FRAMMENTI
DI VENTO
di Carlo Di Legge

Un primo piano di Talarico
Scrive il prefatore del libro che la poesia di Raffaele Talarico,
sono oltre vent’anni dalla morte, «continua
a parlarci con forza e limpidezza,
invitandoci a un ascolto più profondo di noi stessi e
del mondo. In queste pagine vive una voce che non si spegne: si rinnova nell’incontro con ogni nuovo lettore».
Senz’altro una delle aspirazioni di chi scrive versi è
sperare che la sua parola gli sopravviva. La vicenda di questa poesia che
continua, anche per la «dedizione» della figlia, che inserisce una sua dedica
al padre – «viandante dell’anima» – anche per questo aspetto coinvolge: sempre in
prefazione, la si indica anche come presa di consapevolezza da parte di un uomo
rimasto fedele in qualche modo alle origini nel Sud dell’Italia, ma che ha
trascorso gran parte della vita tra importanti città del Nord, in particolare Genova
e Milano, che infatti sono motivo di due sezioni su tre; insieme e prima Genova
e la Liguria, che fanno la parte del leone con ben quarantanove testi nella sezione
di apertura (i più sono per Genova, con alcuni dedicati a località e città come
Sestri Levante, Varazze, Brignole, Chiavari, Pegli …), mentre su Milano, a cui
si dedica la parte centrale, le poesie sono nove. Le rimanenti undici, nella
terza parte, Luci sparse, includono
Venezia e Lugano, nonché le vicende della Bosnia, e testi di impegno civile, di
cui pure dice D’Andrea. Ometto di aggiungere altro sulla terza parte per
lasciare al lettore che lo desideri il piacere di leggerla senza altro mio
intervento; se si escludono i brevi riferimenti che ho dato, i registri della
poesia qui sono pressappoco quelli delle altre due sezioni, su cui invece mi
sembra il caso di dire di più.
Mi domando sempre, accingendomi a una lettura di poesia,
di quale tipo di poesia si tratti: qui i testi sono in verso libero ma si vedrà
che risultano tutti dotati di un loro equilibrio formale, da poeta colto, con quella
misura propria di chi sa dire le cose usando bene la parola. La distinzione tra
forma e contenuto viene superata nell’uso appropriato e spesso musicale della
lingua, come si vedrà. Soprattutto
v’è Genova, la città viva e movimentata di lavoro e di tempo sedimentato nella
storia (come in Tre caravelle a Genova,
evidente riferimento alla storia di Colombo ma anche al sapere della historia rerum gestarum), sotto la
luce-simbolo pulsante della Lanterna, che affascina e attrae: in Palazzo Ducale, L’immaginazione
presa di memoria porta a rivivere: S’è
desto il Doge, / e la deserta quiete / di Palazzo Ducale / del suo passo
risuona…/, grazie alla parola
la città diviene vivente, diviene cioè attiva d’una vita seconda oltre la
propria autonoma vita, dovuta agli uomini vivi e alle stratificate opere di
vite passate: si veda Via Prè – vivace
di giorno, peraltro pronta ad animarsi di vita del tutto diversa, la notte. O Via
del Campo… o altri nomi-titoli di viventi luoghi. Ecco, si tratta di
un’idea di come Genova, l’antica e ormai decaduta ma sempre viva città di mare,
parli all’animo del poeta: (…)
vola Ligure ardore / tra le genti, / bersaglio / il mondo intero.
Il peso della storia e la
enormità delle sue rovine non impediscono il colore e le singolarità anzi le
implicano: è il caso della umanissima gattara,
nell’episodio dell’amica dei gatti. La suggestione del paesaggio e della storia si unisce a
memoria del vissuto, come in San Lorenzo,
riportando a più d’ una sfumatura del sacro, di momenti significativi, nelle
chiese, come nelle vie, nelle piazze. Momenti del paesaggio urbano si fanno persona sensuale, in Vico del Fieno
o in Piazza Nuova, ch’è insieme uccello, e
donna, “docile, tenera amica”, alla quale essere attenti. Parla la effimera figura
d’un istante che non torna, in Torriglia:
«la grafia delle rondini gorgheggia/ un messaggio piumato:/-
Tornerai? – /Sì, tornerò»: è la consapevolezza della
caducità (Santa Maria delle Vigne). Eco
del Novecento italiano, a partire mi sembra non solo da Ungaretti, col quale pure
il poeta ebbe contatti, ma in questo caso endecasillabi, dotati d’una eleganza
e leggerezza del tutto proprie, con vaghissime suggestioni, forse, di Ossi di seppia e di Meriggiare pallido e assorto (non per niente, soprattutto di
Liguria, anche in quel caso, si trattava…). Una musicalità molto sorvegliata si
accompagna al verso breve, alle rime occasionali, alle assonanze: rivolto a
Genova. In Villa Croce, dove il mestiere del poeta è evidente eppure
quasi scompare, nella freschezza del verso endecasillabo in rima non del tutto regolare
del componimento, con la prima quartina in ABBA, e la quarta-quinta-sesta (e
ultima) quartina in ABAB. Oppure sta nel ritmo, come in Darsena.
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| Un primo piano di Talarico |

Veduta di Genova
La vita lavorativa – id
est, la vita creativa, portò Talarico non soltanto a Genova e Milano ma
anche all’Accademia di Belle Arti di Catanzaro, tornando così nella realtà, e non
solo nell’immaginario o simbolicamente, alla propria terra. In tal modo,
riprendendo almeno in parte nella nativa Calabria senza mai interrompere i
contatti al Nord, anzi rendendoli più significativi, l’autore descrive un
cerchio che non tiene mai fermo, animandolo sempre di una fertile circolazione
dello spirito tra i luoghi e le culture, con punte del singolare nell’insofferenza
(Boccadasse: «l’irritante /vischioso nembo /dei ristoranti /impossibili») e
in impegno civile di cui ho detto: lo testimoniano la biografia, le iniziative culturali,
anche nelle scuole oltre che in Accademia, le mostre di pittura, i premi di
poesia vinti – alla sua memoria, per discutere della sua attività, si
organizzano convegni e si pubblicano libri.
La seconda parte del libro non cambia sensibilmente per
qualità di scrittura poetica; sempre si tratta della unione del singolare
vivente con il respiro della grande città e con la sua storia, con i suoi
luoghi pubblici e privati e perfino le sue linee di trasporto pubblico – chi ancora oggi si muove dal Centro (Stazione
Centrale) per Milano sud e viceversa conosce bene “la 65” e difatti Sessantacinque titola una poesia; rispetto
alla parte precedente, anche, varia qualcosa, trattandosi di Milano. Il primo
testo della serie mi pare importante, rendendo esattamente l’individuo alla
moltitudine quasi fatta persona, restituendo il sentire l’atmosfera del passaggio
tra la città che dorme e il suo risveglio, in solitudini di cani e barboni
notturni, e il fare del giorno, il suo animarsi di «generoso scalpiccio per le
scale» nel «Milano trabocca per via» che ben conosce chi vi ha avuto qualche
familiarità. Forse proiettivo, con una punta di solitudine (stavolta, sarà invece
il singolo rispetto alla “folla solitaria”?) il secondo testo, titolato a Piazza Duomo: “Io resto assorto nella piazza enorme, / davanti al Duomo che deserto imbruna; / trascorron lievi le tardive orme / fin delle guglie
all’invisibil cruna, /
pensoso, immoto come affascinato, / e l’ombra mia s’allunga sul selciato”.
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| Veduta di Genova |

