Musica.
Le luci si abbassano il coro rimane immobile. Entra Artemisia. Ha fra
le mani due tele che riproducono due suoi quadri.
“Devo ringraziare la peste, le
sue piaghe e il suo muco, e il mio respiro che rantola. Così adesso ho ammazzato
il tempo, e ce l’ho qui con me. Niente passato. Niente presente. La resa dei conti.
Artemisia, diceva mio padre, tu hai talento, ma sei una femmina, e le femmine
non sono buone per l’arte. Del resto, i tuoi fratelli sono dei cani, i loro
pennelli sono l’esercizio di un pappagallo. Orazio, un grand’uomo lui, artista
già noto quando io succhiavo al seno, il mio mentore e il mio boia. Artemisia
Gentileschi, eccomi qui. Con le dita intrise di “maniera”, con tutte le mie
tele, quelle blasfeme e quelle sacre, fatta artista nella bottega di mio padre
e dalle frequentazioni dei suoi avventori. Ma le opere migliori nascono dal
dolore, dalla lacerazione. La mia è nata dalla carne, il figlio naturale delle
mie viscere violate.
(Scopre
il quadro di Giuditta e Oloferne, con rabbia, e getta per terra il telo con
disprezzo) Mi mancava la prospettiva, la
prospettiva era tutto, la profondità. Cos’era un paesaggio senza la fuga
dell’orizzonte? E un volto senza dimensione? La mia prospettiva si chiamava
Agostino Tassi, e lo vedete lì, soffocato dal suo sangue, sgozzato, come si fa
con una bestia da pasto. Mio padre me lo mise a maestro, a casa nostra, uomo di
fascino e di mondo. Nella sua famiglia tutti eccentrici procacciatori di pane,
le sorelle puttane, i fratelli delinquenti. Lui no, lui era artista, a lui era
permesso tutto nel nome del talento. Con la mia amica Tuzia già ci provava da
un po’, ma con me, pensava, sarebbe stato più facile. Io dipingevo, in piedi.
Lui entrò misurando i passi sul pavimento, quasi nervoso. Voleva qualcosa e
stava cercando in breve il modo per averla. La luce entrava di sghembo, mi
disse: guarda Artemisia! Guarda dalla finestra, adesso, la fuliggine dell’aria
che diventa pasta e fa sparire in fondo le case. Lo schiocco della chiave nella
porta mi distolse e la prospettiva all’improvviso cambiò. Lui era così vicino,
il puzzo fetido del fiato mescolato alla colonia da poco versata sul collo mi
davano la nausea. In un attimo mi fu sopra, io buttata sul letto, le sue mani a
impedirmi di urlare. Bestia! Mi riempì la bocca con un fazzoletto, aveva dieci
mani quel verme, una stretta in gola, una sui miei seni affondava nella carne
bianca. Vigliacco. Lo graffiai e gli strappai i capelli. Quando mi liberai
presi un coltello: ti voglio ammazzare! gli urlai, ti voglio ammazzare! e
glielo tirai contro. Ma si spostò di fretta e il coltello fece un tonfo di
metallo sulle assi di legno. Eccolo lì il coltello (indica Oloferne),
infilato netto alla sua gola, mozzata con disgusto e spregio. Il mio pennello
intriso del sangue della mia verginità ha disegnato la sua morte, e la luce! Con
la luce ho annientato la sua prospettiva. La mia forza, l’unica cosa
illuminata. Dietro, l’olio nero che s’ingolfa del suo corpo assorbe il suo
sangue lercio. L’ho ucciso nel solo modo possibile, l’ho ucciso nell’impeto
della creazione. Di arte è vissuto e nell’arte ha trovato la mia vendetta.
Nella mia Giuditta altera e senza rimorso ho fatto giustizia. La verità, la
verità, la maledetta verità! Io ero la vittima, diciotto anni, avevo il gusto
del latte, sul mio corpo il destino doveva ancora abbozzare la sua ira, e
quell’esimio pittore mi ha marchiato col segno duro e indelebile della sua
prospettiva, oh così a fondo, così in fondo, fino alle radici dell’utero. Ah!
