Poiché non avete letto questo discorso su
nessuno dei giornali italiani, ve lo facciamo conoscere noi di “Odissea”. Siamo
sempre più convinti che questa voce libera merita di restare viva. Voi lettori
potete darci una mano attraverso un piccolo aiuto economico, quello che potete.
Chi vuole farlo può contattarci a questo indirizzo email:latoestremo@gmail.com Dico subito
che il discorso di Iulia Mendel è bellissimo, una lettura obbligata, un
discorso da Nobel per la Pace, se gli amministratori del premio fossero persone
civili, anziché degli idioti protestanti norvegesi asserviti alla NATO organizzazione
criminale. Un discorso, aggiungo, da leggere in chiesa, se la Chiesa non si
limitasse a fare appelli generici per la pace, ma prendesse esempio da Gesù,
condannato a morte non per aver predicato l’amore e la pace, ma per aver detto
la verità in faccia alle autorità religiose. Un discorso infine che onora il
genere femminile, continuamente disonorato dalle donne al potere, da Thatcher a
Clinton, da von der Leyen a Kallas, Metsola, Frederiksen, Baerbock, Truss,
Marin, Takaichi, Meloni, Schlein, Picierno, ecc, tutte guerrafondaie. Al
discorso, che resta il discorso di una patriota ucraina, si possono fare solo
due appunti: 1) è improprio l’omaggio iniziale al parlamento europeo - una
vera cloaca, il luogo dove la civiltà europea non rinasce, ma muore - che le ha
impedito di entrare. Va detto che l’audizione era stata organizzata dal
gruppo dell’AfD tedesca, la stessa che i nostri corrotti media bollano come
movimento neonazi. 2) Mendel non parla del cancro che affligge il paese, i
nazionalisti neonazi, gli autori dei massacri di piazza Maidan e della Casa dei
sindacati di Odessa, che dall’indipendenza rappresentano lo strumento
dell’Occidente per destabilizzare il paese che infatti da allora è solo
regredito - l’élite politico-finanziaria con a capo Zelensky sta al
gioco cercando di approfittarne il più possibile. Mendel si mostra comunque
consapevole che i guai dell’Ucraina cominciano molto prima del 2022: l’autrice
si dice orgogliosa che il capo dell’Unione Sovietica ai tempi di Gagarin fosse
ucraino (anche il suo successore Breznev), e che il paese ospitasse
l’avanguardia industriale sovietica. L’ultima osservazione è la più importante:
Mendel vede il nemico più odioso non in Putin, ma nei leader occidentali,
europei in primis, che mandano al macello gli ucraini nella folle pretesa di
sconfiggere la Russia. [Franco Continolo]
“Hanno cercato di vietare il mio discorso, l’ho
pronunciato comunque”. Il Parlamento
europeo mi ha vietato l’ingresso, senza alcuna spiegazione. È successo poche
ore prima del mio discorso e dopo che Volodymyr Zelensky mi aveva colpito con
delle sanzioni domenica 13 settembre. Alcuni sostengono che sia stato Zelensky
in persona a chiedere di annullare il mio intervento. Hanno poi tentato di
bloccare la trasmissione video. All’ultimo momento abbiamo trovato una
soluzione tecnica alternativa e ho tenuto comunque il discorso. Lo condivido
affinché possiate giudicare voi stessi quale sia il “pericolo” e trarre le
vostre conclusioni sul motivo per cui Zelensky tema così tanto che gli ucraini
parlino di pace.
Onorevoli
membri del Parlamento europeo, è un grande
onore e un privilegio parlare qui, nel Parlamento dell’Unione Europea,nel luogo in cui nascono le idee fondamentali della civiltà europea. Per alcuni
di voi, ciò che sto per dire potrà risultare scomodo. Potrà suscitare critiche
o persino rabbia. Eppure, mi trovo qui animata dalla speranza. Poiché è
scritto: “Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà
aperto”. Per due anni ho ricoperto il ruolo di addetta stampa di Volodymyr Zelensky, dopo aver
lavorato come freelance per il New York Times, come consulente della Banca
Mondiale e aver pubblicato sui principali media: attività di cui vado fiera.
Oggi, in Occidente e sui media di Stato ucraini, c’è chi mi definisce “filorussa”
non appena espongo un fatto evidente sulla guerra o dissento dalla politica di
Zelensky di continua escalation. Chi vive nell’Occidente agiato a volte crede di
comprendere l’Ucraina e questo conflitto meglio di me: io che seguo il
conflitto dal 2014, che mi sono recata più volte nel Donbass con Zelensky in
persona, che ho partecipato ai negoziati, contribuito a definire la
comunicazione del Presidente e sono rimasta sul posto quando, nel 2022, è
iniziata l’invasione su larga scala. Sono stata sotto il fuoco dell’artiglieria
e sono sopravvissuta per un soffio. Ho attraversato il Paese per aiutare i
civili e ho continuato a riferire gli eventi senza sosta. Nessuno può seriamente definirmi filorussa, a meno di non accettare
narrazioni della guerra semplicistiche e basate su una logica in bianco e nero.
