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venerdì 25 settembre 2026

CENSURA EUROPEA
di Iuliia Mendel
 

Iuliia Mendel

Poiché non avete letto questo discorso su nessuno dei giornali italiani, ve lo facciamo conoscere noi di “Odissea”. Siamo sempre più convinti che questa voce libera merita di restare viva. Voi lettori potete darci una mano attraverso un piccolo aiuto economico, quello che potete. Chi vuole farlo può contattarci a questo indirizzo email: latoestremo@gmail.com
 
Dico subito che il discorso di Iulia Mendel è bellissimo, una lettura obbligata, un discorso da Nobel per la Pace, se gli amministratori del premio fossero persone civili, anziché degli idioti protestanti norvegesi asserviti alla NATO organizzazione criminale. Un discorso, aggiungo, da leggere in chiesa, se la Chiesa non si limitasse a fare appelli generici per la pace, ma prendesse esempio da Gesù, condannato a morte non per aver predicato l’amore e la pace, ma per aver detto la verità in faccia alle autorità religiose. Un discorso infine che onora il genere femminile, continuamente disonorato dalle donne al potere, da Thatcher a Clinton, da von der Leyen a Kallas, Metsola, Frederiksen, Baerbock, Truss, Marin, Takaichi, Meloni, Schlein, Picierno, ecc, tutte guerrafondaie. Al discorso, che resta il discorso di una patriota ucraina, si possono fare solo due appunti: 1) è improprio l’omaggio iniziale al parlamento europeo - una vera cloaca, il luogo dove la civiltà europea non rinasce, ma muore - che le ha impedito di entrare. Va detto che l’audizione era stata organizzata dal gruppo dell’AfD tedesca, la stessa che i nostri corrotti media bollano come movimento neonazi. 2) Mendel non parla del cancro che affligge il paese, i nazionalisti neonazi, gli autori dei massacri di piazza Maidan e della Casa dei sindacati di Odessa, che dall’indipendenza rappresentano lo strumento dell’Occidente per destabilizzare il paese che infatti da allora è solo regredito - l’élite politico-finanziaria con a capo Zelensky sta al gioco cercando di approfittarne il più possibile. Mendel si mostra comunque consapevole che i guai dell’Ucraina cominciano molto prima del 2022: l’autrice si dice orgogliosa che il capo dell’Unione Sovietica ai tempi di Gagarin fosse ucraino (anche il suo successore Breznev), e che il paese ospitasse l’avanguardia industriale sovietica. L’ultima osservazione è la più importante: Mendel vede il nemico più odioso non in Putin, ma nei leader occidentali, europei in primis, che mandano al macello gli ucraini nella folle pretesa di sconfiggere la Russia. [Franco Continolo] 



“Hanno cercato di vietare il mio discorso, l’ho pronunciato comunque”.
 
Il Parlamento europeo mi ha vietato l’ingresso, senza alcuna spiegazione. È successo poche ore prima del mio discorso e dopo che Volodymyr Zelensky mi aveva colpito con delle sanzioni domenica 13 settembre. Alcuni sostengono che sia stato Zelensky in persona a chiedere di annullare il mio intervento. Hanno poi tentato di bloccare la trasmissione video. All’ultimo momento abbiamo trovato una soluzione tecnica alternativa e ho tenuto comunque il discorso. Lo condivido affinché possiate giudicare voi stessi quale sia il “pericolo” e trarre le vostre conclusioni sul motivo per cui Zelensky tema così tanto che gli ucraini parlino di pace. 



Onorevoli membri del Parlamento europeo,
è un grande onore e un privilegio parlare qui, nel Parlamento dell’Unione Europea, nel luogo in cui nascono le idee fondamentali della civiltà europea. Per alcuni di voi, ciò che sto per dire potrà risultare scomodo. Potrà suscitare critiche o persino rabbia. Eppure, mi trovo qui animata dalla speranza. Poiché è scritto: “Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto”.
Per due anni ho ricoperto il ruolo di addetta stampa di Volodymyr Zelensky, dopo aver lavorato come freelance per il New York Times, come consulente della Banca Mondiale e aver pubblicato sui principali media: attività di cui vado fiera. Oggi, in Occidente e sui media di Stato ucraini, c’è chi mi definisce “filorussa” non appena espongo un fatto evidente sulla guerra o dissento dalla politica di Zelensky di continua escalation. Chi vive nell’Occidente agiato a volte crede di comprendere l’Ucraina e questo conflitto meglio di me: io che seguo il conflitto dal 2014, che mi sono recata più volte nel Donbass con Zelensky in persona, che ho partecipato ai negoziati, contribuito a definire la comunicazione del Presidente e sono rimasta sul posto quando, nel 2022, è iniziata l’invasione su larga scala. Sono stata sotto il fuoco dell’artiglieria e sono sopravvissuta per un soffio. Ho attraversato il Paese per aiutare i civili e ho continuato a riferire gli eventi senza sosta. Nessuno può seriamente definirmi filorussa, a meno di non accettare narrazioni della guerra semplicistiche e basate su una logica in bianco e nero.



