Pagine

mercoledì 2 settembre 2026

IL SENSO DEL PASSATO, FRA LA CAPRIA E PARISE
di Giorgio Bolla


Goffredo Parsise
 
(….) e parvemi terribil vanitate
fermare in cose il cor che 'l Tempo preme,
che, mentre più le stringi, son passate.
F. Petrarca – Triumphus Temporis - vv. 40-42
 
Inafferrabile il Dio Tempo, fugace, inenarrabile, indefinito ai nostri sensi, non catalogabile, pura parvenza. Sicuramente Petrarca aveva letto Cicerone, che nelle Tusculane dichiara l’impossibilità per l’uomo di fermarlo, il Signore di questa nostra realtà di vita. L’uomo ha come unica arma la memoria, la propria. La memoria come ri-creazione di un passato (immaginato) che non esiste più. Raffaele La Capria, che ha sempre riconosciuto in Goffredo vasti spazi di comunanza letteraria ed umana, definisce il passato come l’invenzione della memoria. Dunque, puramente soggettivo. Fantasia intellettuale che nasce nel rievocare, riportare alla coscienza un odore, una visione, un’emozione che più non sono. Dichiaratamente proustiana questa interpretazione intellettuale del Tempo, non più identificabile secondo i parametri sensoriali ora scomparsi, introvabili. L’intervento della memoria – ovvero della mente – crea una nuova sensorialità atemporale, del tutto immateriale.
Come quella volta che il bambino Raffaele, al ritorno da scuola, vide (e sentì) posarsi sulla sua spalla un canarino, cosa che mandò il cuore del futuro scrittore “a mille”. Ma nel ricordare alla madre, dopo pochi minuti, quell'evento strano e bellissimo il cuore di Raffaele non provava più nessun sussulto. L’emozione non c’era più e solo la memoria poteva reinventarla.
Il matematico Marvin Minsky definì la memoria un’invenzione priva di prove.
Goffredo Parise nel 1983, ormai consapevole della fine fisica vicina, scriveva: “Temo che... la sutura al metallo non meglio identificato delle tegole, lo slancio delle cupole si vadano ormai perdendo nel nulla se i lembi, le particelle pulviscolari dei ricordi, simili alle basse nubi di quel delizioso ma non si sa quanto reale paesino del Vallese, [non] prendono un minimo di corpo, una parvenza, un lampo di realtà. (da: Era davvero la stanza di Rilke?).
E poi i surrealistici Incipit dei Sillabari, dove il passato è scollato dalla realtà ed è soltanto il tempo della mente. Significa semplicemente nostalgia, quel sentimento sottile: “Un giorno di un’estate lontana una donna di circa quarant’anni dall’aspetto però fanciullesco e roseo, con occhi celestini (si dice sempre azzurri)” (da Nostalgia).


Raffaele La Capria

La domanda diventa allora: è reale il tempo o è solo una finzione creata da un diavoletto carogna che si prende gioco degli umani? Si vocifera che i gatti (animali mistici amici dei poeti) non abbiano per nulla il senso del tempo. Beati loro! Non hanno bisogno di ri-creare nulla.
Le Neuroscienze occupano quello spazio di interpretazione della realtà che non teme di far entrare nel modello di comprensione tutto ciò che appartiene alle emozioni, alle passioni, ai ricordi. La memoria come il risultato di un risveglio funzionale – neurosinaptico – di specifici, esclusivi, percorsi cerebrali. Lo stimolo esterno – visivo, tattile, acustico, olfattivo, anche gustativo – filtrato dal cervello antico (nella scala filogenetica), arriva al cervello nuovo – la corteccia – e lì “risveglia” proprio quel circuito neuronale che raffigura il ricordo. L’invenzione del passato di Raffaele La Capria.



Cosa è per me la memoria? La memoria è il cagnolino, vivo, che guarda la propria signora – morta – sul catafalco scolpito da Jacopo della Quercia: Ilaria del Carretto (signora di Lucca). La dimensione è atemporale, qui il tempo non esiste. Nulla diviene, niente va a scorrere. Tutto fermo, non vi è discrimine fra vita e morte. Fra passato e presente. Forse la memoria è la ricerca di senso di un passato che esiste solo nella nostra mente e nei nostri passaggi sinaptici e neurosensoriali.