Non sono
venuta qui per fare giochi politici. Sono venuta con un unico scopo: perorare
la causa del popolo ucraino, del mio popolo. Vi dirò una verità che viene
accuratamente nascosta al mondo. Sono una figlia dell’Ucraina e oggi ne sono la
voce. Mi distinguo da molte delle voci che avete già ascoltato perché non
traggo profitto da questa guerra. Non ci sto costruendo una carriera sopra. Non
ricevo sovvenzioni né ne traggo alcun vantaggio. Come la maggior parte degli
ucraini - e come la maggior parte degli europei, degli americani e dei russi -
da questa crudeltà subisco solo perdite. E capisco che, se questa guerra dovesse
continuare, porterà con sé perdite e cambiamenti irreversibili. Il popolo e l’esercito
ucraini hanno dimostrato una resilienza straordinaria; non abbiamo nulla di cui
vergognarci. Ma la guerra ci ha cambiati tutti e oggi resilienza significa dire
la verità e battersi per la pace. Sono qui
perché l’Ucraina e l’Europa continuano a preferire una brutta guerra a una
brutta pace: l’escalation alla diplomazia, volta dopo volta. Eppure, un giorno
questa guerra finirà e ognuno di noi verrà ricordato per i frutti che sta dando
oggi.
Voi siete le menti migliori d’Europa. Non ho dubbi che sappiate molto
della guerra russo-ucraina. Conoscete le cifre e le statistiche. Avete visto le
fotografie. Avete letto libri e articoli, conosciuto le posizioni politiche e
le strategie. Eppure sono qui
per dirvi: non sapete nulla di questa guerra. La mia figlioccia Maria compirà
quattro anni tra poche settimane. Non ha mai conosciuto una vita senza guerra.
Nata a Kiev, è una bambina vivace e intelligente che parla un bellissimo ucraino,
inserendo qua e là qualche parola in inglese. Di recente ha iniziato a farsi la
pipì addosso all’asilo. Dopo l’ennesimo attacco missilistico russo, è stata
presa dal terrore che un razzo potesse colpire la sua scuola. La mia amica ha
passato molto tempo a consolarla, riuscendoci infine nel modo più terribile che
si possa immaginare: ora la bambina si addormenta ascoltando il rumore degli
attacchi alle raffinerie di petrolio russe. “Bei colpi”, li chiamano a casa. Ha
quattro anni e difficilmente può comprendere le sfumature della guerra. “Sono
inorridita”, mi ha detto sua madre. Mia nipote Anna ha dieci anni e non ha mai
messo piede a scuola. Non sa che aspetto abbia un’aula piena di bambini. Si è
trasferita così tante volte che non ha amici da nessuna parte.
I genitori in
Occidente si preoccupavano quando i loro figli trascorrevano un anno e mezzo
online durante la pandemia; mia nipote non conosce altro tipo di istruzione.
Ogni giorno resta sola nell’appartamento mentre i genitori lavorano. Si collega
alle lezioni, fa i compiti, poi pulisce, cucina e li aspetta. Non può girare
per una città sotto costante attacco. Non conosce il senso di comunità né le
amicizie dell’infanzia. In inverno le sue giornate sono brevi e fredde: l’anno
scorso non c’erano né riscaldamento né elettricità.
Un bambino
ucraino su tre oggi non ha accesso a un’istruzione adeguata. Un tempo l’Ucraina
era famosa per i suoi scienziati. È stato
sotto un ucraino [Krusciov] che il primo essere umano ha volato nello spazio. Costruivamo
aerei ed elicotteri; i nostri fisici e biologi contribuiscono ancora alla
scienza mondiale. Eppure, nelle zone del fronte, ci sono
alunni di quarta elementare che non sanno leggere. Ascoltatemi bene: ci sono
bambini di dieci anni che non sanno leggere. Il deterioramento dell’istruzione
e delle competenze sociali nelle generazioni future dovrebbe spaventarci tutti. Gli ucraini
non sono da meno rispetto a qualsiasi altro popolo. Anche noi vogliamo
istruzione e assistenza sanitaria. Anche noi vogliamo creare, crescere,
competere e collaborare. Tra cinque o dieci anni tutto ciò sarà impossibile se
la guerra continuerà. Sotto la pioggia di missili, droni e bombe stiamo
perdendo capitale umano: non solo a causa di morti e feriti, ma per la semplice
assenza di qualsiasi possibilità di vivere. Anni di pura sopravvivenza logorano
sia la mente che il corpo. Mia madre e
mio padre sono medici a Kherson, sulla linea del fronte. Hanno trascorso più di
otto mesi sotto l’occupazione russa e si rifiutano ancora di lasciare una città
sottoposta a continui bombardamenti. Lì i medici scarseggiano drammaticamente. “Se
tutti se ne vanno”, si chiedono, “sarà ancora Ucraina?”.
Possiedono un lusso
raro e terribile: la possibilità di restare quando potrebbero andarsene, trattenuti
dal senso di responsabilità verso la comunità e la storia.
