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martedì 11 agosto 2026

ALTRO CHE CHAT!  
di Franco Astengo
 

Cala ancora la produzione industriale
 
Mentre il circo massmediologico che segue l’analogo spettacolo circense offerto dal bel mondo della politica italiana appare del tutto concentrato sulle chat di tal Delmastro o sulle mascherine di tal Conte, il “Corriere della Sera” (che un tempo era il quotidiano dell’Assolombarda) relega nel settore “economia” (pagina 30) con un fondino laterale la notizia più importante della giornata “Cala ancora la produzione industriale”. Nel mese di giugno 2026 la produzione industriale è calata dell’1% rispetto a maggio e dello 0,6% su base annua. I dati scomposti fanno ancora crescere la preoccupazione: infatti se aumenta la produzione di energia dello 0,8% su base mensile e dell’1,7% su base annua, calano i beni di consumo (-0,7%), i beni intermedi (-0,9%) e soprattutto i beni strumentali con un secco -2,1 tra giugno e maggio.
Su base annua cresce la produzione di autoveicoli e - in misura minore -quella farmaceutica e alimentare. Secco calo per la produzione tessile. La maggior produzione di energia è giustificata dal fatto che l’Italia rimane il maggior produttore siderurgico da forno elettrico : alle prese con la vicenda ILVA di Taranto, nell’incertezza del ruolo dello Stato e del possibile spacchettamento degli impianti tra Novi e Cornigliano, la produzione siderurgica che ci ostiniamo a considerare strategica soffre oltre alla volatilità dei prezzi energetici ovviamente anche del contesto geopolitico e della transizione dei meccanismi di regolazione del carbonio. Appare stabile l’andamento della produzione di alluminio che si basa essenzialmente sul riciclo da cui deriva interamente la produzione in Italia (con un tasso di recupero del 92% per le lattine) destinata soprattutto agli imballaggi: questo elemento (oltre alla criticità relativa al costo dell’energia comune agli altri settori industriali) a una serrata concorrenza internazionale per l’acquisizione dei rottami da riciclare. Al riguardo della produzione elettromeccanica, concentrata quasi esclusivamente al Nord e molto dipendente dalla produzione tedesca : dai dati 2025 , l’elettrotecnica e l’elettronica mostrano andamenti in controtendenza rispetto alla media del manifatturiero italiano. Con riferimento alla produzione industriale, il comparto segna +2,2%, con fatturato totale che registra un leggero aumento (+0,9%) ma rispetto alla media manifatturiera il saldo è -3,7%“Nella media dell’industria manifatturiera la contrazione del fatturato è evidente sia sul mercato interno che su quello estero” commentava la federazione di categoria in una nota stampa. A fronte di una sostanziale stabilità per la domanda interna, i settori hanno visto in crescita la domanda internazionale (+2%). 



Nel dettaglio, l’industria elettrotecnica mostra una dinamica equilibrata tra mercato interno (+2,7%) ed estero (+1,5%). Diversa la situazione per l’elettronica, che evidenzia una marcata divergenza: da un lato un forte calo sul mercato domestico (-17,8%), dall’altro una crescita maggiormente sostenuta sull’estero (+5,4%). Rispetto all’andamento occupazionale nel settore industriale i dati ISTAT aggiornati a giugno 2026 ci indica un calo dello 0,2% (tasso di vacanza dell’1,5% a differenza dei servizi -0,1% e - 1,7%). Per il Pil le conseguenze immediate sono limitate, perché la produzione industriale rappresenta soltanto una parte dell’attività economica e il risultato trimestrale era già confluito nella prima stima dei conti nazionali. Nel secondo trimestre il Pil italiano è cresciuto dello 0,2% rispetto ai tre mesi precedenti e dell’1% rispetto allo stesso periodo del 2025, dopo il progresso congiunturale dello 0,3% ottenuto nel primo trimestre. Servizi, costruzioni, investimenti e consumi hanno consentito all’economia di avanzare anche in presenza di una manifattura discontinua. La frenata industriale rende però meno agevole la partenza del terzo trimestre. Se a luglio non ci sarà un recupero, la produzione media estiva dovrà confrontarsi con il livello più basso raggiunto a giugno. 



Un singolo mese non permette di ricalcolare la crescita annua, ma riduce il contributo che l’industria può offrire a un’economia già caratterizzata da incrementi contenuti. Tutto questo si verifica mentre il governo sta lavorando alla manovra e l’ambizione del Ministero sembra essere quella di aggredire la procedura di deficit. Operazione stretta tra vicenda SAFE e la necessità di restituzione della parte a prestito del PNRR (122 miliardi su 194). Certo che avviare una stretta da austerity nell’anno elettorale non appare consigliabile… con le conseguenze che ne deriveranno. Dovrebbe essere questo il vero tarlo del centrodestra altro che Vannacci e Delmastro.
In conclusione vale la pena di ripetere alcune osservazioni già svolta in passato: c’è un virus che non abbandona il corpo cronicamente debilitato dell'economia italiana. Si chiama recessione e, anche se i valori delle analisi statistiche non lo accertano formalmente, in realtà agisce sotto traccia e continua a proliferare. L’Italia è un paese senza progetto, tale e quale l’Unione Europea. Vale allora la pena ritornare su questi (decisivi) argomenti con alcune osservazioni.



La situazione italiana può essere, ancora una volta schematizzata in relazione alla nostra storia industriale dal dopoguerra in avanti. Il punto di partenza non può che essere quello degli anni ’70: la fase di avvio dello “scambio politico”, attraverso l’operazione “privatizzazioni” realizzate in funzione clientelare rispetto alla politica. Negli anni’80 le compensazioni delle perdite avvennero a spese dei contribuenti (ricordate i BOT a 3 mesi?) con la relativa esplosione del debito pubblico e all’inizio degli anni’90, finiti i soldi dello Stato, dichiarati incostituzionali i prestiti, l’IRI trasformata in S.p.a. L’esito più grave della  fase dello “scambio politico” infatti, si realizzò in una condizione di totale assenza di un piano industriale per il Paese, mentre stavano verificandosi almeno quattro fenomeni concomitanti: Tangentopoli, la caduta del muro di Berlino, il trattato di Maastricht, il crollo del sistema dei partiti travolto dalla formula elettorale maggioritaria. 

Da aggiungere il fenomeno dell’imporsi di uno squilibrio nel rapporto tra finanza ed economia verificatosi al di fuori di qualsiasi regola e sfuggendo a qualsiasi ipotesi di programmazione. Il tema dell’intervento pubblico in economia e della programmazione (i vecchi cavalli di battaglia dei socialisti stoppati dal “tintinnar di sciabole”) sicuramente non faranno parte del dibattito delle apparentemente inevitabili e sciagurate primarie del centrosinistra.