ATTACCO ALLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE di Alessandro Pascolini - Università di Padova
La crociata di Marco Rubio contro la Corte penale
internazionale Il 13 luglio scorso, il Dipartimento di Stato ha lanciato
formalmente una campagna "radicale" per "smantellare le minacce
della Corte criminale internazionale alla sovranità americana". Lo stesso
giorno, il segretario di Stato Marco Rubio ha pubblicato su The Wall Street
Journal un articolo dal titolo "Perché stiamo smantellando la Corte
criminale internazionale", a inquadrare la nuova crociata in una
"dimensione civilizzatrice: gli stati sovrani contro il globalismo."
Per Rubio, la Corte penale internazionale (International Criminal Court - ICC)
rappresenta una minaccia intollerabile per la sovranità degli Stati Uniti:
rivendica l'autorità di perseguire e persino incarcerare militari e funzionari
americani che operano per conto degli interessi nazionali dell'America. In
particolare "si auto-investe come giudice finale della politica militare
degli Stati Uniti e dell’intero sistema giudiziario americano. (...) Nell’assalto
contro l’autogoverno americano. La Corte penale internazionale è sostenuta e
guidata da una potente rete di organizzazioni non governative di sinistra,
globalisti compiaciuti e governi ostili del Terzo Mondo, uniti dalla loro
inimicizia verso gli Stati Uniti." Il Segretario di Stato allarga la
visuale dall'interferenza della ICC nell'esame dei crimini di guerra a una
minaccia globale: "l'ingerenza della ICC nelle operazioni militari e di
polizia americane non è solo un grave abuso dell'autorità che si attribuisce.
Significherebbe la morte degli Stati Uniti come nazione sovrana e indipendente.
Le nostre decisioni e il nostro popolo sarebbero alla mercé della ICC e dei
suoi collaboratori nella 'comunità internazionale'. Accettare la ICC significa
cedere il controllo del nostro destino nazionale." Alla base della
contestazione della ICC emerge l'insofferenza dell'attuale governo americano
per ogni regola internazionale e per gli organi costituiti al loro sostegno.
Non sorprende che Rubio chiuda il suo articolo con l'affermazione:
"Ricorrendo a tutti gli strumenti di cui dispone il nostro governo e operando
al fianco di ogni alleato con cui possiamo fare fronte comune, smantelleremo la
Corte penale internazionale, mattone dopo mattone, se necessario."
La Corte penale internazionale La Corte penale internazionale con sede a L'Aia è l’unica
giurisdizione internazionale permanente per crimini internazionali compiuti da
individui. La sua competenza è limitata ai crimini più seri che riguardano la
comunità mondiale nel suo insieme, cioè il genocidio, i crimini contro
l'umanità, i crimini di guerra (cosiddetti crimina iuris gentium) e di
aggressione. La Corte ha una competenza complementare a quella dei singoli
stati, ossia può intervenire se e solo se gli stati non possono (o non
vogliono) agire per punire crimini internazionali. La ICC non va confusa con la
Corte internazionale di giustizia, che è parte della struttura dell’ONU e che
si occupa di dirimere i conflitti tra gli stati. La Corte penale internazionale
venne creata a seguito della decisione dell'Assemblea generale dell'ONU, nella
sua sessione del 2001, di convocare una conferenza diplomatica di
plenipotenziari finalizzata appunto a definire un trattato istitutivo. La
conferenza si svolse a Roma dal 15 giugno al 17 luglio 1998 e produsse lo
statuto della ICC (Statuto di Roma) approvato con i voti favorevoli di 120
stati, contro sette voti contrari e ventuno astensioni.
Lo Statuto entrò in vigore nel 2002, a seguito della
sessantesima ratifica, dando così origine alla Corte stessa. Le parti della ICC
sono 126; altri 32 paesi hanno firmato ma non ratificato il trattato. Non ne
fanno parte, in particolare, Cina, Corea del Nord, India, Israele, Russia,
Stati Uniti e molti paesi arabi. Alcuni paesi si sono in seguito ritirati,
essenzialmente quando la corte prese in esame esponenti del regime al potere, come
Afghanistan, Burundi e Filippine; nel corso di quest'anno hanno iniziato le
procedure per lasciare la ICC Niger (18 giugno), Burkina Faso e Mali (24
giugno). I processi in corso riguardano i presunti colpevoli di crimini
commessi nella Repubblica Democratica del Congo, nella Repubblica
Centrafricana, in Uganda, nel Darfur (Sudan), in Kenya, in Libia, in Costa
d'Avorio, in Mali, in Georgia, in Burundi, in Ucraina e infine per l'attacco di
Hamas in Israele e di Israele nella striscia di Gaza. Il 26 gennaio 2026, la
Sezione preliminare I della ICC ha deferito l'Italia all’Assemblea degli stati
parti per il mancato rispetto dell’obbligo di cooperare con la Corte stessa, a
seguito del rilascio del cittadino libico Usāma al-Maṣrī Nağīm, oggetto di mandato di cattura con l'accusa di crimini contro
l'umanità e di crimini di guerra, e al suo rimpatrio in Libia con volo di
stato. La questione sarà trattata dalla 26ª sessione dell’Assemblea, prevista
il prossimo dicembre.