Decine di
migliaia di altre persone non possono affatto andarsene, intrappolate dalla
povertà e dalla totale assenza di aiuti. Lo Stato offre agli sfollati meno di
cento dollari al mese, e solo per un periodo limitato: una somma con cui non è
possibile affittare una casa o sfamare una famiglia. Nei villaggi del fronte la
gente vive senza alcuna rete di sicurezza; mille dollari rappresentano una
fortuna inimmaginabile. Sarebbe potuta andare diversamente. Le strategie che
scegliamo oggi conducono l’Ucraina su un cammino di costante povertà e guerra,
il che si traduce in un degrado della società. In un villaggio della regione di
Kherson - un villaggio che ho attraversato molte volte andando a trovare mia
nonna - una famiglia è stata distrutta. Sono morti il padre, la madre e la loro figlia, che aveva ventitré giorni di
vita; era stata proprio mia madre a dimettere quella bambina dall'ospedale. Il
figlio è rimasto ferito. In una sola esplosione, in un solo istante, una
famiglia è stata cancellata. Avrete già sentito parlare di tragedie simili. Ciò
che forse non sapete è cosa significhi davvero sopravvivere in prima linea: che
le ingenti somme di denaro dei contribuenti, di cui parlano i media, spesso
servono a ben poco per aiutare gli ucraini che cercano semplicemente di restare
in vita; che c’è una carenza catastrofica di medici; che le scuole sono in gran
parte impossibilitate a funzionare; e che, per molte persone, il calcolo
quotidiano si riduce a come andare al lavoro e tornare a casa senza finire
sotto i bombardamenti. Lì, al fronte, la gente vive una realtà diversa.
La loro
vita è diventata una lotta quotidiana per la sopravvivenza. I comuni cittadini
donano denaro di tasca propria per sostenere lo sforzo bellico. Le donne
cucinano per i soldati, raccolgono indumenti caldi e altri beni di prima
necessità, per poi inviarli al fronte tramite i volontari. Perché lì, in prima
linea, ci sono i loro figli e i loro mariti. Le comunità locali sostengono l’esercito,
cercando al contempo di garantire la sopravvivenza propria, delle proprie
famiglie e dei vicini. Questa è la
guerra vissuta concretamente dalle persone sul campo. La subiscono, vi
contribuiscono e combattono contro le forze d’invasione, nonostante la
corruzione e la scarsa efficacia del governo ucraino. Un terzo dell’Ucraina è
stato trasformato in un inferno. Quasi il venti per cento del nostro territorio
è occupato; un altro dieci per cento è diventato un fronte in fiamme.
Riflettete: quanto a lungo potrà reggere il restante 70 per cento con una
ferita così aperta e non curata?
E quale strategia sosteniamo oggi? Una strategia in cui questa sofferenza
quotidiana diventa invisibile, priva di peso, contrapposta a un grande ideale:
la distruzione della Russia. Siamo onesti: moltissime persone desiderano
distruggere la Russia più di quanto vogliano salvare l’Ucraina. Con crescente
fervore leggiamo, più volte al mese, articoli appassionati sui principali
organi di informazione che annunciano l’imminente collasso della Russia. È da
quasi un quarto di secolo che li leggiamo. Il prezzo di quel collasso a
rallentatore è la mia nazione, il mio Paese, il mio Stato: l’Ucraina. Nessuno di
quegli esperti, professori o giornalisti occidentali che scrivono questi
articoli accetterebbe mai di vivere in un Paese simile, né di lasciare che la
propria patria subisse tali orrori in nome di un grande ideale. Pensavo
avessimo già imparato la lezione sul sacrificio di interi popoli in nome di
grandi ideali. Ma vi
capisco. Se il leader del mio stesso Paese, Volodymyr Zelensky, accetta lo
status quo, perché dovreste metterlo in discussione voi? Prima ci sono
stati gli accordi di Istanbul, poi la Formula di Pace, poi il Piano per la
Vittoria, infine la Coalizione dei Volenterosi. Ciò che la maggior parte delle
persone non sa è che vi erano anche numerosi mediatori a facilitare i contatti,
oltre a molteplici interpretazioni giuridiche di quella che oggi viene ridotta
in modo semplicistico alla formula “cedere o meno territori”: interpretazioni
che avrebbero potuto aiutare l’Ucraina a mantenere il controllo nel corso del
tempo.
Ci sono stati
accordi di cui non avete mai sentito parlare, menzionati solo brevemente in
pubblico. Quelle intese non finiranno nei libri di storia, ma resteranno solo
nella memoria di chi ha cercato di aiutare. Tutte
queste soluzioni sono state rifiutate da Volodymyr Zelensky, persino quelle su
cui aveva impegnato la propria parola e la propria promessa. Egli promuove la
via alla vittoria più massimalista e irrealizzabile come l’unica strada verso
la pace; e questo mi dice che non ha affatto intenzione di raggiungerla. Qualche
tempo fa, JD Vance - oggi Vicepresidente degli Stati Uniti, ma all’epoca
senatore - scrisse un articolo significativo sul New York Times, facendo notare
che i conti in Ucraina non tornano. Quell’articolo diede a molti di noi la
speranza che qualcuno vedesse il mondo con i nostri occhi e comprendesse ciò
che stavamo vivendo. Sono passati più di due anni da allora, e i conti
continuano a non tornare. Partiamo dalla
domanda più elementare di tutte: come possono venticinque milioni di ucraini -
di cui la metà pensionati - difendere cinquecento milioni di europei da
centoquaranta milioni di russi? Non vi vergognate?