Non sono venuta qui per fare giochi politici. Sono venuta con un unico scopo: perorare la causa del popolo ucraino, del mio popolo. Vi dirò una verità che viene accuratamente nascosta al mondo. Sono una figlia dell’Ucraina e oggi ne sono la voce. Mi distinguo da molte delle voci che avete già ascoltato perché non traggo profitto da questa guerra. Non ci sto costruendo una carriera sopra. Non ricevo sovvenzioni né ne traggo alcun vantaggio. Come la maggior parte degli ucraini - e come la maggior parte degli europei, degli americani e dei russi - da questa crudeltà subisco solo perdite. E capisco che, se questa guerra dovesse continuare, porterà con sé perdite e cambiamenti irreversibili. Il popolo e l’esercito ucraini hanno dimostrato una resilienza straordinaria; non abbiamo nulla di cui vergognarci. Ma la guerra ci ha cambiati tutti e oggi resilienza significa dire la verità e battersi per la pace. Sono qui perché l’Ucraina e l’Europa continuano a preferire una brutta guerra a una brutta pace: l’escalation alla diplomazia, volta dopo volta. Eppure, un giorno questa guerra finirà e ognuno di noi verrà ricordato per i frutti che sta dando oggi.



Voi siete le menti migliori d’Europa. Non ho dubbi che sappiate molto della guerra russo-ucraina. Conoscete le cifre e le statistiche. Avete visto le fotografie. Avete letto libri e articoli, conosciuto le posizioni politiche e le strategie. Eppure sono qui per dirvi: non sapete nulla di questa guerra. La mia figlioccia Maria compirà quattro anni tra poche settimane. Non ha mai conosciuto una vita senza guerra. Nata a Kiev, è una bambina vivace e intelligente che parla un bellissimo ucraino, inserendo qua e là qualche parola in inglese. Di recente ha iniziato a farsi la pipì addosso all’asilo. Dopo l’ennesimo attacco missilistico russo, è stata presa dal terrore che un razzo potesse colpire la sua scuola. La mia amica ha passato molto tempo a consolarla, riuscendoci infine nel modo più terribile che si possa immaginare: ora la bambina si addormenta ascoltando il rumore degli attacchi alle raffinerie di petrolio russe. “Bei colpi”, li chiamano a casa. Ha quattro anni e difficilmente può comprendere le sfumature della guerra. “Sono inorridita”, mi ha detto sua madre. Mia nipote Anna ha dieci anni e non ha mai messo piede a scuola. Non sa che aspetto abbia un’aula piena di bambini. Si è trasferita così tante volte che non ha amici da nessuna parte. 



I genitori in Occidente si preoccupavano quando i loro figli trascorrevano un anno e mezzo online durante la pandemia; mia nipote non conosce altro tipo di istruzione. Ogni giorno resta sola nell’appartamento mentre i genitori lavorano. Si collega alle lezioni, fa i compiti, poi pulisce, cucina e li aspetta. Non può girare per una città sotto costante attacco. Non conosce il senso di comunità né le amicizie dell’infanzia. In inverno le sue giornate sono brevi e fredde: l’anno scorso non c’erano né riscaldamento né elettricità.



Un bambino ucraino su tre oggi non ha accesso a un’istruzione adeguata. Un tempo l’Ucraina era famosa per i suoi scienziati. È stato sotto un ucraino [Krusciov] che il primo essere umano ha volato nello spazio. Costruivamo aerei ed elicotteri; i nostri fisici e biologi contribuiscono ancora alla scienza mondiale. Eppure, nelle zone del fronte, ci sono alunni di quarta elementare che non sanno leggere. Ascoltatemi bene: ci sono bambini di dieci anni che non sanno leggere. Il deterioramento dell’istruzione e delle competenze sociali nelle generazioni future dovrebbe spaventarci tutti.
Gli ucraini non sono da meno rispetto a qualsiasi altro popolo. Anche noi vogliamo istruzione e assistenza sanitaria. Anche noi vogliamo creare, crescere, competere e collaborare. Tra cinque o dieci anni tutto ciò sarà impossibile se la guerra continuerà. Sotto la pioggia di missili, droni e bombe stiamo perdendo capitale umano: non solo a causa di morti e feriti, ma per la semplice assenza di qualsiasi possibilità di vivere. Anni di pura sopravvivenza logorano sia la mente che il corpo. Mia madre e mio padre sono medici a Kherson, sulla linea del fronte. Hanno trascorso più di otto mesi sotto l’occupazione russa e si rifiutano ancora di lasciare una città sottoposta a continui bombardamenti. Lì i medici scarseggiano drammaticamente. “Se tutti se ne vanno”, si chiedono, “sarà ancora Ucraina?”. 



Possiedono un lusso raro e terribile: la possibilità di restare quando potrebbero andarsene, trattenuti dal senso di responsabilità verso la comunità e la storia.

