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domenica 27 settembre 2026

SUL PREMIO STREGA
di Angelo Gaccione


 
Sul Premio Strega, “Odissea” ha pubblicato diversi scritti in uno spazio temporale molto ravvicinato, eccoli nell’ordine: domenica 10 maggio una lunga polemica lettera di un’autrice che al premio è stata candidata ben sette volte, Lodovica San Guedoro. Lunedì 11 maggio una risentita doléance critica di una giurata, Livia De Pierto. Martedì 12 maggio una mia intervista alla Segreteria Nazionale del Premio. Mercoledì 13 maggio una lettera della poetessa Alida Airaghi che né allo Strega, né a qualsiasi altro premio ha mai voluto partecipare spiegandone le ragioni. A questo punto potevamo ritenere chiuso il discorso. Senonché, nei giorni successivi, ricevetti in dono il libro: Come un racconto. Gli anni del Premio Strega scritto dalla sua fondatrice, Maria Bellonci, e pubblicato dal Club degli Editori in edizione limitata nel luglio del 1977. Una ricostruzione dall’interno a cominciare dalla prima assegnazione a Flaiano nel 1947, ma, naturalmente, il racconto prende avvio da quel lontano 1944 quando a casa di Maria e Goffredo Bellonci, in Viale Liegi, il sodalizio cultuale di un gruppo di amici letterati ed intellettuali getta le basi per la nascita del Premio. Non si trascuri la data: è il 1944, tempo di guerra, tempo di fascismo, tempo di Resistenza. In appendice al volume lettere, articoli di stampa, il doveroso Regolamento firmato a mano dai giurati (fra questi il mio conterraneo Vincenzo Talarico), l’elenco dei vincitori dal 1947 al 1976 e un ricco corredo di foto. In quegli stessi giorni venni a conoscenza di diversi retroscena: alcuni divertenti, persino sfide a duello e scontri fisici fra letterati di rango; altri poco edificanti, e diciamo pure meschini, per aggiudicarselo: pressioni, intrighi ad opera di autori insospettabili, super celebrati e da cui non ve lo sareste mai aspettato. La delusione mi convinse a non spendere più tempo sull’argomento e così feci.



A distanza di alcune settimane però, anche su un giornale come “il Fatto Quotidiano” comparvero articoli di risentimenti, polemiche e critiche sul Premio Strega, a seguito della pubblicazione dei libri scelti e dei possibili vincitori. E da quelle pagine che ne venni a conoscenza, anche se ero convinto che questo organo di stampa non si occupasse di premi e pettegolezzi letterari. Decisi di ritornare sull’argomento appena incombenze meno frivole me lo avrebbero permesso. Ed eccole, ora, le considerazioni che sono venute fuori. Il premio Strega è un premio appannaggio di un ristretto gruppo di grandi editori, quelli che conosciamo tutti. Possiedono il denaro e le necessarie forze di pressione: organi di stampa nazionali, televisioni, librerie, riviste e hanno una penetrazione forte nelle scuole e nelle università. Al loro servizio hanno una folta schiera di scrittori, poeti, saggisti, docenti universitari, critici e recensori che sono, di regola, anche autori di questi editori. Sono quelli che godono di maggiore visibilità, autori già noti e che hanno spazio sui giornali e nei programmi tivù più popolari e seguiti. Come si può vedere, per gli autori sconosciuti o meno noti e per le case editrici minori, la partita è persa in partenza. È una pura illusione, quella di alcuni autori e autrici, credere che basti essere candidati da un “personaggio in vista” (magari per lavarsi la coscienza), per poter competere. Per salvare la faccia, il Premio Strega dovrebbe adottare l’unico criterio di verità: riservarlo alle case editrici grosse. Lasciare che si accordino fra esse a turno - per scegliere l’autore (o l’autrice) che desiderano - abolendo le giurie. Si eviterebbero polemiche e conflitti, competizioni diseducative (don Milani le disprezzava) fra personalità che dovremmo considerare dei modelli, classifiche quasi sempre discutibili, e soprattutto si metterebbero al riparo la credibilità e la dignità dei giurati.


Alida Airaghi e Angelo Gaccione

Sappiamo che di libri ne vengono candidati una marea e per i giurati sarebbe umanamente impossibile leggerli tutti. Allora che senso ha far partecipare tante editrici e tanti autori? Perché sprecare tante energie e tanta carta? Che opinione si può fare dei giurati un autore che non fa parte di nessuna banda letteraria, che non ha merce o potere da scambiare, che ha badato per oltre mezzo secolo a mettere assieme un centinaio di versi o poco più, e alla vecchiaia li ha pubblicati in un libro introdotto da due poeti come Franco Loi e Tiziano Rossi, e da una postfazione di un filosofo ed intellettuale come Fulvio Papi, nello scoprire che  non ha meritato nemmeno una menzione? Sa bene che quei giurati non sono stupidi, sono anche loro dei poeti, hanno una sensibilità letteraria e sanno distinguere il grano dal loglio. Può solo ipotizzare che di quel libro non abbiano visto neppure l’ombra; e se lo hanno visto, non meritano nemmeno il disprezzo.