Dall’indipendenza
ottenuta nel 1991, l’Ucraina ha perso oltre la metà della sua popolazione. All’epoca
vi risiedevano cinquantadue milioni di persone. Oggi, anche secondo le stime
più ottimistiche, la cifra si aggira intorno ai venticinque milioni, e il calo
sta accelerando. Quasi la metà della popolazione è composta da pensionati, il
tasso di natalità è catastroficamente basso e la guerra continua a mietere
vittime e a spingere via chi vuole semplicemente vivere. Solo l’anno scorso, il
numero dei decessi è stato quasi triplo rispetto a quello delle nascite e,
nella prima metà del 2026, la situazione è peggiorata: i morti sono stati quattro
volte più numerosi dei nati. Se a questo si aggiungono circa trecento mila
emigrati ufficiali - cifra che nella realtà è certamente molto più alta - l’Ucraina
perde, secondo stime prudenti, oltre seicento mila persone ogni anno. Di questo
passo, nel giro di dieci anni la popolazione potrebbe scendere ben al di sotto
dei venti milioni. Sono cifre catastrofiche. La guerra ha trasformato l’Ucraina
in un luogo dove la vita e un futuro pieno di speranza appaiono sempre più
impossibili. È una semplice questione di aritmetica: un’aritmetica che mostra
il mio Paese svanire sotto i vostri occhi, tra gli applausi calorosi riservati
a un uomo su un tappeto rosso - un uomo ormai all’ottavo anno di potere - che
trova sempre un nuovo motivo per cui la guerra non può ancora finire.
Questa guerra ha ucciso l’economia e la democrazia ucraine. Lasciate
che vi esponga altri dati di questa aritmetica cinica e crudele. L’UE ci
concede un prestito dopo l’altro; il nostro debito estero ha già superato il
110% del PIL; dipendiamo interamente dai trasferimenti occidentali, in quella
che è stata definita una “donornomics”. Come disse l’ex socio di Zelensky -
oggi latitante per accuse di corruzione - in alcune intercettazioni
anticorruzione: “L’economia può aspettare”. Non creiamo quasi alcun valore
aggiunto; le nostre esportazioni sono soffocate dalla guerra, dalle frizioni
con gli Stati membri dell’UE e da quote decisamente troppo esigue. Lo sapete
perfettamente anche voi. Dunque vi chiedo: di quale vittoria stiamo parlando? L’Europa
sta finanziando la produzione di droni di Volodymyr Zelensky a scapito dell’economia
di un’intera nazione. Nel nostro Paese non c’è più scienza, né innovazione al
di fuori del settore militare; le piccole imprese muoiono, le grandi
trasferiscono i capitali all’estero e quelle medie se ne sono già andate. Lo
ripeto: siamo come voi. Mentre descrivo tutto questo, immaginate il vostro
Paese in questa stessa condizione.
Osservo come vengano ignorate voci ucraine “scomode” - voci sempre più
numerose - nonostante persecuzioni, minacce, sanzioni illegittime, procedimenti
penali, la distruzione della reputazione e l’etichetta di traditori affibbiata
alle persone, tutto perché ci opponiamo alla guerra. Come siamo arrivati al punto in cui
chiunque si opponga al conflitto viene bollato come filo-russo e
antidemocratico? Ascoltate bene: la pace non può essere “filo-russa”. La pace è
l’unica via d'uscita dalla crisi in cui stiamo tutti affondando - e il popolo
ucraino per primo. Zelensky afferma che pretenderà condizioni di pace migliori.
Ma la realtà è che stiamo perdendo il Paese, la nazione. Non ci sarà più un
popolo a cui offrire quelle condizioni migliori. E ognuno di voi qui sa
che una sconfitta militare della Russia è impossibile. Questi giochi hanno un
costo troppo alto. Per il mio Paese e anche per il vostro futuro. Non esiste
condizione migliore per la pace di quella attuale: ora.
Qui in
Europa, è diventato un atto patriottico tacere su ciò che accade all'interno
dell’Ucraina. I confini chiusi agli uomini hanno trasformato la vita in una
gabbia per innumerevoli famiglie. Una corruzione di proporzioni colossali -
dimensioni che non potete nemmeno immaginare - che coinvolge la cerchia più
ristretta del presidente e si contrappone a una povertà assoluta, sta per
annientare la motivazione stessa a resistere alla Russia. La caccia all’uomo,
le torture negli uffici di reclutamento, uomini picchiati a morte dagli addetti
alla leva e talvolta uccisi dai loro stessi comandanti: tutto ciò ricorda un
brutale spettacolo di gladiatori, in cui gli ucraini comuni hanno un unico
obiettivo: sopravvivere. Gli uomini fuggono attraverso montagne e fiumi; i
nostri servizi recuperano i corpi di chi non ce l’ha fatta. E davanti a noi si
prospetta un altro inverno terribile, senza riscaldamento e senza luce. Vi parlano di resilienza, di dignità, di uno spirito incrollabile. Quale
degli aspetti che ho appena descritto riflette tutto questo? Ignorare questa
sofferenza in nome di grandi ideali, nasconderla dietro belle parole: questa è
disumanità. Nei tempi bui, la cosa più difficile è rimanere umani. E vi ricordo
ancora una volta: prima o poi, ognuno di noi sarà giudicato dai frutti che
porta oggi.