Decine di migliaia di altre persone non possono affatto andarsene, intrappolate dalla povertà e dalla totale assenza di aiuti. Lo Stato offre agli sfollati meno di cento dollari al mese, e solo per un periodo limitato: una somma con cui non è possibile affittare una casa o sfamare una famiglia. Nei villaggi del fronte la gente vive senza alcuna rete di sicurezza; mille dollari rappresentano una fortuna inimmaginabile. Sarebbe potuta andare diversamente. Le strategie che scegliamo oggi conducono l’Ucraina su un cammino di costante povertà e guerra, il che si traduce in un degrado della società. In un villaggio della regione di Kherson - un villaggio che ho attraversato molte volte andando a trovare mia nonna - una famiglia è stata distrutta. Sono morti il ​​padre, la madre e la loro figlia, che aveva ventitré giorni di vita; era stata proprio mia madre a dimettere quella bambina dall'ospedale. Il figlio è rimasto ferito. In una sola esplosione, in un solo istante, una famiglia è stata cancellata. Avrete già sentito parlare di tragedie simili. Ciò che forse non sapete è cosa significhi davvero sopravvivere in prima linea: che le ingenti somme di denaro dei contribuenti, di cui parlano i media, spesso servono a ben poco per aiutare gli ucraini che cercano semplicemente di restare in vita; che c’è una carenza catastrofica di medici; che le scuole sono in gran parte impossibilitate a funzionare; e che, per molte persone, il calcolo quotidiano si riduce a come andare al lavoro e tornare a casa senza finire sotto i bombardamenti. Lì, al fronte, la gente vive una realtà diversa. 



La loro vita è diventata una lotta quotidiana per la sopravvivenza. I comuni cittadini donano denaro di tasca propria per sostenere lo sforzo bellico. Le donne cucinano per i soldati, raccolgono indumenti caldi e altri beni di prima necessità, per poi inviarli al fronte tramite i volontari. Perché lì, in prima linea, ci sono i loro figli e i loro mariti. Le comunità locali sostengono l’esercito, cercando al contempo di garantire la sopravvivenza propria, delle proprie famiglie e dei vicini.
Questa è la guerra vissuta concretamente dalle persone sul campo. La subiscono, vi contribuiscono e combattono contro le forze d’invasione, nonostante la corruzione e la scarsa efficacia del governo ucraino. Un terzo dell’Ucraina è stato trasformato in un inferno. Quasi il venti per cento del nostro territorio è occupato; un altro dieci per cento è diventato un fronte in fiamme. Riflettete: quanto a lungo potrà reggere il restante 70 per cento con una ferita così aperta e non curata?



E quale strategia sosteniamo oggi? Una strategia in cui questa sofferenza quotidiana diventa invisibile, priva di peso, contrapposta a un grande ideale: la distruzione della Russia. Siamo onesti: moltissime persone desiderano distruggere la Russia più di quanto vogliano salvare l’Ucraina. Con crescente fervore leggiamo, più volte al mese, articoli appassionati sui principali organi di informazione che annunciano l’imminente collasso della Russia. È da quasi un quarto di secolo che li leggiamo. Il prezzo di quel collasso a rallentatore è la mia nazione, il mio Paese, il mio Stato: l’Ucraina. Nessuno di quegli esperti, professori o giornalisti occidentali che scrivono questi articoli accetterebbe mai di vivere in un Paese simile, né di lasciare che la propria patria subisse tali orrori in nome di un grande ideale. Pensavo avessimo già imparato la lezione sul sacrificio di interi popoli in nome di grandi ideali.
Ma vi capisco. Se il leader del mio stesso Paese, Volodymyr Zelensky, accetta lo status quo, perché dovreste metterlo in discussione voi?
Prima ci sono stati gli accordi di Istanbul, poi la Formula di Pace, poi il Piano per la Vittoria, infine la Coalizione dei Volenterosi. Ciò che la maggior parte delle persone non sa è che vi erano anche numerosi mediatori a facilitare i contatti, oltre a molteplici interpretazioni giuridiche di quella che oggi viene ridotta in modo semplicistico alla formula “cedere o meno territori”: interpretazioni che avrebbero potuto aiutare l’Ucraina a mantenere il controllo nel corso del tempo.



Ci sono stati accordi di cui non avete mai sentito parlare, menzionati solo brevemente in pubblico. Quelle intese non finiranno nei libri di storia, ma resteranno solo nella memoria di chi ha cercato di aiutare. Tutte queste soluzioni sono state rifiutate da Volodymyr Zelensky, persino quelle su cui aveva impegnato la propria parola e la propria promessa. Egli promuove la via alla vittoria più massimalista e irrealizzabile come l’unica strada verso la pace; e questo mi dice che non ha affatto intenzione di raggiungerla. Qualche tempo fa, JD Vance - oggi Vicepresidente degli Stati Uniti, ma all’epoca senatore - scrisse un articolo significativo sul New York Times, facendo notare che i conti in Ucraina non tornano. Quell’articolo diede a molti di noi la speranza che qualcuno vedesse il mondo con i nostri occhi e comprendesse ciò che stavamo vivendo. Sono passati più di due anni da allora, e i conti continuano a non tornare. Partiamo dalla domanda più elementare di tutte: come possono venticinque milioni di ucraini - di cui la metà pensionati - difendere cinquecento milioni di europei da centoquaranta milioni di russi? Non vi vergognate?



