Chissà se
oggi 21 agosto verificheremo un completo smarrimento della memoria ignorando la
ricorrenza dell’invasione di Praga da parte delle truppe del Patto di Varsavia
e l’implicanza di quei fatti sull’allora movimento comunista internazionale e
sul complesso delle relazioni internazionali all’epoca e nei tempi a venire? È probabile
che questa dimenticanza in effetti si verifichi: di conseguenza ne nasce una
ragione di più per cercare di ricostruire (molto parzialmente) quello che era
il clima politico dell’epoca. Un’epoca contrassegnato da una
“logica dei blocchi” che stavano irrigidendosi, dalla guerra del VietNam al
conflitto israelo- palestinese, all’emergere di forti contraddizioni nel
processo di decolonizzazione, fino alla scissione russo/cinese nella fase
successiva alla rivoluzione culturale maoista. Tutto questo avveniva nell’anno
dei portenti, pochi mesi dopo il maggio parigino e tutto il mondo giovanile, da
Berkeley a Dakar, in grande fermento attivo. La “primavera di Praga” era
iniziata il 5 gennaio di quell’anno con l’elezione di Dubcek alla segreteria
del PCC. L’ipotesi che si andava coltivando era quella che fosse possibile
andare oltre le diagnosi e i rimedi proposti dal XX congresso del PCUS nel
1956, utilizzando lo spazio aperto dalla nuova politica di destalinizzazione
inaugurata da Kruscev. Krusceve però in quel momento era già caduto da 4
anni e ci si trovava nel pieno della normalizzazione brezneviana.
L’idea
di “andare oltre” il XX congresso pur essendo presente come corrente
all’interno dei partiti comunisti in tutto l’ambito del Patto di Varsavia, ebbe
effettivamente una funzione politica decisiva soltanto in due casi: in Ungheria
e in Cecoslovacchia. La Cecoslovacchia era il paese dove più forte era il
consenso e la partecipazione della classe operaia in un paese fortemente e
modernamente industrializzato almeno nella parte boema e morava. Di fronte alla politica di
“normalizzazione” seguita ai fatti ungheresi del 1956 in Cecoslovacchia si era
aperta, fin dall’inizio degli anni ’60 per poi prendere corpo nel corso del
decennio, l’idea di un nuovo sistema politico. Questa idea fu al centro dei più
franchi dibattiti pubblici che ebbero luogo nei Paesi dell’Est, tra il gennaio
e l’agosto del 1968. Nella sinistra in cui i comunisti lavoravano in direzione
dell’emancipazione politica delle forze sociali, c’era una traccia
autenticamente pluralista. Nel loro programma c’era anche, e veniva apertamente
affermato da alcuni teorici del movimento, uno sforzo per cambiare i rapporti
tra stato e società civile. A posteriori, si può vedere in
questo passaggio un primo accenno a una strategia che, più tardi, sarebbe stata
applicata in Polonia: basare la lotta per le riforme su un movimento sociale
esterno al Partito. Ma in Cecoslovacchia questa
ipotesi fu prospettata solo quando il movimento della “primavera” era ormai
sulla difensiva.
Dopo l’aprile del 1969 il
tentativo di riforma, nel senso tradizionale del termine, non costituì più
un’opzione praticabile, ma le conclusioni da trarre dalla sconfitta non erano
per nulla ovvie. Al PCI, alla
sinistra occidentale, sarebbe toccato rispondere compiendo uno sforzo per
alimentare e organizzare, in un progetto consapevole, la proposta alternativa
della classe operaia, traducendo gli elementi più avanzati, più radicalmente
anticapitalistici presenti nei bisogni e nei comportamenti di massa in
modificazioni reali dell’economia, dello Stato, delle forme di organizzazione,
così che l’egemonia operaia potesse crescere e consolidarsi nella realtà, non
nel cielo della politica, o all’interno delle coscienze, e soprattutto potesse
via, via, vivere come dato materiale. Per far questo
sarebbe stato necessario assumere, nei confronti del blocco sovietico un
atteggiamento di lotta politica concreta, prendendo atto che ormai era senza
senso pensare a un’autoriforma del sistema. Solo la crescita di
un conflitto politico reale, di un’opposizione cui dar vita dall’interno del
movimento comunista internazionale, avrebbe potuto costruire un’alternativa.
La posizione del
gruppo del Manifesto, attestata sull’indicazione di costruire una reale
alternativa, restò sostanzialmente isolata sia sul piano internazionale
(spaventoso il ritardo del PCF in rotta con gli intellettuali e del tutto sordo
al 68 studentesco), sia all'interno del sistema politico italiano con il PCI
non ancora attrezzato ad affrontare il tema del centralismo democratico
(nonostante un dibattito interno “aperto” almeno fin dal convegno del Gramsci
del ’62 sulle tendenze del capitalismo e poi proseguito nell’ XI congresso), il
PSI impigliato nelle spire dell’esito negativo delle riunificazione
socialdemocratica (nonostante alcuni seri tentativi della sinistra interna) e
lo PSIUP la cui maggioranza si era allineata alle posizioni dei “carristi”
perdendo quelle posizioni di originalità che pure potevano trasformarlo in un
soggetto critico e dialettico nell’ambito della sinistra italiana.
Ricordare gli elementi fondativi
della primavera di Praga, oggi nel momento in cui l’evolversi di nuove
dimensioni dell’agire politico poste in relazione a profondi mutamenti avvenuti
sul piano dell’innovazione tecnologica, della struttura della società e della
modificazione nel rapporto tra gestione del potere da parte delle classi dominanti
e il concetto di rappresentatività politica.potrebbe rappresentare ancora esercizio utile se partiamo proprio
dall’idea di non abbandonare l’obiettivo di una società “altra” fondata
sull’eguaglianza e sulla fine dello sfruttamento indiscriminato sul genere
umano e sulla natura, che erano rimaste le aspirazioni di fondo anche di
coloro che condussero, sconfitti, quel drammatico frangente dell’agosto 1968.