Potete
immaginare voi stessi, le vostre famiglie, i vostri amici al posto degli
ucraini. Provate a immaginarlo. Immaginate che non abbia fine. Immaginate che
non ci sia altra via d'uscita se non quella di sopravvivere così, mentre i
media e gli organismi anticorruzione riferiscono, giorno dopo giorno, dei
milioni sottratti illecitamente e della vita sfarzosa di chi è vicino al
presidente e al potere. La guerra di Putin è ingiustificabile per la sua
brutalità e il disprezzo per la vita umana. Altrettanto ingiustificabile è l’operato
di Zelensky: smantellare riforme, proteggere reti di corruzione, ingannare il
proprio popolo e anteporre il potere personale alla sopravvivenza della
nazione. Un intellettuale tedesco ha affermato: “Affrontare entrambe le realtà
è il requisito minimo di onestà intellettuale”. Dunque, vi prego, chiedetevi con onestà: credete davvero che una corsa
infinita all’accumulo di armi permetterà all’Ucraina di vincere, senza
un'economia e con una popolazione che si riduce di anno in anno, rimanendo ben
al di sotto di quella russa? Quando questa
guerra è iniziata, difendevamo dei valori. Ora difendiamo dei nomi.
L’Ucraina ha contribuito a creare un modello di militarizzazione della
società, e alcuni leader occidentali lo hanno fatto proprio. Oggi nell’UE
c’è chi sembra credere che militarizzare le economie e le società possa offrire
una risposta alle difficoltà politiche ed economiche. Tuttavia, il riarmo
permanente, unito alla costante costruzione dell’immagine del nemico, innesca
una dinamica propria. Più una società è preparata alla guerra, maggiore è la
pressione per giustificare tale preparazione. E, prima o poi, questa logica
rischia di generare proprio quel conflitto che pretendeva di prevenire. Qui nell’UE
si dice spesso che è stato fatto tutto il possibile e che la colpa è
esclusivamente di Putin. Ciò che ha fatto Putin - inviare carri armati verso
Kiev, occupare parti del nostro territorio (inclusa la mia regione d’origine),
lanciare missili e droni ogni singolo giorno - è ingiustificabile. Eppure, puntiamo costantemente il dito solo contro Putin, senza vedere la
trave nel nostro occhio. L’Occidente ha fatto davvero tutto il possibile per
raggiungere la pace? Ecco cosa vedo: minacce anziché diplomazia; la volontà di
distruggere la Russia, a prescindere dal costo in vite umane ucraine e dal
degrado in cui l’Ucraina viene trascinata; e il desiderio di vendere quante più
armi possibile. Zelensky è d’accordo: per lui l’economia
è diventata una fonte di guadagno personale. Sono d’accordo le lobby delle armi
e tutti coloro che ne trarranno profitto in qualche modo. Ma come può essere d’accordo
la maggioranza? Non capite che
questa guerra non può proseguire con la stessa intensità per anni? Prima o poi
si estenderà oltre i confini dell’Ucraina.
L’Europa ha fatto davvero abbastanza per porre fine a questa guerra?
Chiunque abbia cercato di parlare con Putin è stato perseguitato ed etichettato
come filo-russo: da Orbàn e Fico fino allo stesso Presidente degli Stati Uniti.
È difficile credere che nel mondo civile possano prevalere narrazioni così
superficiali e basate su una logica manichea, soprattutto quando si parla di
guerra, l’unica guerra in Europa. Sì, la Russia ha scatenato questa
guerra. Ma sono le lobby della guerra a mantenerla viva: coloro che ne traggono
profitto. Non sono io, e non siete voi. Allora perché sostenere questo
massacro, questa guerra di logoramento contro gli ucraini? Voi siete
legislatori. Sapete bene che quando c’è davvero qualcosa da fare, lo si fa con
discrezione.
Cosa si cela
dietro l’enorme campagna di comunicazione a favore della militarizzazione in
Germania? L’incertezza sulla propria rotta? Come vivono i polacchi la
prospettiva di dover combattere? Stanno acquistando immobili in Spagna e in
Italia. Perché i bellicosi britannici e francesi non sono ancora tra le fila
dell’esercito ucraino? La risposta è evidente. Perché quando si tratta di
guerra vera - quando la scelta è tra la vita e la morte per un ideale - molti
comprenderanno finalmente l’errore di questa strada verso la militarizzazione,
che vede il popolo ucraino come prima vittima sacrificale.
I vostri
figli andranno a combattere? Un professore
occidentale consigliò a uno studente di recarsi al fronte in Ucraina.