Dall’indipendenza ottenuta nel 1991, l’Ucraina ha perso oltre la metà della sua popolazione. All’epoca vi risiedevano cinquantadue milioni di persone. Oggi, anche secondo le stime più ottimistiche, la cifra si aggira intorno ai venticinque milioni, e il calo sta accelerando. Quasi la metà della popolazione è composta da pensionati, il tasso di natalità è catastroficamente basso e la guerra continua a mietere vittime e a spingere via chi vuole semplicemente vivere. Solo l’anno scorso, il numero dei decessi è stato quasi triplo rispetto a quello delle nascite e, nella prima metà del 2026, la situazione è peggiorata: i morti sono stati quattro volte più numerosi dei nati. Se a questo si aggiungono circa trecento mila emigrati ufficiali - cifra che nella realtà è certamente molto più alta - l’Ucraina perde, secondo stime prudenti, oltre seicento mila persone ogni anno. Di questo passo, nel giro di dieci anni la popolazione potrebbe scendere ben al di sotto dei venti milioni. Sono cifre catastrofiche. La guerra ha trasformato l’Ucraina in un luogo dove la vita e un futuro pieno di speranza appaiono sempre più impossibili. È una semplice questione di aritmetica: un’aritmetica che mostra il mio Paese svanire sotto i vostri occhi, tra gli applausi calorosi riservati a un uomo su un tappeto rosso - un uomo ormai all’ottavo anno di potere - che trova sempre un nuovo motivo per cui la guerra non può ancora finire.



Questa guerra ha ucciso l’economia e la democrazia ucraine. Lasciate che vi esponga altri dati di questa aritmetica cinica e crudele. L’UE ci concede un prestito dopo l’altro; il nostro debito estero ha già superato il 110% del PIL; dipendiamo interamente dai trasferimenti occidentali, in quella che è stata definita una “donornomics”. Come disse l’ex socio di Zelensky - oggi latitante per accuse di corruzione - in alcune intercettazioni anticorruzione: “L’economia può aspettare”. Non creiamo quasi alcun valore aggiunto; le nostre esportazioni sono soffocate dalla guerra, dalle frizioni con gli Stati membri dell’UE e da quote decisamente troppo esigue. Lo sapete perfettamente anche voi. Dunque vi chiedo: di quale vittoria stiamo parlando? L’Europa sta finanziando la produzione di droni di Volodymyr Zelensky a scapito dell’economia di un’intera nazione. Nel nostro Paese non c’è più scienza, né innovazione al di fuori del settore militare; le piccole imprese muoiono, le grandi trasferiscono i capitali all’estero e quelle medie se ne sono già andate. Lo ripeto: siamo come voi. Mentre descrivo tutto questo, immaginate il vostro Paese in questa stessa condizione.



Osservo come vengano ignorate voci ucraine “scomode” - voci sempre più numerose - nonostante persecuzioni, minacce, sanzioni illegittime, procedimenti penali, la distruzione della reputazione e l’etichetta di traditori affibbiata alle persone, tutto perché ci opponiamo alla guerra. Come siamo arrivati ​​al punto in cui chiunque si opponga al conflitto viene bollato come filo-russo e antidemocratico? Ascoltate bene: la pace non può essere “filo-russa”. La pace è l’unica via d'uscita dalla crisi in cui stiamo tutti affondando - e il popolo ucraino per primo. Zelensky afferma che pretenderà condizioni di pace migliori. Ma la realtà è che stiamo perdendo il Paese, la nazione. Non ci sarà più un popolo a cui offrire quelle condizioni migliori. E ognuno di voi qui sa che una sconfitta militare della Russia è impossibile. Questi giochi hanno un costo troppo alto. Per il mio Paese e anche per il vostro futuro. Non esiste condizione migliore per la pace di quella attuale: ora.



Qui in Europa, è diventato un atto patriottico tacere su ciò che accade all'interno dell’Ucraina. I confini chiusi agli uomini hanno trasformato la vita in una gabbia per innumerevoli famiglie. Una corruzione di proporzioni colossali - dimensioni che non potete nemmeno immaginare - che coinvolge la cerchia più ristretta del presidente e si contrappone a una povertà assoluta, sta per annientare la motivazione stessa a resistere alla Russia. La caccia all’uomo, le torture negli uffici di reclutamento, uomini picchiati a morte dagli addetti alla leva e talvolta uccisi dai loro stessi comandanti: tutto ciò ricorda un brutale spettacolo di gladiatori, in cui gli ucraini comuni hanno un unico obiettivo: sopravvivere. Gli uomini fuggono attraverso montagne e fiumi; i nostri servizi recuperano i corpi di chi non ce l’ha fatta. E davanti a noi si prospetta un altro inverno terribile, senza riscaldamento e senza luce. Vi parlano di resilienza, di dignità, di uno spirito incrollabile. Quale degli aspetti che ho appena descritto riflette tutto questo? Ignorare questa sofferenza in nome di grandi ideali, nasconderla dietro belle parole: questa è disumanità. Nei tempi bui, la cosa più difficile è rimanere umani. E vi ricordo ancora una volta: prima o poi, ognuno di noi sarà giudicato dai frutti che porta oggi.



