Oggi si discute molto, e giustamente, di
diritti degli animali, bistrattati e sfruttati dagli esseri umani per millenni.
Riguardo a ciò, la cattiva coscienza della nostra specie ha fatto sì che il
dibattito si sia esteso anche all’occorrenza di nutrirsi di carne, riflettendo su
quanto tale abitudine sia opportuna e necessaria dal punto di vista morale e salutistico. Lo storico greco Plutarco
di Cheronea (47-127 d.C.) - sacerdote del santuario di Delfi, autore di opere
basilari quali Vite parallele e Moralia -, fu tra i massimi
sostenitori e divulgatori dell’animalismo e del vegetarismo. Prima di lui
Pitagora, Teofrasto ed Empedocle si erano espressi contro l’alimentazione
carnivora, al contrario di quanto fecero invece gli stoici, ghiotti consumatori
di carne e negatori della sensibilità negli animali. Plutarco nel suo libello
giovanile De esu carnium, oggi riproposto da Garzanti con la cura di
Alessandro De Blasi, si scaglia risolutamente contro la crudeltà che rende gli
animali vittime indifese della violenza e dell’ingordigia degli uomini, usando
non solo toni di sincera pietà e di immedesimazione verso le sofferenze di
tutte le creature uccise, ma elencando argomenti di indubbia efficacia
argomentativa. Inizialmente si chiede
come abbia potuto il primo uomo accostare la bocca al sangue di un essere
morto, sopportarne l’odore, “ingerendo fluidi e umori emessi da lacerazioni
mortali”, nutrendosi di corpi che poco prima “avevano brucato, articolato
suoni, che si erano mosse ed erano dotate di vista”, e tollerando lo spettacolo
di“bestie sgozzate, scotennate e
macellate”. Una posizione, la sua, dettata soprattutto da un sentimento di
benevolenza e compassione verso la vita, in qualsiasi modo essa si manifesti.
Gli animali di cui si nutrono i carnivori sono innocenti e intelligenti, belli
esteriormente, cantano, volano, si muovono con leggiadria: perché privare loro
dell’unica ricchezza che hanno, l’essere vivi? L’autore trova una
possibile giustificazione a tale pratica esclusivamente nella totale penuria di
cibo e nella comprovata grave indigenza di un lontano passato, mentre nella
Grecia a lui contemporanea la terra offriva qualsivoglia risorsa di nutrimento
e bevanda, grazie alla benignità di Demetra e Dioniso: “Non provate vergogna a
mischiare i dolci frutti della terra con il sangue e la macellazione?” Solo per
le belve feroci uccidere “creature innocue e miti, prive di artigli o zanne con
cui mordere” è fonte di sostentamento, per gli esseri umani è invece indice di“voracità, prepotenza e gusto per
l’eccesso”. Oltre a ciò, mangiare carne non è conforme alla costituzione del
corpo umano, che “non dispone di fauci ricurve o di artigli affilati e neppure
di denti aguzzi”, ha dentatura fragile, bocca piccola, stomaco delicato, succhi
gastrici deboli: lo riprova il fatto che per cibarsi di carne l’ammorbidisce,
condisce con spezie, arrostisce per renderla più digeribile. La sazietà produce
invece pesantezza nel corpo e nello spirito, aumenta la golosità, la prepotenza
e il gusto per l’eccesso, così come succede nell’uso sfrenato della sensualità: “Questo perché gli organi di senso si
contagiano l’uno con l’altro, reagiscono all’unisono e insieme cedono alla
smodatezza, una volta perso il controllo dei propri limiti fisiologici”. L’appassionata
perorazione di Plutarco in favore del vegetarismo si conclude tuttavia
proponendo una soluzione di compromesso, nel suggerire un consumo moderato e
occasionale della carne a chi non volesse rinunciare a cibarsene:
“mangeremo sì la carne, ma per inedia anziché per gola; uccideremo un animale,
ma col pianto nel cuore anziché con la violenza o l’istinto di seviziarlo”.
Anticipa così le tesi dell’odierno flexitarianismo, dieta nutrizionista che
rispettando l’esistenza delle specie animali, riduce il rischio di gravi
malattie e ha minore impatto ecologico. La pubblicazione
garzantiana aggiunge al testo principale un originale dialoghetto, forse
debitore della satira menippea, in cui viene ironicamente rielaborato l’episodio
dell’Odissea laddove Circe tramuta in porci i compagni di Ulisse. Uno di
questi maiali contesta all’eroe greco il suo radicato pregiudizio
sull’inferiorità degli animali, vantando la loro intelligenza, virtù e capacità
di controllo rispetto alla stupidità, cattiveria e indisciplina del genere
umano. Così, il più infangato dei mammiferi vince in sapienza e abilità
oratoria il più astuto degli eroi classici.
Plutarco Contro l’uso di
mangiare carne Garzanti, 2026 A cura di Alessandro De
Blasi Pagine 80 € 5,90