L'opposizione americana La posizione di Washington fu di totale ostilità alla ICC,
sin dall'inizio. Come ricorda Rubio nel suo articolo, entrambi i maggiori
partiti americani si opposero "alla prospettiva di conferire a un
tribunale globale lontano il potere di perseguire penalmente e incarcerare i
nostri stessi cittadini. Il presidente Clinton si rifiutò di sottoporre lo
Statuto di Roma al Senato per la ratifica, a causa delle sue 'preoccupazioni
riguardo a significative lacune del Trattato'. Due anni dopo, una maggioranza
qualificata bipartisan del Senato approvò l’American Servicemembers’ Protection
Act, autorizzando il Presidente a 'utilizzare tutti i mezzi necessari' - compreso l’uso della forza militare - per impedire alla ICC di trattenere o
arrestare cittadini americani." La prima amministrazione Trump impose un
divieto di viaggio al procuratore dell'Aja, Fatou Bensouda, e ai membri del suo
staff, e vietò ai cittadini statunitensi di fornire consulenza come esperti
alla Corte. Il presidente Biden sospese le sanzioni, pur non mutando l'ostile atteggiamento
americano. Non appena insediatasi, la seconda amministrazione Trump ha ripreso
la sua precedente politica di decisa contrapposizione nei confronti della ICC.
Il 6 febbraio 2025 il Presidente ha emanato un ordine esecutivo che vieta
l'ingresso negli USA ad alti funzionari e dipendenti della Corte coinvolti
nelle indagini sui crimini commessi in Afghanistan e in Palestina, e li
sottopone a pesanti sanzioni economiche.
Il piano di Rubio La campagna annunciata prevede una risposta a livello dell'intero
governo "per disabilitare sistematicamente la capacità della ICC di
operare, colpire militari o funzionari americani, o altrimenti minacciare la
sovranità americana". Il documento del Dipartimento di stato elenca
un'ampia gamma di azioni "in fase di valutazione: • Contatti diplomatici da parte del Segretario di stato,
degli ambasciatori e di altri membri della leadership senior con le nazioni
straniere, per evidenziare gli abusi della ICC e i rischi che essa comporta per
gli americani e per altre nazioni, esortandole a ritirarsi dalla ICC. • Le nazioni che collaborano con le forze dell'ordine
americane e con l'esercito statunitense, o che beneficiano dell'ombrello di
sicurezza statunitense, sono chiamate a respingere la presunta autorità della
ICC di perseguire funzionari e militari americani. • Maggiore controllo nei confronti delle nazioni che si
rifiutano di respingere la falsa autorità della ICC pur continuando ad
affidarsi all'assistenza degli Stati Uniti. • Contatti diplomatici volti a esortare altre nazioni che,
come l'America, non sono parte dello Statuto di Roma, a utilizzare le proprie
reti diplomatiche per intraprendere azioni simili insieme a noi. • Revoca dei visti e divieti di viaggio per il personale
della ICC. • Inasprimento delle sanzioni contro la ICC e le
organizzazioni ad essa affiliate." Si tratta evidentemente di una
mobilitazione generale, di altissima priorità per la diplomazia americana,
senza esclusione di colpi. Il 25 luglio scorso, il portavoce del Dipartimento di
stato ha annunciato il primo successo della campagna, con il ritiro dalla ICC
del Venezuela. "Gli Stati Uniti accolgono con favore la decisione della
Presidente ad interim Delcy Rodríguez e del Venezuela di ritirarsi dalla ICC,
nonché la collaborazione del nuovo governo venezuelano agli sforzi guidati
dagli Stati Uniti per smantellare la corrotta e inutile ICC."
Al Venezuela è seguito, il 27 luglio, l'annuncio di ritiro
del Ciad, in quale, in un post del ministero degli esteri, aveva già
esplicitamente riconosciuto nei giorni precedenti le pressioni americane per il
recesso, in particolare nel colloquio telefonico della settimana scorsa tra il
ministro degli esteri ciadiano, Abdoulaye Sabre Fadoul, e il sottosegretario di
stato per gli Affari africani, Frank W. Garcia Jr. La decisione del governo di
N’Djamena probabilmente è anche dovuta ai timori che si possa indagare sul
ruolo di personalità del Ciad nel vicino conflitto in Sudan, una delle guerre
più violente e delle crisi umanitarie più gravi del pianeta. Questi due
successi di Rubio sono stati in fondo 'facili', ma la forza di pressione e
ricatto americana è tale che gli stati e le organizzazioni che operano in
difesa dei diritti umani devono impegnarsi immediatamente a sostegno della
Corte e del suo operato, al fine di evitare che siano smantellati "mattone
per mattone". Questo perché se non si puniscono i criminali che violano le
leggi, le leggi stesse vengono a perdere valore e, in questo caso, tutta
l'architettura del diritto umanitario, laboriosamente costruita, viene posta a
rischio.