Potete immaginare voi stessi, le vostre famiglie, i vostri amici al posto degli ucraini. Provate a immaginarlo. Immaginate che non abbia fine. Immaginate che non ci sia altra via d'uscita se non quella di sopravvivere così, mentre i media e gli organismi anticorruzione riferiscono, giorno dopo giorno, dei milioni sottratti illecitamente e della vita sfarzosa di chi è vicino al presidente e al potere. La guerra di Putin è ingiustificabile per la sua brutalità e il disprezzo per la vita umana. Altrettanto ingiustificabile è l’operato di Zelensky: smantellare riforme, proteggere reti di corruzione, ingannare il proprio popolo e anteporre il potere personale alla sopravvivenza della nazione. Un intellettuale tedesco ha affermato: “Affrontare entrambe le realtà è il requisito minimo di onestà intellettuale”. Dunque, vi prego, chiedetevi con onestà: credete davvero che una corsa infinita all’accumulo di armi permetterà all’Ucraina di vincere, senza un'economia e con una popolazione che si riduce di anno in anno, rimanendo ben al di sotto di quella russa? Quando questa guerra è iniziata, difendevamo dei valori. Ora difendiamo dei nomi.


 
L’Ucraina ha contribuito a creare un modello di militarizzazione della società, e alcuni leader occidentali lo hanno fatto proprio. Oggi nell’UE c’è chi sembra credere che militarizzare le economie e le società possa offrire una risposta alle difficoltà politiche ed economiche. Tuttavia, il riarmo permanente, unito alla costante costruzione dell’immagine del nemico, innesca una dinamica propria. Più una società è preparata alla guerra, maggiore è la pressione per giustificare tale preparazione. E, prima o poi, questa logica rischia di generare proprio quel conflitto che pretendeva di prevenire. 
Qui nell’UE si dice spesso che è stato fatto tutto il possibile e che la colpa è esclusivamente di Putin. Ciò che ha fatto Putin - inviare carri armati verso Kiev, occupare parti del nostro territorio (inclusa la mia regione d’origine), lanciare missili e droni ogni singolo giorno - è ingiustificabile. Eppure, puntiamo costantemente il dito solo contro Putin, senza vedere la trave nel nostro occhio. L’Occidente ha fatto davvero tutto il possibile per raggiungere la pace? Ecco cosa vedo: minacce anziché diplomazia; la volontà di distruggere la Russia, a prescindere dal costo in vite umane ucraine e dal degrado in cui l’Ucraina viene trascinata; e il desiderio di vendere quante più armi possibile. Zelensky è d’accordo: per lui l’economia è diventata una fonte di guadagno personale. Sono d’accordo le lobby delle armi e tutti coloro che ne trarranno profitto in qualche modo. Ma come può essere d’accordo la maggioranza? Non capite che questa guerra non può proseguire con la stessa intensità per anni? Prima o poi si estenderà oltre i confini dell’Ucraina.



L’Europa ha fatto davvero abbastanza per porre fine a questa guerra? Chiunque abbia cercato di parlare con Putin è stato perseguitato ed etichettato come filo-russo: da Orbàn e Fico fino allo stesso Presidente degli Stati Uniti. È difficile credere che nel mondo civile possano prevalere narrazioni così superficiali e basate su una logica manichea, soprattutto quando si parla di guerra, l’unica guerra in Europa. Sì, la Russia ha scatenato questa guerra. Ma sono le lobby della guerra a mantenerla viva: coloro che ne traggono profitto. Non sono io, e non siete voi. Allora perché sostenere questo massacro, questa guerra di logoramento contro gli ucraini? Voi siete legislatori. Sapete bene che quando c
’è davvero qualcosa da fare, lo si fa con discrezione.

Cosa si cela dietro l’enorme campagna di comunicazione a favore della militarizzazione in Germania? L’incertezza sulla propria rotta? Come vivono i polacchi la prospettiva di dover combattere? Stanno acquistando immobili in Spagna e in Italia. Perché i bellicosi britannici e francesi non sono ancora tra le fila dell’esercito ucraino? La risposta è evidente. Perché quando si tratta di guerra vera - quando la scelta è tra la vita e la morte per un ideale - molti comprenderanno finalmente l’errore di questa strada verso la militarizzazione, che vede il popolo ucraino come prima vittima sacrificale.



