Pagine

sabato 5 settembre 2026

LA CRISI CLIMATICA
di Giusto Catania*
 
Giusto Catania

Lettera ai docenti
 
Questi due mesi, dopo la nostra tradizionale grigliata di fine anno, saranno ricordati come l’estate più fresca dei prossimi trent’anni. In queste poche settimane abbiamo consolidato le nostre competenze meteorologiche, tra giornate di picco e quelle di bassa pressione. Il suono festoso della movida ha ceduto il passo alla nuova colonna sonora delle nostre notti insonni: il rumore sordo delle ventole dei condizionatori. Non è stata un’estata calda! È semplicemente iniziata una nuova era geologica sulla quale va aperta una riflessione per costruire un nuovo curriculo di educazione civica. Il riscaldamento globale, la crisi climatica, il cambio di paradigma energetico, la folle corsa dell’antropocene devono essere gli argomenti fondamentali di una scuola in cui, tra le discipline da insegnare, ci sono scienze e tecnologia. Dobbiamo decidere se essere bravi educatori oppure limitarci ad assistere, quasi divertiti, allo scioglimento di un ghiacciaio in Nepal che sembra giocare a bowling con i corpi di migliaia di persone, travolgendo, in pochi secondi, intere città. Ma tanto il Nepal è lontano! Pensavamo, oltre trent’anni fa, che fosse solo una metafora efficace quella di Serge Latouche ed invece abbiamo scoperto che veramente “siamo imbarcati su un bolide che marcia a tutta velocità senza il guidatore.”


L'Istituto Comprensivo

Mentre consegniamo il futuro dei nostri figli e dei nostri nipoti all’apocalisse climatica, si riducono gli investimenti sulle energie rinnovabili e tutte le volte che le grandi potenze del pianeta cercano di esportare la democrazia trovano, casualmente, solo giacimenti petroliferi.
Nel frattempo i potenti del mondo concentrano la loro attenzione sul dispiegamento violento della “terza guerra mondiale a pezzi”. Il pianeta è diventato un tavolo di risiko. L’economia di guerra è entrata nel nostro immaginario e nella quotidianità di consumatori disattenti, illusi dalla riduzione di pochi centesimi del prezzo delle ciliegie o della benzina, anzi del diesel.
Faremmo una buona scuola se lo studio della geografia non partisse dalla centralità planetaria dello stretto di Hormuz? Saremmo buoni insegnanti di Storia se non spiegassimo le ragioni del genocidio di Gaza e dell’invasione dell’Ucraina? Potremmo sentirci professionalmente appagati se insegnassimo la matematica limitandoci a sommare il numero dei bambini e delle bambine che, ogni giorno, muoiono di fame o che fuggono dalla guerra?
Che senso ha oggi insegnare a leggere e a scrivere se non riusciamo ad interpretare e a narrare la cronaca drammatica del nostro tempo, in cui la letteratura è stata stritolata dalle narrazioni farlocche che fuoriescono dal nostro telefonino, ormai diventato l’estensione tecnologica della nostra coscienza. Solo così la scuola ha un senso! Non è una affermazione particolarmente originale se penso che, quasi centocinquanta anni fa, John Dewey teorizzava la relazione tra la scuola e la società. Al bombardamento di droni e al bombardamento mediatico dobbiamo contrapporre la gentilezza del sapere, l’empatia dell’insegnamento, la passione educativa, il coraggio utopico di un altro mondo possibile, forse necessario. 



Nel tempo dell’intelligenza artificiale dobbiamo insegnare a riconoscere l’umanità, costruire la pace, ripristinare lo spirito di comunità, praticare la giustizia sociale. Questa è una funzione propria della scuola ed assume una valenza salvifica per la democrazia. Il mondo governato dagli algoritmi è un sistema senza frizione, senza resistenza, senza opposizione.
In questi ultimi giorni di agosto abbiamo imparato una parola nuova, exclave, e scoperto che un pezzo di Europa continua ad abitare nel continente africano. La memoria del nostro passato coloniale si è improvvisamente risvegliata sulle coste di Ceuta e il nostro sguardo è stato obnubilato dall’invasione dei barbari.
Non abbiamo riconosciuto l’umanità nello sguardo disperato dei “dannati della terra”; immemori del nostro passato, quando i dannati della terra erano gli italiani, e irresponsabili sul nostro futuro che si presenta regressivo, al cospetto di una drammatica crisi demografica che porterà il Paese, nel 2050, ad avere una popolazione di poco superiore ai 50 milioni.
Oggi letà media in Italia è di poco inferiore ai 49 anni, tra le più alte al mondo, e gli over 65 superano il 24% della popolazione, mentre i giovani sotto i 20 anni sono fermi al 17%.



