La contromossa di Luigi Lovaglio, il ceo del Monte
del Paschi di Siena, per fermare la scalata di Intesa Sanpaolo, ha reso ancora
più complessa ed incerta la situazione del panorama bancario italiano, e non solo.
Poiché la vicenda è piuttosto intricata e il risiko sta trasformandosi in un
tormentone destinato a bypassare l’estate, è bene ricapitolarne alcuni passaggi
essenziali, anche perché in questa vicenda date e successioni delle mosse
possono avere una certa rilevanza. Lo scorso 8 giugno, l’amministratore
delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, lancia un’offerta non concordata su
Mps, per una entità di circa 36 miliardi, prevedendo, anche per sfuggire agli
eventuali ostacoli che l’Antitrust potrebbe frapporre, di inglobare
nell’operazione Unipol, lasciandole rilevanti parti della banca senese così
conquistata. Ma trattenendo per sé Mediobanca, inclusa l’ambita quota del
13,32% di Generali. Intanto Unicredit – che nel novembre del 2024 aveva
tentato di “mangiarsi” il Banco Bpm, ma aveva dovuto rinunciareperché il governo, con il particolare
attivismo della Lega, aveva posto troppe condizioni perché l’operazione potesse
andare in porto – ha per il momento preso le distanze dal risiko nella sua
versione italiana, concentrandosi, finora con successo, malgrado il non
gradimento del governo di Merz, sulla conquista della quarta banca tedesca, la
Commerzbank, arrivando a detenere quasi il 49% del pacchetto azionario. Alla vigilia del Ferragosto,
Giorgia Meloni, con ogni probabilità a conoscenza delle intenzioni di Lovaglio,
rilascia un’intervista a Milano Finanza
nella quale, contraddicendo con nonchalance
una sua precedente dichiarazione che definiva concluso l’intervento governativo
nella vicenda Mps, insiste sulla necessità di mantenere il nome e l’integrità
della secolare banca senese. Ma era stato proprio il Tesoro nel novembre del
’24 a vendere il 15% delle azioni di Mps, che finirono a Banco Bpm, Anima,
Francesco Gaetano Caltagirone e alla Delfin degli eredi Del Vecchio. E sono
proprio le modalità di quella vendita che non hanno convinto la Procura
milanese che ha aperto un’indagine al riguardo. In ogni modo l’intervista della
Premier rappresenta un assist che Lovaglio non si lascia sfuggire.
Ecco dunque partire la proposta
dell’amministratore delegato di Mps che consiste in una ambiziosa doppia
operazione di carattere straordinario, ovvero una Ops (un’offerta pubblica di
scambio di azioni e titoli) su Banco Bpm e contemporaneamente su Banca Generali
(la Banca che si occupa di piccole e medie imprese e credito per le famiglie) di
cui Assicurazioni Generali possiede il 50,1%. La notizia è stata accolta
piuttosto freddamente daimercati, a giudicare dall’andamento in Borsa in questi
giorni delle societàdirettamente implicate nella eventuale operazione.
All’estero l’annuncio ha subito dure stroncature. L’autorevole Financial Times non l’ha mandato a dire
e ha scritto con insolita durezza: “Le società che ricevono un'offerta non
richiesta hanno a disposizione numerose opzioni. Possono intavolare una
trattativa, fare ostruzionismo, difendersi strenuamente, oppure fare qualcosa di completamente folle. La
banca italiana Monte dei Paschi di Siena sembra avere optato per quest’ultima
strada”. Tuttavia la grande letteratura ci
insegna che anche nella follia c’è un metodo, una qualche logica che conviene
considerare. Nel caso della mossa di Lovaglio credo si tratti, per dirla in
parole semplici, del suo tentativo di ingrandire, ingrossare e potenziare Mps
al punto da renderla un boccone troppo grosso perfino per Intesa Sanpaolo. Ma
se questo è il disegno non pare scaldare gli animi nemmeno di coloro che
dovrebbero sostenerlo in prima persona. Prova ne sia l’andamento del Cda della
banca senese che non ha registrato l’unanimità sulla proposta, ma ha visto
astensioni che non possono essere sottovalutate e ancor più conta lo
scetticismo diffuso tra i principali azionisti della banca senese. D’altro
canto Lovaglio ha ostacoli non piccoli davanti a sé. Il primo è costituito
dalla necessità di ottenere la maggioranza dei due terzi a favore della sua
proposta nella Assemblea convocata per il 29 ottobre. La maggioranza
qualificata è resa necessaria dalla condizione di passivity rule, cui Mps è sottoposta essendo oggetto di una Ops
(quella di Banca Intesa). Cosa faranno Delfin e Caltagirone in quella occasione
non è né chiaro né ad horas
prevedibile. Va tenuto, direi soprattutto, conto che Bpm ha come azionista
quasi al 30% Credit Agricole, il quale
non ha nessun interesse ad abbandonare la sua rilevante posizione in Bpm per
diventare un socio di minoranza in una Mps ingigantita.
