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sabato 26 settembre 2026

CONTRO L’USO DI MANGUAR CARNE
di Alida Airaghi
 

Oggi si discute molto, e giustamente, di diritti degli animali, bistrattati e sfruttati dagli esseri umani per millenni. Riguardo a ciò, la cattiva coscienza della nostra specie ha fatto sì che il dibattito si sia esteso anche all’occorrenza di nutrirsi di carne, riflettendo su quanto tale abitudine sia opportuna e necessaria dal punto di vista morale e salutistico.
Lo storico greco Plutarco di Cheronea (47-127 d.C.) - sacerdote del santuario di Delfi, autore di opere basilari quali Vite parallele e Moralia -, fu tra i massimi sostenitori e divulgatori dell’animalismo e del vegetarismo. Prima di lui Pitagora, Teofrasto ed Empedocle si erano espressi contro l’alimentazione carnivora, al contrario di quanto fecero invece gli stoici, ghiotti consumatori di carne e negatori della sensibilità negli animali. Plutarco nel suo libello giovanile De esu carnium, oggi riproposto da Garzanti con la cura di Alessandro De Blasi, si scaglia risolutamente contro la crudeltà che rende gli animali vittime indifese della violenza e dell’ingordigia degli uomini, usando non solo toni di sincera pietà e di immedesimazione verso le sofferenze di tutte le creature uccise, ma elencando argomenti di indubbia efficacia argomentativa.
Inizialmente si chiede come abbia potuto il primo uomo accostare la bocca al sangue di un essere morto, sopportarne l’odore, “ingerendo fluidi e umori emessi da lacerazioni mortali”, nutrendosi di corpi che poco prima “avevano brucato, articolato suoni, che si erano mosse ed erano dotate di vista”, e tollerando lo spettacolo di “bestie sgozzate, scotennate e macellate”. Una posizione, la sua, dettata soprattutto da un sentimento di benevolenza e compassione verso la vita, in qualsiasi modo essa si manifesti. Gli animali di cui si nutrono i carnivori sono innocenti e intelligenti, belli esteriormente, cantano, volano, si muovono con leggiadria: perché privare loro dell’unica ricchezza che hanno, l’essere vivi?
L’autore trova una possibile giustificazione a tale pratica esclusivamente nella totale penuria di cibo e nella comprovata grave indigenza di un lontano passato, mentre nella Grecia a lui contemporanea la terra offriva qualsivoglia risorsa di nutrimento e bevanda, grazie alla benignità di Demetra e Dioniso: “Non provate vergogna a mischiare i dolci frutti della terra con il sangue e la macellazione?” Solo per le belve feroci uccidere “creature innocue e miti, prive di artigli o zanne con cui mordere” è fonte di sostentamento, per gli esseri umani è invece indice di “voracità, prepotenza e gusto per l’eccesso”. Oltre a ciò, mangiare carne non è conforme alla costituzione del corpo umano, che “non dispone di fauci ricurve o di artigli affilati e neppure di denti aguzzi”, ha dentatura fragile, bocca piccola, stomaco delicato, succhi gastrici deboli: lo riprova il fatto che per cibarsi di carne l’ammorbidisce, condisce con spezie, arrostisce per renderla più digeribile. La sazietà produce invece pesantezza nel corpo e nello spirito, aumenta la golosità, la prepotenza e il gusto per l’eccesso, così come succede nell’uso sfrenato della sensualità: “Questo perché gli organi di senso si contagiano l’uno con l’altro, reagiscono all’unisono e insieme cedono alla smodatezza, una volta perso il controllo dei propri limiti fisiologici”.
L’appassionata perorazione di Plutarco in favore del vegetarismo si conclude tuttavia proponendo una soluzione di compromesso, nel suggerire un consumo moderato e occasionale della carne a chi non volesse rinunciare a cibarsene: “mangeremo sì la carne, ma per inedia anziché per gola; uccideremo un animale, ma col pianto nel cuore anziché con la violenza o l’istinto di seviziarlo”. Anticipa così le tesi dell’odierno flexitarianismo, dieta nutrizionista che rispettando l’esistenza delle specie animali, riduce il rischio di gravi malattie e ha minore impatto ecologico.
La pubblicazione garzantiana aggiunge al testo principale un originale dialoghetto, forse debitore della satira menippea, in cui viene ironicamente rielaborato l’episodio dell’Odissea laddove Circe tramuta in porci i compagni di Ulisse. Uno di questi maiali contesta all’eroe greco il suo radicato pregiudizio sull’inferiorità degli animali, vantando la loro intelligenza, virtù e capacità di controllo rispetto alla stupidità, cattiveria e indisciplina del genere umano. Così, il più infangato dei mammiferi vince in sapienza e abilità oratoria il più astuto degli eroi classici.
                                        
                    
                                                   
 
Plutarco
Contro l’uso di mangiare carne  
Garzanti, 2026
A cura di Alessandro De Blasi
Pagine 80 € 5,90