Il 30
settembre 2019 a soli 56 anni moriva a San Giovanni Rotondo il pianista,
compositore, didatta e docente al Conservatorio di Monopoli Gianni Le Noci. Io,
quella sera, ero a Cori assieme ad autorità ed amici a festeggiare la
piantumazione in una piazza di Aprilia di un Albero per i Giusti, dedicato alla
memoria di Renata Fonte. Lo sconcerto e il dolore furono terribili. In questi
giorni mi è stato recapitato un disco, inciso dal Maestro, proprio nel 2019,
assieme al complesso degli Hocus Pocus, da lui diretto. E con nostalgia ma
anche con la sensazione di ritrovare vivo Gianni accanto a noi, l’ascolto mi ha
portato a questi pensieri.
L’attacco profondo del pianoforte
e del sax è l’iniziale momento in cui si intesse un dialogo. L’intervento della
componente elettronica si sovrappone, lotta con la batteria e con gli altri
strumenti e proietta tutto verso una apparente disarmonica landa. Ci si deve
addentrare, improvvisando i passi e il cammino. Un senso di inquietudine può
prendere il viaggiatore. La strada del pianoforte ha condotto al bivio e il sax
offre la sua mano per orientare la scelta. Solo un attimo, un attimo di
silenzio, ma solo un attimo e il cammino può riprendere. Ha nevicato nella
notte e c’è stato poi il forte vento che ha spezzato i rami più vecchi facendoli
cadere sul sentiero. Bisogna fare attenzione a non inciampare. Fiori di neve
battono come tasti di pianoforte i rami dei cespugli; rendono magica, e al
tempo stesso misteriosa, questa foresta. La nostra foresta. Quella in cui tutti
noi ci addentriamo, tutti i giorni, in tutta la nostra vita. Stillano gocce d’acqua
dalla neve che si scioglie e cade al suolo con ritmo melodiosamente
indifferente al percorso. Nessuno sa se e quando si scioglieranno del tutto i
cristalli di cui è fatta. È sempre il sax e il suono elettronico che avvolgono
questa atmosfera in cui il pianoforte è il protagonista assoluto dell’improvvisazione.
Seppure contrabbasso e batteria integrino il loro passo a quello degli altri
strumenti, senza mai distaccarsene completamente, talvolta con l’impressione
che vogliano sovrastare. Ma è l’improvvisazione, non la mancanza di rispetto. E
così il passo procede ora più sicuro. Qualche uccello, nascosto su quegli
alberi, manda il suo saluto per dire che c’è; c’è anche la sua vita in quel
mondo bianco. E a quel cinguettio si unisce, con rauco rumore elettronico, qualcosa
che nasconde altre creature, che nell’ombra non si vedono. Ma la vita quando
c’è. C’è sempre, tutta, con i suoi suoni apparentemente disarticolati, ma
consonanti con ciascuna esistenza che, per noi esseri umani, come per ogni
essere vivente, animale, pianta, albero, pietra, stella, non è predestinato in
un ordine sicuro, ma è vincolato alla improvvisazione del caso. Ed è così che,
senza che avessero potuto prevederlo, al nostro passaggio di viaggiatori, senza
permesso di soggiorno, le lepri, forse, con il veloce passo del sax e della
batteria fuggono di qua e di là sui tasti furiosamente battuti da Gianni.
Bisogna correre per allontanarsi dagli intrusi. È un momento in cui, quasi, si
smette di ascoltare una successione di note e si ha la sensazione di assistere
alla nascita di un linguaggio. Gianni ha quella presenza assoluta con la quale
non domina la scena ma la abita, e questo lo si sente in tutti i momenti. Ogni
suono sembra nascere da un pensiero, che alle volte si frena, ma altre volte ha
una grande fretta di diventare parola e, accanto a lui, il sassofonista non
accompagna, non rincorre, dialoga; le sue frasi entrano tra quelle del
pianoforte come domande che non cercano una risposta definitiva ma altre
domande ancora.
La copertina del disco
A tratti, i due strumenti sembrano sfidarsi, poi si riconoscono,
si allontanano e tornano a incontrarsi, in un equilibrio sempre provvisorio. È
una conversazione fatta di respiri e di silenzi, di esitazioni e improvvise illuminazioni.
Il contrabbassista tiene insieme questo universo sonoro, con un rigore che non
è mai severità. La sua figura appare austera, quasi monumentale, perché è
grande e alto il suo strumento, ma ogni tanto un sorriso si affaccia verso il
batterista come per un’intensa silenziosa. In quel sorriso c’è la
consapevolezza che, anche la musica più libera, ha bisogno di una fiducia
reciproca. Il batterista, invece, sembra vivere ogni colpo come una necessità
fisica. Sul suo volto si leggono tensione, fatica, concentrazione estrema. Le
espressioni sembrano come raccontare di una sofferenza, ma è la sofferenza
fertile di chi cerca un equilibrio sempre sul punto di spezzarsi. I suoi gesti
non misurano il tempo, ne rivelano le fratture, gli strappi, le improvvise
aperture. L’improvvisazione si distende per un tempo che perde ogni misura
convenzionale: sembra non avere un inizio riconoscibile né una conclusione
prevedibile. È un
organismo che cresce, si contrae, cambia pelle. Ogni musicista modifica il
percorso degli altri, come se il brano si componesse da sé nell’istante in cui
viene suonato. E poi, a un certo punto, lo immaginiamo, Gianni Le Noci, che si
alza appena dal suo sgabello, le mani che abbandonano la tastiera e penetrano
nell’interno del pianoforte, sfiorano, pizzicano, arrestano, accarezzano le
corde. Il pianoforte cessa di essere soltanto uno strumento a tastiera e si
trasforma in una cassa di risonanza imprevedibile, un corpo da esplorare. I
suoni diventano materia, metallo, legno, vibrazione, respiro. La distinzione
tra nota e rumore perde significato e, in chi ascolta, il pensiero corre
inevitabilmente a John Cage, non per imitazione o citazione, ma per la stessa radicale
curiosità verso il suono. Le Noci sembrerebbe ricordarci che la musica non
coincide con le note scritte, bensì col tutto quello che può accadere quando un
ascolto autentico incontra la materia sonora.Il suo pianoforte non era più soltanto uno strumento, era uno spazio da
attraversare, era quel paesaggio acustico, anche innevato, come la copertina
del disco, in cui ogni vibrazione possiede dignità musicale. Quando termina il
nostro ascolto di questo disco, resta la sensazione di non aver ascoltato solo
una stupenda, bellissima esecuzione, ma di aver partecipato a un’esperienza. Più
che ricordare temi o melodie, ci portiamo assieme il ricordo di questo grande
pianista e uomo, e anche il modo che aveva di dimostrare il suo affetto e stima
verso chi lo accompagnava in quel viaggio sonoro della sua vita. Con i suoi
amici musicisti ha intessuto sempre un dialogo irripetibile che nasceva, e
viveva, da un ascolto reciproco e dalla stessa fiducia nell' imprevisto. Forse
è questa la forma più alta del jazz: non la ricerca della perfezione, ma il
coraggio di abitare l’incertezza, di trasformarla, istante dopo istante, in una
bellezza condivisa.