Si parla in queste ore nei vari
commenti giornalistici della eventualità che Lovaglio possa cedere una parte
non piccola del 13% di Generali per acquisire risorse finanziarie da mettere
nel quadro delle Ops da lui avanzate che non possono reggere o non sono
sufficientemente appetibili se sorrette soltanto da scambi azionari. Ma se
questo avvenisse si aprirebbe una contesa per crescere dentro Generali da parte
di diversi attori del mondo finanziario, destabilizzando la situazione e quindi
ottenendo un esito contrario al desiderio di mantenere protetto il tesoro
rappresentato dal Leone di Trieste: 900 miliardi di capitali gestiti, 40
miliardi investiti in titoli di Stato italiani alla metà dell’anno in corso. Come
si vede le difficoltà e le contraddizioni che questa complessa operazione ha
innestato sono molteplici e difficilmente componibili. In questa situazione
colpisce l’assenza di visione delle forze politiche e l’eterogenesi dei fini a
cui pervengono le loro iniziative. Gli esempi non mancano. L’intervento del
governo per impedire la conquista di Bpm da parte di Unicredit nel 2024 ha
avuto come conseguenza il facilitato incremento di Credit Agricole nel Banco. Alla faccia della difesa della
italianità tanto sbandierata dai sovranisti nostrani. E se il processo di
ristrutturazione andasse in porto, l’eventualità di vedere filiali in giro per
il Nord del Paese non più con l’italica insegna ma quella dei vicini francesi,
è un altro degli incubi del declinante Salvini. Così la polemica meloniana
sull’eventuale “spezzatino” cui darebbe luogo la proposta di Intesa Sanpaolo appare
quanto mai strumentale, dal momento che anche l’ipotesi, per ora alquanto
confusa, di Lovaglio, comporterebbe anch’essa alla fin fine una sorta di
“spezzatino” e soprattutto l’apertura della sfida per una nuova composizione
delle presenze in Generali. E ancora: Meloni, in nome del libero mercato, critica
il governo tedesco perché interviene ostacolando l’azione di Unicredit su
Commerzbank e poi essa stessa si fa paladina di sostenere una opzione piuttosto
che un’altra nella vicenda Mps.
Ma quello che colpisce ancora di
più è il modo con cui viene trattato un tema che dovrebbe essere al centro dei
programmi nella prossima campagna elettorale – al di là del risiko bancario, si
pensi all’Ilva, per fare un solo esempio – e sul quale quindi si pretenderebbe,
soprattutto da parte della attuale opposizione, che le idee fossero più chiare.
Non è così. Discutere se il governo debba o no intervenire nelle grandi
questioni economiche, soprattutto quando sono gioco l’occupazione, l’ambiente,
il risparmio, l’allocazione delle risorse, insomma scelte fondamentali che
indirizzano il futuro appare a dir poco anacronistico. Dopo la sbornia del
neoliberismo si è constatato che esso non è mai esistito nella forma pura decantata
dai suoi teorici. In modalità più o meno evidenti o pesanti il capitalismo,
anche nella sua dimensione attuale di finanzcapitalismo, si è sempre
appoggiato allo stato, a governi a lui favorevoli. “Noi siamo per definizione
amici del governo” diceva Gianni Agnelli. La novità è che oggi la potenza del
capitale è tale da potere accettare, se necessario, lo scontro anche con quei
governi che esso stesso ha contribuito a insediare. E comunque a tenerli in una
condizione di intimorimento, come in questo caso, vista l’entità dei titoli di
Stato in possesso delle banche.
Ma il problema non riguarda solo
le forze di governo, ma anche, e più drammaticamente dal nostro punto di vista,
quelle dell’opposizione. In un primo momento il Pd ha deciso di affidare la
questione agli esperti del settore. Un profilo minore, diciamo. Ne è nata la
dichiarazione di Antonio Misiani che accusava la Meloni di fare il banchiere,
mentre il Pd si occupava del territorio e dei cittadini senesi. Non a caso la
stampa, compreso la Repubblica con
qualche imbarazzo, annotava una convergenza fra il Pd e la Meloni a favore di
Mps. Poi è arrivata la intervista a Milano
Finanza del 22 agosto alla segretaria Elly Schlein che afferma: “A
differenza della destra, noi pensiamo che il Governo non debba intervenire a
gamba tesa sul risiko bancario. Decida il mercato. E questa posizione resterà
tale anche se saremo chiamati a responsabilità di governo”. Con il che ci si
può legittimamente domandare a che serve andare al governo se poi è il mercato
a decidere.