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sabato 5 settembre 2026

FILI DI RINASCITA II
A cura di Zaccaria Gallo


Tiziana Tandoi 
Artemisia

Artemisia

Musica. Le luci si abbassano il coro rimane immobile. Entra Artemisia.
Ha fra le mani due tele che riproducono due suoi quadri.

Devo ringraziare la peste, le sue piaghe e il suo muco, e il mio respiro che  rantola. Così adesso ho ammazzato il tempo, e ce l’ho qui con me. Niente passato. Niente presente. La resa dei conti. Artemisia, diceva mio padre, tu hai talento, ma sei una femmina, e le femmine non sono buone per l’arte. Del resto, i tuoi fratelli sono dei cani, i loro pennelli sono l’esercizio di un pappagallo. Orazio, un grand’uomo lui, artista già noto quando io succhiavo al seno, il mio mentore e il mio boia. Artemisia Gentileschi, eccomi qui. Con le dita intrise di “maniera”, con tutte le mie tele, quelle blasfeme e quelle sacre, fatta artista nella bottega di mio padre e dalle frequentazioni dei suoi avventori. Ma le opere migliori nascono dal dolore, dalla lacerazione. La mia è nata dalla carne, il figlio naturale delle mie viscere violate.                     

(Scopre il quadro di Giuditta e Oloferne, con rabbia, e getta per terra il telo con disprezzo)
Mi mancava la prospettiva, la prospettiva era tutto, la profondità. Cos’era un paesaggio senza la fuga dell’orizzonte? E un volto senza dimensione?
La mia prospettiva si chiamava Agostino Tassi, e lo vedete lì, soffocato dal suo sangue, sgozzato, come si fa con una bestia da pasto. Mio padre me lo mise a maestro, a casa nostra, uomo di fascino e di mondo. Nella sua famiglia tutti eccentrici procacciatori di pane, le sorelle puttane, i fratelli delinquenti. Lui no, lui era artista, a lui era permesso tutto nel nome del talento. Con la mia amica Tuzia già ci provava da un po’, ma con me, pensava, sarebbe stato più facile. Io dipingevo, in piedi. Lui entrò misurando i passi sul pavimento, quasi nervoso. Voleva qualcosa e stava cercando in breve il modo per averla. La luce entrava di sghembo, mi disse: guarda Artemisia! Guarda dalla finestra, adesso, la fuliggine dell’aria che diventa pasta e fa sparire in fondo le case. Lo schiocco della chiave nella porta mi distolse e la prospettiva all’improvviso cambiò. Lui era così vicino, il puzzo fetido del fiato mescolato alla colonia da poco versata sul collo mi davano la nausea. In un attimo mi fu sopra, io buttata sul letto, le sue mani a impedirmi di urlare. Bestia! Mi riempì la bocca con un fazzoletto, aveva dieci mani quel verme, una stretta in gola, una sui miei seni affondava nella carne bianca. Vigliacco. Lo graffiai e gli strappai i capelli. Quando mi liberai presi un coltello: ti voglio ammazzare! gli urlai, ti voglio ammazzare! e glielo tirai contro. Ma si spostò di fretta e il coltello fece un tonfo di metallo sulle assi di legno. Eccolo lì il coltello (indica Oloferne), infilato netto alla sua gola, mozzata con disgusto e spregio. Il mio pennello intriso del sangue della mia verginità ha disegnato la sua morte, e la luce! Con la luce ho annientato la sua prospettiva. La mia forza, l’unica cosa illuminata. Dietro, l’olio nero che s’ingolfa del suo corpo assorbe il suo sangue lercio. L’ho ucciso nel solo modo possibile, l’ho ucciso nell’impeto della creazione. Di arte è vissuto e nell’arte ha trovato la mia vendetta. Nella mia Giuditta altera e senza rimorso ho fatto giustizia. La verità, la verità, la maledetta verità! Io ero la vittima, diciotto anni, avevo il gusto del latte, sul mio corpo il destino doveva ancora abbozzare la sua ira, e quell’esimio pittore mi ha marchiato col segno duro e indelebile della sua prospettiva, oh così a fondo, così in fondo, fino alle radici dell’utero. Ah! Ma ti hanno condannato, cosa di poco conto si sa, non è un gran reato violentare una donna, ma la mia di condanna… guardala, Agostino Tassi, questa ti resterà a fuoco e la tua natura di verme perverso l’ho trasmessa ai posteri, resterà appesa ai muri l’onta vile della tua bestialità. Il tribunale è stato clemente con te, ma io ti ho imprigionato per l’eternità in questa tela, in questo mio figlio primogenito che di te porta solo la rabbia”.
(Riduzione da Artemisia di Anna Banti)