Immaginando la guerra come un film di Hollywood, come la maggior parte degli occidentali,
lo studente firmò il contratto. Si ritrovò poi all’inferno e implorò di essere
riportato indietro. Il professore rispose: ognuno di noi fa la storia là dove
si trova. È l’ennesima storia che dimostra come, qui in Occidente, la gente
semplicemente non sappia cosa sia la guerra. Vi chiedo quindi apertamente:
siete pronti a vedere i vostri figli combattere, su un fronte vero? Non credo
proprio. Vedo quanto gli europei facciano fatica ad accettare anche solo un
minimo disagio nella propria vita. È proprio per questo che abbiamo sanzioni a
metà. È proprio per questo che il commercio con la Russia prosegue. Siamo ormai
al quinto anno di guerra su vasta scala e al tredicesimo anno di guerra in
Europa, e le strategie di pressione sulla Russia stanno fallendo. Come diciamo
dalle nostre parti: i ricci si pungevano e piangevano, ma continuavano a
mangiare il cactus. È giunto il momento di cambiare strategia. Non può essere
altrimenti, quando le persone e le circostanze sono cambiate. La situazione in
Ucraina si fa ogni giorno più critica. Perciò vi chiedo, legislatori: perché
non cambiate strategia? Qualcuno deve dirlo chiaramente: non esiste una
diplomazia delle minacce. Semplicemente non esiste.
È possibile
essere amici della Russia? Da ucraino, non vedo alcuna possibilità di un’amicizia
immediata dopo il dolore che abbiamo subito. Ma dobbiamo continuare a ucciderci
a vicenda? Una cosa è non essere amici; ben altra è continuare a uccidere. La
Russia può essere tenuta a freno e le si può impedire di ripetere una simile
aggressione, non attraverso la guerra, ma attraverso la ragione, la diplomazia
e l’umanità. Eppure, troppe persone hanno rinunciato proprio a queste virtù nel
corso di questo conflitto. Ogni giorno vedo bruciare i depositi di
petrolio russi. Sarò sincera: da ucraina, credo che i russi debbano provare
sulla propria pelle cosa sia la guerra. Ma, come persona che desidera la pace,
capisco che abbiamo solo dato un morso alla Russia, e tutta la sua furia si
abbatte sulle teste degli ucraini, mentre l’Occidente continua a vivere di
propaganda e mezze misure. Se l’Ucraina ha resistito all’inverno più
terribile che si possa immaginare senza crollare - grazie al sostegno
occidentale - perché dovrebbe crollare la Russia, un Paese che non ha nemmeno dovuto
indebitarsi per condurre questa guerra? Rifletteteci: il nostro debito è pari
al 110% del PIL, mentre la Russia non ha avuto bisogno di ricorrere a prestiti.
Il collasso della Russia è imminente solo nella mente di idealisti che ignorano
le realtà economiche di Russia e Ucraina. Non sono qui per difendere la
Russia né per adularla, ma le illusioni sono una trappola e, a casa mia, quella
trappola si misura in migliaia di vite umane. Oggi, quelle illusioni sono tinte
del colore del sangue ucraino.E ogni
articolo scritto da un teorico-crociato contro la Russia - qualcuno che spesso
non ha mai messo piede né in Russia né in Ucraina e che trae le proprie
informazioni dai social media rappresenta una piccola tragedia, un segno del
degrado della nostra civiltà. Si tratta infatti solo di desideri
infondati, mascherati per giustificare una guerra terribile nel nostro
continente e le sofferenze quotidiane che ne derivano. Perciò vi supplico:
smettete di credere alle narrazioni superficiali e manichee che vi vengono
propinate dagli emissari di Zelensky e dagli attivisti finanziati dai vostri
stessi leader. Questo circolo chiuso di narrazioni, avulso dalla realtà, non è
nemmeno uno scambio di informazioni: è una rigida struttura verticale di
comunicazione, una sorta di autocensura, come se voleste ascoltare solo ciò che
desiderate sentirvi dire.
Vi dicono:
Putin non cederà. Dobbiamo incalzarlo con maggiore determinazione! Sembra un
atteggiamento coraggioso. In realtà è assurdo: un banchetto in tempo di peste.
Questa guerra è costata centinaia di migliaia di vite e ha distrutto milioni di
famiglie; è un tentativo di sopravvivere dentro un tritacarne. Bisogna
affrontare Putin in altro modo, non con la forza cieca. Questo spettacolo
infinito di morte non avrebbe mai dovuto essere normalizzato. Solo un leader
forte può porre fine a questa guerra. Milioni di persone nutrono gratitudine
verso Donald Trump per aver avuto il coraggio di mettere in discussione uno
status quo che condanna il popolo ucraino. Eppure, ha incontrato una resistenza
straordinaria: prima da parte di Volodymyr Zelensky - i cui collaboratori
traggono profitto dal conflitto attraverso le loro aziende di droni - e poi dai
leader europei. Questi ultimi hanno stabilito collettivamente che non si
trattava delle condizioni giuste per la pace; eppure, nessuno di loro
accetterebbe mai, nella propria vita, di vedere il proprio Paese e la propria
famiglia subire ciò che sta passando l’Ucraina. Quando si candidò alla presidenza, Zelensky disse che si sarebbe
inginocchiato davanti a Putin pur di evitare che quest’ultimo mettesse in
ginocchio l’Ucraina. Affermò che ogni vita contava, che le vite delle persone
erano ciò che più importava. E disse anche che, se non fosse riuscito a porre
fine alla guerra, avrebbe ceduto l’incarico a qualcun altro in grado di farlo.