I vostri figli andranno a combattere? 
Un professore occidentale consigliò a uno studente di recarsi al fronte in Ucraina. Immaginando la guerra come un film di Hollywood, come la maggior parte degli occidentali, lo studente firmò il contratto. Si ritrovò poi all’inferno e implorò di essere riportato indietro. Il professore rispose: ognuno di noi fa la storia là dove si trova. È l’ennesima storia che dimostra come, qui in Occidente, la gente semplicemente non sappia cosa sia la guerra. Vi chiedo quindi apertamente: siete pronti a vedere i vostri figli combattere, su un fronte vero? Non credo proprio. Vedo quanto gli europei facciano fatica ad accettare anche solo un minimo disagio nella propria vita. È proprio per questo che abbiamo sanzioni a metà. È proprio per questo che il commercio con la Russia prosegue. Siamo ormai al quinto anno di guerra su vasta scala e al tredicesimo anno di guerra in Europa, e le strategie di pressione sulla Russia stanno fallendo. Come diciamo dalle nostre parti: i ricci si pungevano e piangevano, ma continuavano a mangiare il cactus. È giunto il momento di cambiare strategia. Non può essere altrimenti, quando le persone e le circostanze sono cambiate. La situazione in Ucraina si fa ogni giorno più critica. Perciò vi chiedo, legislatori: perché non cambiate strategia? Qualcuno deve dirlo chiaramente: non esiste una diplomazia delle minacce. Semplicemente non esiste.



È possibile essere amici della Russia? Da ucraino, non vedo alcuna possibilità di un’amicizia immediata dopo il dolore che abbiamo subito. Ma dobbiamo continuare a ucciderci a vicenda? Una cosa è non essere amici; ben altra è continuare a uccidere. La Russia può essere tenuta a freno e le si può impedire di ripetere una simile aggressione, non attraverso la guerra, ma attraverso la ragione, la diplomazia e l’umanità. Eppure, troppe persone hanno rinunciato proprio a queste virtù nel corso di questo conflitto. Ogni giorno vedo bruciare i depositi di petrolio russi. Sarò sincera: da ucraina, credo che i russi debbano provare sulla propria pelle cosa sia la guerra. Ma, come persona che desidera la pace, capisco che abbiamo solo dato un morso alla Russia, e tutta la sua furia si abbatte sulle teste degli ucraini, mentre l’Occidente continua a vivere di propaganda e mezze misure. Se l’Ucraina ha resistito all’inverno più terribile che si possa immaginare senza crollare - grazie al sostegno occidentale - perché dovrebbe crollare la Russia, un Paese che non ha nemmeno dovuto indebitarsi per condurre questa guerra? Rifletteteci: il nostro debito è pari al 110% del PIL, mentre la Russia non ha avuto bisogno di ricorrere a prestiti. Il collasso della Russia è imminente solo nella mente di idealisti che ignorano le realtà economiche di Russia e Ucraina. Non sono qui per difendere la Russia né per adularla, ma le illusioni sono una trappola e, a casa mia, quella trappola si misura in migliaia di vite umane. Oggi, quelle illusioni sono tinte del colore del sangue ucraino. E ogni articolo scritto da un teorico-crociato contro la Russia - qualcuno che spesso non ha mai messo piede né in Russia né in Ucraina e che trae le proprie informazioni dai social media rappresenta una piccola tragedia, un segno del degrado della nostra civiltà. Si tratta infatti solo di desideri infondati, mascherati per giustificare una guerra terribile nel nostro continente e le sofferenze quotidiane che ne derivano. Perciò vi supplico: smettete di credere alle narrazioni superficiali e manichee che vi vengono propinate dagli emissari di Zelensky e dagli attivisti finanziati dai vostri stessi leader. Questo circolo chiuso di narrazioni, avulso dalla realtà, non è nemmeno uno scambio di informazioni: è una rigida struttura verticale di comunicazione, una sorta di autocensura, come se voleste ascoltare solo ciò che desiderate sentirvi dire.



Vi dicono: Putin non cederà. Dobbiamo incalzarlo con maggiore determinazione! Sembra un atteggiamento coraggioso. In realtà è assurdo: un banchetto in tempo di peste. Questa guerra è costata centinaia di migliaia di vite e ha distrutto milioni di famiglie; è un tentativo di sopravvivere dentro un tritacarne. Bisogna affrontare Putin in altro modo, non con la forza cieca. Questo spettacolo infinito di morte non avrebbe mai dovuto essere normalizzato. Solo un leader forte può porre fine a questa guerra. Milioni di persone nutrono gratitudine verso Donald Trump per aver avuto il coraggio di mettere in discussione uno status quo che condanna il popolo ucraino. Eppure, ha incontrato una resistenza straordinaria: prima da parte di Volodymyr Zelensky - i cui collaboratori traggono profitto dal conflitto attraverso le loro aziende di droni - e poi dai leader europei. Questi ultimi hanno stabilito collettivamente che non si trattava delle condizioni giuste per la pace; eppure, nessuno di loro accetterebbe mai, nella propria vita, di vedere il proprio Paese e la propria famiglia subire ciò che sta passando l’Ucraina. 
Quando si candidò alla presidenza, Zelensky disse che si sarebbe inginocchiato davanti a Putin pur di evitare che quest’ultimo mettesse in ginocchio l’Ucraina. Affermò che ogni vita contava, che le vite delle persone erano ciò che più importava. E disse anche che, se non fosse riuscito a porre fine alla guerra, avrebbe ceduto l’incarico a qualcun altro in grado di farlo. Oggi cambia le condizioni per la pace di settimana in settimana: prima l’adesione alla NATO, poi la restituzione della Crimea, poi i confini del 1991, poi l’ingresso nell
’Unione Europea - come se tutto ciò fosse realizzabile in un colpo solo - e infine il rifiuto di cedere il Donbass. Questa guerra non riguarda il territorio.