 
Lisa Tarantini
 Desdemona

Desdemona
Entra Desdemona. (Ha fra le mani un fazzoletto ricamato. Lo agiterà continuamente durante lo spettacolo).
Eccomi! Guardatemi. Sono sicura che quando dirò il mio nome voi vi ricorderete di me. Io sono Desdemona, la moglie, la compagna di Otello, il Moro. Credevate che fossi morta a Venezia? Invece sono morta a Milano, a Roma, Palermo, a Parigi, a Bari, in queste nostre città del Sud. Ogni volta con un nome diverso. Io sono tutte voi. La mia storia è vecchia di più di 400 anni, eppure ogni giorno qualcuno la riscrive. Mi chiedono ancora: “Che cosa hai fatto? Niente! Ho amato un uomo. Ho scelto liberamente di sposarlo. Ho creduto che l'amore fosse fiducia. È bastato questo. Fu questa mano a donargli il cuore. E ripeteva: il fazzoletto! il fazzoletto!
Lui ha deciso che il dubbio valeva più della mia voce. Ha ascoltato le menzogne più delle mie parole. Ha preferito il sospetto alla verità. Ricordo quando gli dissi: “Il mio nobile signore…”. Continuavo a chiamarlo così, anche mentre il suo sguardo non riconosceva più il mio volto. E lui ripeteva: “Pensa ai tuoi peccati.
Quali peccati? Essere libera?  Essere fedele? Essere una donna? Ho cercato di spiegare, di difendermi, di farmi credere. Ma ci sono momenti in cui una donna capisce che non è più davanti all’uomo che ama. È davanti all’idea che quell’uomo si è costruito di lei e, contro quell’idea, nessuna parola basta.
 Uccidimi domani.  Stanotte lasciami vivere. Glielo chiesi.
Perché – mi chiese – perché? Vuoi lottare?”
Non perché sperassi di convincerlo, ma perché chi sta per morire cerca ancora un frammento di umanità.
Mezz’ora… mezz’ora soltanto. Il tempo di una preghiera.
Non me lo concesse.
È troppo tardi!”  mi gridò.
Mi tolse il respiro, perché pensava che il mio corpo gli appartenesse. Perché credeva che la mia vita fosse sua quanto il mio amore. Io non sono morta per gelosia.  Sono morta perché qualcuno ha creduto di avere il diritto di decidere se dovevo vivere. Da allora sono passati secoli. Cambiano le case, cambiano i vestiti, cambiano i nomi. Le domande invece sono sempre le stesse: “Perché non te ne sei andata? Perché non l’hai lasciato? Perché non hai capito prima?” E quasi mai ci si chiede: “Perché lui ha pensato di poter uccidere?”.
Io sono Desdemona. E ogni volta che una donna viene uccisa da chi diceva di amarla, qualcuno sussurra che la mia tragedia appartiene al passato. Non è vero. Il mio letto è diventato tanti letti. La mia stanza, tante stanze, di tante case. Il mio ultimo respiro, quell’ultimo respiro di troppe donne. Se ascoltate bene, nel silenzio che segue l’omicidio di una donna, sentirete ancora la mia voce. Che non chiede vendetta. Chiede che l’amore non venga mai più confuso con il possesso. Chiede che nessuna donna debba morire per dimostrare la propria innocenza. E chiede che finalmente la sua parola basti”.
(Scaglia con rabbia il fazzoletto). Musica.