Oggi cambia le condizioni per la pace di settimana in settimana: prima l’adesione
alla NATO, poi la restituzione della Crimea, poi i confini del 1991, poi l’ingresso
nell’Unione Europea - come se tutto ciò fosse realizzabile in un colpo solo - e
infine il rifiuto di cedere il Donbass. Questa guerra non riguarda il
territorio.
Il conflitto
russo-ucraino è sanguinoso e insensato. A questo punto, si stanno causando
morte e distruzione immani per nulla. Se la questione riguarda il tenere l’Ucraina
fuori dalla NATO, quel punto è già stato accantonato. Se invece si tratta di
difendere la democrazia, la nostra è ormai così fragile da differire ben poco
da qualsiasi regime autocratico: libertà di parola fortemente limitata,
istituzioni indebolite, violazioni dei diritti costituzionali fondamentali,
persecuzioni politiche e vite che contano quanto quelle sotto qualsiasi
autocrazia. Se si tratta di rimuovere Zelensky dal potere, va detto che egli ne
è stato il principale beneficiario: nel 2021 era ormai prossimo a perdere la
guida del Paese, ma nella guerra ha trovato il mezzo per prosperare, traendo
profitto da ogni aspetto del conflitto, accumulando un potere quasi illimitato
in patria e godendo di fama internazionale. E se l’obiettivo è riconquistare i
territori occupati dalla Russia, la realtà è che l’Ucraina ne sta perdendo
altri, anziché recuperarli. Questa guerra non ha alcuna ragione o giustificazione
per proseguire, se non quella di favorire pochi gruppi ristretti; a causa di
ciò, l’Ucraina si trova sull’orlo dell’estinzione. Chiedo un ritorno alla
diplomazia e alla politica. Invito i leader a non temere gli attacchi sui
social media. Sono qui per un solo motivo: perché qualcuno deve parlare a nome
del popolo ucraino e qualcuno deve battersi per esso - non per rovine, non per
territori, non per medaglie, ma per degli esseri umani. Elevatevi al di sopra
di questi attacchi primitivi. Siate
strateghi. Tenete vicini gli amici e ancora più
vicini i nemici. Ogni volta che parlate di questa guerra maledetta, ricordate
che, chiusi nella gabbia di una nuova autocrazia europea, ci sono milioni di
persone che pregano, ogni singolo giorno, affinché la guerra finisca. L’attuale
strategia non funziona.
L’Ucraina
versa ormai in condizioni così disastrose da non poter sopravvivere senza
aiuti. Anch’io, un tempo, ho invocato quegli aiuti - il sostegno militare. Ma
ora vedo quelle risorse finire nelle mani sbagliate, mentre i nostri cieli
restano aperti, mentre il novantatré per cento dei nostri rifugi non è
adeguatamente attrezzato per proteggere nessuno e mentre la povertà e il
degrado spingono milioni di persone a cercare fortuna all’estero. Ricordiamo
dunque che è possibile guadagnarsi da vivere in modi diversi dalla guerra
voluta da una manciata di politici. Cambiamo strategia, raggiungiamo la pace e
investiamo nel mio Paese. Costruiamo fabbriche, ripristiniamo le
infrastrutture, creiamo posti di lavoro e rimpinguiamo le casse dello Stato
attraverso le tasse. Secondo un recente sondaggio Gallup, il 66% degli ucraini
desidera la pace il prima possibile. Un altro 11% non ha saputo rispondere,
probabilmente per paura di esprimere la propria reale opinione. Un crescente
sentimento pacifista sta invadendo il web e le aule di tribunale, poiché in
Ucraina si rischia la condanna, sanzioni o l’etichetta di traditori
semplicemente per aver invocato la pace o criticato la leadership. Il web
ucraino pullula di voci critiche verso lo status quo - provenienti da
volontari, blogger e gente comune. Nel frattempo, la televisione controllata
dall'ufficio di Zelensky dipinge la guerra come una realtà quotidiana
immutabile, destinata a non finire mai. Chiunque riesca a far sentire la propria
voce ottenendo una certa visibilità è costretto a tutelarsi. Il più delle
volte, le persone scelgono di lasciare il Paese o di cambiare la propria
posizione pubblica.
Avete tutti visto le immagini agghiaccianti del missile
russo che ha colpito l’ospedale pediatrico Okhmatdyt di Kiev nel luglio 2024.
Forse non sapete che, in seguito a quell’evento, alcuni noti blogger ucraini -
sia di lingua ucraina che russa, con un seguito di milioni di persone - hanno
lanciato un appello per porre fine alla guerra.Cito testualmente: “Non abbiamo bisogno dei confini del 1991, perché la
gente vuole solo pace e tranquillità”. Tutti questi blogger sono stati
convocati dai servizi di sicurezza, che hanno definito le loro dichiarazioni “propaganda
russa”. In rete si è diffusa la voce che fossero stati pagati. Quasi tutti
hanno smesso di parlare e uno di loro è stato costretto a lasciare il Paese. Per
Zelensky, la verità rappresenta una minaccia. Da esperto di comunicazione,
conosce bene il potere delle parole. Appena tre giorni prima di questo
discorso, Volodymyr Zelensky ha firmato sanzioni incostituzionali contro di me,
sostenendo che avessi diffuso “propaganda russa”. Di fatto, colpisce con
sanzioni chiunque esprima opinioni sgradite. Molti membri del suo stesso ex
team hanno subito la stessa sorte per essersi opposti alla guerra e aver
denunciato la corruzione.