Solo la migrazione salverà il Paese dal declino economico, dal crollo del sistema pensionistico e dei salari, dal collasso del welfare, dalla chiusura degli ospedali e delle scuole nelle piccole isole, nei comuni montani e nei quartieri periferici. Questo potrebbe essere un argomento sufficiente perfino per i cinici, per i razzisti, per i nazionalisti, per quelli pronti a sventolare il tricolore quando le italiane di seconda generazione, i figli degli immigrati, le ragazze musulmane, i giovani con la pelle nera trionfano nel nuoto, nella pallavolo, nel salto in lungo e nel mezzofondo.
È la metafora di un Paese che, come nello sport, sarà salvato solo dai ragazzini, soprattutto dai ragazzini migranti che, a dispetto di quello che dice il nostro ministro dell’istruzione, stanno già salvando la scuola italiana dallo spopolamento. Ma noi, che ci occupiamo di scuola, potremmo anche considerare secondari gli argomenti demografici, le ragioni economiche, la tutela dei livelli occupazionali. Per noi, che siamo la carne e il sangue della più importante istituzione culturale della Repubblica, il diritto inalienabile alla mobilità umana è parte fondamentale della Storia, della Geografia, delle storia delle religioni, delle grandi scoperte scientifiche e tecnologiche; per noi la libertà di movimento dei popoli ha trasformato positivamente la Storia dell’Arte e la Musica; le contaminazioni culturali e linguistiche hanno attraversato il Mediterraneo, rimescolato le antiche civiltà, accorciato le distanze tra i popoli. Altrimenti che senso ha insegnare Inglese e Francese!



L’estate è stata molto fredda anche per otto donne, vittime di femminicidio. Nel mezzo di questa sequenza crescente di violenza qualche nostalgico delle squadracce nazi-fasciste (ahimè tornano perfino in Italia e in Germania) inventa la tradizione del patriarcato mediterraneo e la scuola viene imbavagliata, impedendole di svolgere la funzione di prevenzione contro la violenza di genere, attraverso una corretta educazione sessuo-affettiva.
A Palermo, come è noto, la mafia uccide sempre d’estate, oppure, come accaduto in questa fresca estate del 2026, Cosa nostra si riorganizza, ricomincia a sparare coi kalashnikov intimidendo commercianti e cittadini. L’estate della nostra città, inoltre, sarà ricordata come quella in cui una bambina di quattro anni è morta per una malattia che sembrava scomparsa perfino dall’enciclopedia medica, vittima della propaganda anti-scientifica e della disinformazione complottista.
Forse il momento più fertile, di questa fresca estate, ci viene consegnato dall’Odissea di Christopher Nolan che, oltre aver fatto emergere inaspettati cultori della storia e della cultura greca e improbabili critici cinematografici, ha riportato il dibattito sulla centralità dell’umanità, sui disastri della guerra e sulla meraviglia immaginifica del viaggio. Una lezione importante, soprattutto per noi che facciamo scuola, perché come scrive Costantinos Kavafis: “Sempre devi avere in mente Itaca, raggiungerla sia il pensiero costante. Soprattutto, non affrettare il viaggio; fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio metta piede sull’isola, tu, ricco dei tesori accumulati per strada senza aspettarti ricchezze da Itaca.


L'Istituto Comprensivo

La grande lezione dell’Odissea è racchiusa in questo dualismo: possiamo scegliere di contemplare il presente, vivere in questa eterna e disperante quotidianità, oppure lanciarsi alla ricerca di Itaca, immaginando che compito principale della scuola sia migliorare il mondo, trasformare la società, costruire il futuro delle nuove generazioni. Sempre in testa dobbiamo avere la nostra Itaca ma la nostra metà avrà senso solo se saremo in grado di crescere nell’esperienza del viaggio. Il viaggio è faticoso, ricco di difficoltà da superare e di paure da sconfiggere.
Oggi si ricomincia: bisogna affrontare questo viaggio con l’allegria delle difficoltà e con la leggerezza dei valori forti, con lo sguardo proiettato al futuro e coi piedi ben piantanti sul presente del nostro quartiere.
Se siamo bravi educatori non lo scopriremo subito, forse non lo sapremo mai.
Tuttavia se riusciremo ad essere bravi educatori, il nostro impegno e la qualità dei nostri insegnamenti rimarranno scolpiti, per i prossimi decenni, nella memoria delle nostre studentesse e dei nostri studenti. E potranno segnare il futuro di ragazze e ragazzi, figli di un quartiere socialmente periferico e culturalmente povero, ai quali la scuola potrà cambiare la vita.
Questa continua ad essere la nostra bussola, buon viaggio!
 
* Dirigente Scolastico dell’Istituto Comprensivo Statale Giuliana Saladino di Palermo