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giovedì 3 settembre 2026

RUMORE
di Angelo Gaccione


 
Tra i mali che affliggono la nostra contemporaneità, il rumore è divenuto uno dei più insidiosi e pervasivi. Praticamente non ce ne si può difendere da quando sono stati inventati i motori, gli elettrodomestici e apparecchi di ogni tipo. Non ci si può difendere negli spazi pubblici, e non ci si può difendere ogni volta che mettiamo piede in un locale. A identica sorte siamo condannati da quando sono stati inventati i condominî. Ascensori, radio, televisori, aspirapolveri, lucidatrici, stereo, lavatrici, porte sbattute senza criterio e ciabattare ad ogni ora del giorno, scarichi del bagno, discussioni ad alta voce…
Mia madre ha sempre odiato i condominî e, per sua e nostra fortuna, abbiamo abitato case modeste, ma libere da questi inconvenienti. Poi ne ebbe una di sua proprietà, persino con un minuscolo e amato giardino a cui rimasi affezionato anch’io e che ogni tanto mi ritorna in sogno. Rumori molesti che assediano le grandi città e rumori molesti che assediano i centri minori: non parliamo dei cosiddetti luoghi di villeggiatura; luoghi che dovrebbero essere di riposo, di tranquillità, di silenzio, ed invece si trasformano in universi caotici ed infernali. Nel luogo dove vivo il rombo degli aerei, a cui viene permesso di sorvolare le parti centrali della città, si mescola a quello delle ambulanze, delle linee metropolitane, degli autobus, delle moto di grossa cilindrata, dei fuoristrada più adatti alle savane, alle steppe, al safari nella giungla. La globalizzazione dell’informazione veicola sul Web anche gli ultimi angoli di mondo che erano rimasti intatti; mostra i piccoli borghi dove la vita scorreva lenta e tranquilla, e una fiumana vi si riversa puntuale invadendo ogni anfratto e portandovi il delirio e il caos. Di giorno e di notte. Viene da sorridere pensando al filosofo Arthur Schopenhauer che inveiva contro “l’insopportabile” schiocco della frusta dei cocchieri che lui paragonava alla trafittura di una lama. Nel suo celebre saggio Sul rumore lo definisce “assassinio del pensiero”. Chissà che cosa ne avrebbe detto oggi che le carrozze non esistono più, e allo schiocco della frusta si è sostituita l’accelerata rompi timpani delle moto da farti rimbalzare il cuore in gola in piena notte…
Il rumore è continuo ma l’ascolto è raro, ho letto da qualche parte. Potrebbe essere la perfetta epigrafe per questo tempo.