c’è un virus che non abbandona il corpo cronicamente debilitato dell'economia
italiana. Si chiama recessione e, anche se i valori delle analisi statistiche
non lo accertano formalmente, in realtà agisce sotto traccia e continua a
proliferare. L’Italia è un paese senza progetto, tale e quale l’Unione Europea.
Vale allora la pena ritornare su questi (decisivi) argomenti con alcune
osservazioni.
La situazione italiana può essere, ancora una volta schematizzata
in relazione alla nostra storia industriale dal dopoguerra in avanti. Il punto
di partenza non può che essere quello degli anni ’70: la fase di avvio dello
“scambio politico”, attraverso l’operazione “privatizzazioni” realizzate in
funzione clientelare rispetto alla politica. Negli anni’80 le compensazioni
delle perdite avvennero a spese dei contribuenti (ricordate i BOT a 3 mesi?)
con la relativa esplosione del debito pubblico e all’inizio degli anni’90,
finiti i soldi dello Stato, dichiarati incostituzionali i prestiti, l’IRI
trasformata in S.p.a. L’esito più grave della fase dello “scambio
politico” infatti, si realizzò in una condizione di totale assenza di un piano
industriale per il Paese, mentre stavano verificandosi almeno quattro fenomeni
concomitanti: Tangentopoli, la caduta del muro di Berlino, il trattato di Maastricht,
il crollo del sistema dei partiti travolto dalla formula elettorale
maggioritaria.
Da aggiungere il fenomeno dell’imporsi di uno squilibrio
nel rapporto tra finanza ed economia verificatosi al di fuori di qualsiasi
regola e sfuggendo a qualsiasi ipotesi di programmazione. Il tema
dell’intervento pubblico in economia e della programmazione (i vecchi cavalli
di battaglia dei socialisti stoppati dal “tintinnar di sciabole”) sicuramente
non faranno parte del dibattito delle apparentemente inevitabili e sciagurate
primarie del centrosinistra.