 
Il conflitto russo-ucraino è sanguinoso e insensato. A questo punto, si stanno causando morte e distruzione immani per nulla. Se la questione riguarda il tenere l’Ucraina fuori dalla NATO, quel punto è già stato accantonato. Se invece si tratta di difendere la democrazia, la nostra è ormai così fragile da differire ben poco da qualsiasi regime autocratico: libertà di parola fortemente limitata, istituzioni indebolite, violazioni dei diritti costituzionali fondamentali, persecuzioni politiche e vite che contano quanto quelle sotto qualsiasi autocrazia. Se si tratta di rimuovere Zelensky dal potere, va detto che egli ne è stato il principale beneficiario: nel 2021 era ormai prossimo a perdere la guida del Paese, ma nella guerra ha trovato il mezzo per prosperare, traendo profitto da ogni aspetto del conflitto, accumulando un potere quasi illimitato in patria e godendo di fama internazionale. E se l’obiettivo è riconquistare i territori occupati dalla Russia, la realtà è che l’Ucraina ne sta perdendo altri, anziché recuperarli. Questa guerra non ha alcuna ragione o giustificazione per proseguire, se non quella di favorire pochi gruppi ristretti; a causa di ciò, l’Ucraina si trova sull’orlo dell’estinzione. Chiedo un ritorno alla diplomazia e alla politica. Invito i leader a non temere gli attacchi sui social media. Sono qui per un solo motivo: perché qualcuno deve parlare a nome del popolo ucraino e qualcuno deve battersi per esso - non per rovine, non per territori, non per medaglie, ma per degli esseri umani. Elevatevi al di sopra di questi attacchi primitivi. Siate strateghi. Tenete vicini gli amici e ancora più vicini i nemici. Ogni volta che parlate di questa guerra maledetta, ricordate che, chiusi nella gabbia di una nuova autocrazia europea, ci sono milioni di persone che pregano, ogni singolo giorno, affinché la guerra finisca. L’attuale strategia non funziona.



L’Ucraina versa ormai in condizioni così disastrose da non poter sopravvivere senza aiuti. Anch’io, un tempo, ho invocato quegli aiuti - il sostegno militare. Ma ora vedo quelle risorse finire nelle mani sbagliate, mentre i nostri cieli restano aperti, mentre il novantatré per cento dei nostri rifugi non è adeguatamente attrezzato per proteggere nessuno e mentre la povertà e il degrado spingono milioni di persone a cercare fortuna all’estero. Ricordiamo dunque che è possibile guadagnarsi da vivere in modi diversi dalla guerra voluta da una manciata di politici. Cambiamo strategia, raggiungiamo la pace e investiamo nel mio Paese. Costruiamo fabbriche, ripristiniamo le infrastrutture, creiamo posti di lavoro e rimpinguiamo le casse dello Stato attraverso le tasse. Secondo un recente sondaggio Gallup, il 66% degli ucraini desidera la pace il prima possibile. Un altro 11% non ha saputo rispondere, probabilmente per paura di esprimere la propria reale opinione. Un crescente sentimento pacifista sta invadendo il web e le aule di tribunale, poiché in Ucraina si rischia la condanna, sanzioni o l
’etichetta di traditori semplicemente per aver invocato la pace o criticato la leadership. Il web ucraino pullula di voci critiche verso lo status quo - provenienti da volontari, blogger e gente comune. Nel frattempo, la televisione controllata dall'ufficio di Zelensky dipinge la guerra come una realtà quotidiana immutabile, destinata a non finire mai. Chiunque riesca a far sentire la propria voce ottenendo una certa visibilità è costretto a tutelarsi. Il più delle volte, le persone scelgono di lasciare il Paese o di cambiare la propria posizione pubblica.

 


Avete tutti visto le immagini agghiaccianti del missile russo che ha colpito l’ospedale pediatrico Okhmatdyt di Kiev nel luglio 2024. Forse non sapete che, in seguito a quell’evento, alcuni noti blogger ucraini - sia di lingua ucraina che russa, con un seguito di milioni di persone - hanno lanciato un appello per porre fine alla guerra. Cito testualmente: “Non abbiamo bisogno dei confini del 1991, perché la gente vuole solo pace e tranquillità”. Tutti questi blogger sono stati convocati dai servizi di sicurezza, che hanno definito le loro dichiarazioni “propaganda russa”. In rete si è diffusa la voce che fossero stati pagati. Quasi tutti hanno smesso di parlare e uno di loro è stato costretto a lasciare il Paese. Per Zelensky, la verità rappresenta una minaccia. Da esperto di comunicazione, conosce bene il potere delle parole. Appena tre giorni prima di questo discorso, Volodymyr Zelensky ha firmato sanzioni incostituzionali contro di me, sostenendo che avessi diffuso “propaganda russa”. Di fatto, colpisce con sanzioni chiunque esprima opinioni sgradite. Molti membri del suo stesso ex team hanno subito la stessa sorte per essersi opposti alla guerra e aver denunciato la corruzione.
 