È aumentato
vertiginosamente anche il numero di accuse di tradimento nel Paese. Nel 2015, in
Ucraina, le condanne complessive per reati contro la sicurezza nazionale sono
state 73. Dal 2022, sono state formalizzate oltre 3.500 accuse e 1.048 persone
sono state condannate per alto tradimento. Queste sono le cifre del 2025; quest’anno
i numeri saranno probabilmente ancora più alti. Molti di questi casi riguardano
persone che si sono limitate a parlare di pace. Non vi sembra di rivivere scene
tratte da libri e film sull’Unione Sovietica? Dunque, nel
momento in cui affermassi che sono necessari compromessi territoriali - un’idea
sostenuta da alcune delle persone più ragionevoli al mondo - firmerei la mia
condanna per tradimento, rischiando 15 anni di carcere o l’ergastolo. Per
questo non lo dirò. Tuttavia, vorrei ricordare che nel 2023 il New York Times
ha pubblicato un editoriale intitolato “L’Ucraina non ha bisogno di tutto il
suo territorio per sconfiggere Putin”, a firma del premio Pulitzer Serge
Schmemann. Schmemann ha avviato un dibattito importante che non abbiamo saputo
portare avanti. Abbiamo ignorato l’invito a confrontarci con le sue argomentazioni
e ad ascoltarle: “Il territorio riconquistato non è l’unico metro di misura
della vittoria in questa guerra”, scriveva all’epoca. Ricordiamo la Finlandia.
Chi direbbe oggi che la Finlandia ha perso la sua guerra? Ha perso alcune
battaglie, ma ha conquistato la propria nazione e il proprio futuro. L’Ucraina
può diventare un’altra Finlandia. L’Ucraina può diventare una frontiera tra l’Occidente
e la Russia.
Ma l’attuale
strategia ci sta spingendo lungo una strada ben diversa. Ricordate il Paese in
cui, nell'arco di vent’anni, sono stati riversati trilioni di dollari - un
Paese sprofondato nella corruzione e con istituzioni indebolite, fino alla
definitiva caduta di Kabul nelle mani dei talebani? State trascinando l’Ucraina
esattamente su quella stessa strada. Le nostre istituzioni stanno cedendo sotto
il peso della corruzione e di un’autocrazia arrogante; la nostra gente fugge e
perde la speranza; e la Russia continua ad avanzare. Perché lo fate? Perdiamo
territori e vite umane ogni singolo giorno, senza sosta - e con essi, la nostra
possibilità di un futuro. Lasciate che sia
estremamente chiaro: chiunque sia disposto a combattere la Russia versando
sangue ucraino, ignorando al contempo le sofferenze della gente comune, agisce
contro l’Ucraina e contro i valori democratici. Difendere oggi le politiche di
Zelensky significa difendere uno status quo che conduce l’Ucraina verso la
sorte dell’Afghanistan e rappresenta una vergogna storica per l’Occidente. Se volete
davvero combattere la Russia, andate al fronte. Non censurate gli ucraini che
invocano la pace. Restare comodamente seduti in Occidente ad attaccare chi
chiede la fine del massacro non fa di voi degli eroi. Fa di voi degli ipocriti.
Non esiste alcuna giustificazione - nessuna - per una perdita così
mostruosa di vite umane e di capitale umano. Nessun ideale, per quanto nobile,
e nessuna strategia, per quanto ingegnosa, possono valere quanto una nazione
dissanguata di metà della sua popolazione, una generazione di bambini che non
sanno leggere, famiglie spazzate via in un istante e un futuro spento prima
ancora di iniziare. Quando si tireranno le somme, il
bilancio non si misurerà in territori conquistati o perduti, né in armi fornite
o negli applausi sui tappeti rossi. Si misurerà in vite umane: nei bambini che
non hanno mai imparato, nei genitori che non hanno mai fatto ritorno, nel Paese
lasciato scomparire mentre il mondo distoglieva lo sguardo chiamandolo “determinazione”.
La storia non ci chiederà quanto forte abbiamo applaudito. Ci chiederà cosa
abbiamo salvato. Poiché è scritto: “Dai loro frutti li riconoscerete. Un albero
buono non può produrre frutti cattivi, né un albero corrotto può produrre
frutti buoni”. Guardiamo dunque, con onestà, ai frutti che stiamo producendo
oggi. E scegliamo - finché siamo ancora in tempo per farlo - di produrre i
frutti della pace. Rivolgo oggi un appello a tutti i politici europei affinché
si uniscano attorno alla causa della pace, contribuiscano a porre fine a questa
terribile guerra russo-ucraina e riportino stabilità e sicurezza nel nostro
continente. Questa è la strada verso un futuro di successo e la missione della
nostra generazione di politici, non certo il bellicismo o le pose moralistiche.