Ma ti hanno condannato, cosa di poco conto si sa, non è un gran reato
violentare una donna, ma la mia di condanna… guardala, Agostino Tassi, questa ti
resterà a fuoco e la tua natura di verme perverso l’ho trasmessa ai posteri, resterà
appesa ai muri l’onta vile della tua bestialità. Il tribunale è stato clemente
con te, ma io ti ho imprigionato per l’eternità in questa tela, in questo mio
figlio primogenito che di te porta solo la rabbia”. (Riduzione da Artemisia di
Anna Banti)
Lisa Tarantini Desdemona
Desdemona Entra Desdemona.
(Ha fra le mani un fazzoletto ricamato. Lo agiterà continuamente durante lo
spettacolo). Eccomi! Guardatemi. Sono sicura
che quando dirò il mio nome voi vi ricorderete di me. Io sono Desdemona, la
moglie, la compagna di Otello, il Moro. Credevate che fossi morta a Venezia?
Invece sono morta a Milano, a Roma, Palermo, a Parigi, a Bari, in queste nostre
città del Sud. Ogni volta con un nome diverso. Io sono tutte voi. La mia storia
è vecchia di più di 400 anni, eppure ogni giorno qualcuno la riscrive. Mi
chiedono ancora: “Che cosa hai fatto?Niente!
Ho amato un uomo. Ho scelto liberamente di sposarlo. Ho creduto che l'amore
fosse fiducia. È bastato questo. Fu questa mano a donargli il
cuore. E ripeteva: il fazzoletto! il
fazzoletto! Lui ha deciso che il dubbio
valeva più della mia voce. Ha ascoltato le menzogne più delle mie parole. Ha
preferito il sospetto alla verità. Ricordo quando gli dissi: “Il mio nobile signore…”. Continuavo a chiamarlo così, anche
mentre il suo sguardo non riconosceva più il mio volto.E lui ripeteva: “Pensa ai
tuoi peccati”. Quali peccati? Essere
libera?Essere fedele? Essere una donna?
Ho cercato di spiegare, di difendermi, di farmi credere. Ma ci sono momenti in
cui una donna capisce che non è più davanti all’uomo che ama. È davanti all’idea
che quell’uomo si è costruito di lei e, contro quell’idea, nessuna parola
basta. “Uccidimi domani. Stanotte lasciami vivere”. Glielo
chiesi. “Perché – mi chiese – perché? Vuoi
lottare?” Non perché sperassi di
convincerlo, ma perché chi sta per morire cerca ancora un frammento di umanità. “Mezz’ora… mezz’ora soltanto. Il tempo di una
preghiera”. Non me lo concesse. “È troppo tardi!”mi gridò. Mi tolse il respiro, perché
pensava che il mio corpo gli appartenesse. Perché credeva che la mia vita fosse
sua quanto il mio amore. Io non sono morta per gelosia. Sono morta perché qualcuno ha creduto di avere
il diritto di decidere se dovevo vivere. Da allora sono passati secoli.
Cambiano le case, cambiano i vestiti, cambiano i nomi. Le domande invece sono
sempre le stesse: “Perché non te ne sei
andata? Perché non l’hai lasciato? Perché non hai capito prima?”E quasi mai ci si chiede: “Perché lui
ha pensato di poter uccidere?”. Io sono Desdemona. E ogni volta
che una donna viene uccisa da chi diceva di amarla, qualcuno sussurra che la
mia tragedia appartiene al passato. Non è vero. Il mio letto è diventato tanti
letti. La mia stanza, tante stanze, di tante case. Il mio ultimo respiro,
quell’ultimo respiro di troppe donne. Se ascoltate bene, nel silenzio che segue
l’omicidio di una donna, sentirete ancora la mia voce. Che non chiede vendetta.
Chiede che l’amore non venga mai più confuso con il possesso. Chiede che
nessuna donna debba morire per dimostrare la propria innocenza. E chiede che finalmente
la sua parola basti”. (Scaglia con rabbia il fazzoletto). Musica.