È aumentato vertiginosamente anche il numero di accuse di tradimento nel Paese. 
Nel 2015, in Ucraina, le condanne complessive per reati contro la sicurezza nazionale sono state 73. Dal 2022, sono state formalizzate oltre 3.500 accuse e 1.048 persone sono state condannate per alto tradimento. Queste sono le cifre del 2025; quest’anno i numeri saranno probabilmente ancora più alti. Molti di questi casi riguardano persone che si sono limitate a parlare di pace. Non vi sembra di rivivere scene tratte da libri e film sull’Unione Sovietica?
Dunque, nel momento in cui affermassi che sono necessari compromessi territoriali - un’idea sostenuta da alcune delle persone più ragionevoli al mondo - firmerei la mia condanna per tradimento, rischiando 15 anni di carcere o l’ergastolo. Per questo non lo dirò. Tuttavia, vorrei ricordare che nel 2023 il New York Times ha pubblicato un editoriale intitolato “L’Ucraina non ha bisogno di tutto il suo territorio per sconfiggere Putin”, a firma del premio Pulitzer Serge Schmemann. Schmemann ha avviato un dibattito importante che non abbiamo saputo portare avanti. Abbiamo ignorato l’invito a confrontarci con le sue argomentazioni e ad ascoltarle: “Il territorio riconquistato non è l’unico metro di misura della vittoria in questa guerra”, scriveva all’epoca. Ricordiamo la Finlandia. Chi direbbe oggi che la Finlandia ha perso la sua guerra? Ha perso alcune battaglie, ma ha conquistato la propria nazione e il proprio futuro. L’Ucraina può diventare un’altra Finlandia. L’Ucraina può diventare una frontiera tra l’Occidente e la Russia.


 
Ma l’attuale strategia ci sta spingendo lungo una strada ben diversa. Ricordate il Paese in cui, nell'arco di vent’anni, sono stati riversati trilioni di dollari - un Paese sprofondato nella corruzione e con istituzioni indebolite, fino alla definitiva caduta di Kabul nelle mani dei talebani? State trascinando l’Ucraina esattamente su quella stessa strada. Le nostre istituzioni stanno cedendo sotto il peso della corruzione e di un’autocrazia arrogante; la nostra gente fugge e perde la speranza; e la Russia continua ad avanzare. Perché lo fate? Perdiamo territori e vite umane ogni singolo giorno, senza sosta - e con essi, la nostra possibilità di un futuro. Lasciate che sia estremamente chiaro: chiunque sia disposto a combattere la Russia versando sangue ucraino, ignorando al contempo le sofferenze della gente comune, agisce contro l’Ucraina e contro i valori democratici. Difendere oggi le politiche di Zelensky significa difendere uno status quo che conduce l’Ucraina verso la sorte dell
’Afghanistan e rappresenta una vergogna storica per l’Occidente. Se volete davvero combattere la Russia, andate al fronte. Non censurate gli ucraini che invocano la pace. Restare comodamente seduti in Occidente ad attaccare chi chiede la fine del massacro non fa di voi degli eroi. Fa di voi degli ipocriti.



Non esiste alcuna giustificazione - nessuna - per una perdita così mostruosa di vite umane e di capitale umano. Nessun ideale, per quanto nobile, e nessuna strategia, per quanto ingegnosa, possono valere quanto una nazione dissanguata di metà della sua popolazione, una generazione di bambini che non sanno leggere, famiglie spazzate via in un istante e un futuro spento prima ancora di iniziare. 
Quando si tireranno le somme, il bilancio non si misurerà in territori conquistati o perduti, né in armi fornite o negli applausi sui tappeti rossi. Si misurerà in vite umane: nei bambini che non hanno mai imparato, nei genitori che non hanno mai fatto ritorno, nel Paese lasciato scomparire mentre il mondo distoglieva lo sguardo chiamandolo “determinazione”. La storia non ci chiederà quanto forte abbiamo applaudito. Ci chiederà cosa abbiamo salvato. Poiché è scritto: “Dai loro frutti li riconoscerete. Un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero corrotto può produrre frutti buoni”. Guardiamo dunque, con onestà, ai frutti che stiamo producendo oggi. E scegliamo - finché siamo ancora in tempo per farlo - di produrre i frutti della pace. Rivolgo oggi un appello a tutti i politici europei affinché si uniscano attorno alla causa della pace, contribuiscano a porre fine a questa terribile guerra russo-ucraina e riportino stabilità e sicurezza nel nostro continente. Questa è la strada verso un futuro di successo e la missione della nostra generazione di politici, non certo il bellicismo o le pose moralistiche.