L’eternità
di Marcinelle compare nel quotidiano svilupparsi del calendario dello
sfruttamento, nella realtà diuturna e tragica delle morti e degli infortuni sul
lavoro. L’eternità di Marcinelle è connaturata alla voracità del capitalismo a
tutte le latitudini: quel capitalismo che sta rilanciando la guerra come
fattore decisivo della sua sopravvivenza. L’8 agosto
di 70 anni fa, 262 minatori, di cui molti italiani, morirono a causa
di un incendio nelle miniere di carbone a Charleroi, in Belgio, nella
miniera di Marcinelle. Ricordare oggi e sempre quei caduti
deve significare ritrovare nel quotidiano le ragioni della
nostra ostinata ricerca per “abolire lo stato di cose presenti”. Non
si può allora far altro che ritornare a quanto descritto da Marx
e Engels nel ‘Manifesto’: “il proletario è senza proprietà, il moderno lavoro industriale, il
moderno asservimento al capitale, identici in Francia, come in Inghilterra, in
America come in Germania lo hanno spogliato di ogni carattere internazionale”. Ebbene quella tragedia di Marcinelle, quell’ 8 Agosto 1956 dimostrò
per intero la veridicità dell’analisi marxiana: i morti, i sacrificati all’idea
dello sviluppo anche quella volta, anzi mai come quella volta non avevano
nazione, erano soltanto degli sfruttati portati all’estremo
sacrificio come accade oggi in tante occasioni, comprese quelle tragiche
dei morti in mare di umani alla ricerca di un poco di sollievo dalla guerra e
dalla miseria. Nella modernità di oggi tutto questo è ancora ben presente:
in poco più di trent’anni la forza lavoro globale è aumentata di un miliardo e
duecento milioni di donne e uomini. Quaranta milioni in un anno. Più di
centomila al giorno. Settantacinque al minuto. È il ritmo con il quale crescono
le fabbriche in Cina e si affollano le periferie: da Giakarta a Hanoi, da
Mumbai a Lagos, da Johannesburg al Cairo. Si ascolta qui il respiro del mondo,
si misura l’idea di uno sviluppo capitalistico globale che intensifica lo
sfruttamento, scuote le relazioni tra le potenze, modifica i rapporti di forza
tra le classi, spinge i padroni a schiacciare i proletari. Nell’Occidente
sviluppato e maturo emergono tratti di vero e proprio “ritorno all’indietro”
alle condizioni sociali della prima rivoluzione industriale, quelli descritti
dalle pagine di Dickens o di Zola. È sempre attuale e presente il “nostro
Germinale”.
Aumenta la pressione
sulla condizione operaia in Europa come in America, il Sud del mondo viene
usato per esasperare la concorrenza e costruire le condizioni dell’esercito di
riserva, si sviluppa la politica imperialista contro i salari, le grandi
potenze si contendono i territori nel cui sottosuolo si ritrovano i materiali
per far funzionare il crudele meccanismo del modello consumistico proposto dall’high
tech senza alcun rispetto verso chi è nato e chi vive quelle terre. Non si
possono coltivare illusioni localiste, nazionaliste, protezioniste: la
sola strategia per ricostruire, in Occidente come altrove, la forza di una
politica di contrasto allo sfruttamento e di nuova coesione sociale attraversa
i popoli, la grande massa degli sfruttati, quanti si muovono nell’incertezza
più assoluta alla ricerca di una vita appena appena più accettabile e, nella
gran parte dei casi, viene brutalmente respinta dal mondo dei ricchi. La
memoria di Marcinelle, momento storico esemplare nell’idea della ferocia dello
sfruttamento, deve servire prima di tutto a ricordarci questo.