LE CRISTALLERIE DELLA BOVISASCA
di Angelo Gaccione
Il nome Bovisasca può suonarvi strano; in realtà deriva dal
nome della via che a sua volta lo ha assunto dalla cascina Bovisa attorno a cui
si formerà il borgo. Il toponimo è latino, deriva da boves (buoi),
niente di più pertinente visto il carattere agricolo del luogo. I dati storici
ci informano che “Il territorio che ora chiamiamo della
Bovisasca era originariamente nel comune di Affori ed era una distesa
di campi agricoli governati da alcune cascine la più grande delle quali era
quella di San Mamete. La Cascina San Mamete per fortuna è ancora
presente in via Bovisasca 125 e si trova di fronte all’antichissima
chiesa risalente all’XI secolo”.
Un territorio non piccolo, se teniamo conto che congiungeva un asse extraurbano di tutto rispetto: Quarto Oggiaro, Bovisa e Affori Comasina. Motivi per andare alla Bovisasca, per un non milanese come me, potrei dire che non ce ne fossero molti. Così lontana, così periferica. La prima volta che ci approdai per accompagnare una persona per una visita da una dottoressa che si mimetizzava nei luoghi più improbabili (alle tasse non sfuggono i pesci piccoli come noi), provai un senso di desolazione.
All’epoca in cui c’era ancora la coltivazione del gelso, venirne a gustare i frutti non mi sarebbe dispiaciuto: quelli rossi, soprattutto, che da ragazzini nel luogo dove sono nato ci divertivamo a tirarceli addosso dopo esserci messi a torso nudo. Le dita diventavano di un rosso acceso – e così le labbra – e per sbiancare usavamo quelli acerbi strofinando sulle macchie. C’erano campi, fontanili e marcite alla Bovisasca, prima che vi si installasse la Montecatini negli anni Cinquanta trasformandone la fisionomia con le abitazioni per le maestranze e per il via vai di lavoratori che vi giungevano dai quartieri più diversi della città.
C’era qualche cascina, c’erano cave e laghetti che fornivano materiali per l’edilizia e soprattutto un famoso oleificio già attivo negli anni Venti. La ferrovia corre parallela alla via Bovisasca dove c’è il manufatto che sono venuto a vedere accompagnato dall’amico architetto Pierfrancesco Sacerdoti, che tanto si sta dando da fare per evitare che venga abbattuto. Un ponte, che la ferrovia scavalca, conduce nella parte opposta dove i capannoni danno il segno di una fervida attività. I tetti di amianto fanno ancora mostra di sé, mentre al di qua, dove il “cassero” dello stabilimento delle Cristallerie dei Fratelli Livellara svetta altero, si demolisce e si costruisce, perché terreni come questi fanno gola e la Bovisa, con i suoi campus universitari e tutto il nuovo che vi è nato dalle dismissioni industriali, dista una decina di minuti a passo svelto.
Chissà dove sono finiti gli scarti industriali, le coperture di amianto e il resto, prodotto dagli abbattimenti. Avendo interesse per quella che con una brutta locuzione viene definita “archeologia industriale”, e avendo firmato l’appello per la sua tutela, non potevo non venire a vederlo da vicino questo edificio dalla forma curvilinea architettonicamente di grande fascino. La forma attuale può essere attribuita all’ingegnere Eugenio De Micheli, che fu direttore dei lavori; l’ha assunta tra il 1935 e il 1936 a seguito dell’ampliamento del primitivo oleificio creato dall’industriale Giovanni Balestrini.
È stato nel 1964 che lo stabilimento è divenuto sede delle Cristallerie, e seppure seminascosta da una pianta rampicante, la scritta Fratelli Livellara, è ancora presente sulla fascia frontale dell’ingresso. La sua forma ingentilisce tutta l’aria su cui affaccia nonostante lo stato di abbandono, e almeno la struttura esterna andrebbe salvaguardata; sarebbe un peccato se venisse demolita. Se tutto deve somigliare al presente, allora tutto diventerà uniforme come una caserma militare, come un’uniforme, appunto. Tutto uguale in ogni dove, sembra essere l’imperativo; ed il passato non deve lasciare nessuna impronta di sé. Tutto globalizzato: ogni spazio, ogni luogo, ogni comportamento, ogni lingua. In questo modo anche le nostre anime finiranno per non distinguersi più.
La via Bovisasca è una via di memoria del lavoro, ma è anche una via di memoria partigiana. Rispettivamente al numero civico 70 della via c’è la lapide in onore di Pietro Brambilla, operaio metallurgico e partigiano della 111ª Brigata Garibaldi morto a 46 anni nel campo di sterminio nazista di Mauthausen nel 1945.

Pietro Brambilla - in memoria

Chi ha vergato la scritta ha commesso un vistoso errore: Matkausen vi si legge, e nessuno si è presa la briga di rimediare.

Perraro - in memoria

Al numero civico 75 una lapide ricorda invece
il sacrificio di Giuseppe Perraro, morto a Fondotoce nel Verbano nel
1944. Era nato nel 1927: lui di anni ne aveva appena 17.
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