UCRAINA: CHI STA UCCIDENDO LA PACE? di Giovanni
Bonomo
Aproposito di chi continua a evocare
la “Resistenza ucraina” quasi sovrapponendola, con una disinvoltura storica che
trovo sorprendente, alla Resistenza europea contro il nazifascismo, forse
qualche distinzione gioverebbe. Le parole contano, e la storia, quando viene
usata come argomento politico, conta ancora di più. L’Ucraina sta certamente resistendo
a un’invasione russa, ma non siamo di fronte a una Resistenza partigiana nel
senso storico italiano del termine: siamo davanti a uno Stato sovrano, con un
esercito regolare, che combatte una guerra contro l’esercito regolare di un
altro Stato. Confondere
i due piani significa trasformare l’analogia storica in propaganda. Ferruccio
Parri, uno dei massimi dirigenti della Resistenza italiana, divenne nel giugno
1945 presidente del primo governo nominato dopo la Liberazione (non, come
talvolta si legge, il primo presidente del Consiglio della Repubblica, che
sarebbe nata soltanto l’anno successivo). Ve lo immaginate un Ferruccio Parri
che rubacchia o rivende le armi della Resistenza? La domanda è volutamente
urticante ma serve a ricordare quanto sia rischioso trasferire automaticamente
il patrimonio morale della Resistenza italiana su una guerra contemporanea
nella quale entrano in gioco Stati, eserciti regolari, alleanze militari,
industrie della difesa, interessi geopolitici e quantità enormi di denaro
pubblico.
Perché le
dimensioni dell’intervento occidentale sono ormai gigantesche. La NATO ha
dichiarato al vertice di Ankara del luglio 2026 che gli Alleati europei e il
Canada finanziano ormai la maggior parte dell’assistenza di sicurezza
all’Ucraina e che, per il 2026, gli Alleati hanno promesso 70 miliardi di euro
in equipaggiamenti militari, assistenza e addestramento. A ciò si aggiunge l’Ukraine
Facility dell’Unione Europea, nata con una dotazione iniziale di 50 miliardi di
euro per il periodo 2024-2027, fra prestiti e sovvenzioni, accompagnata da
meccanismi di controllo e da condizioni legate anche alle riforme e alla lotta
alla corruzione. Parliamo infatti di corruzione. Nel 2025-2026 le stesse
autorità anticorruzione ucraine hanno portato alla luce indagini di enorme
rilievo: l’operazione “Midas”, in particolare, ha riguardato un presunto
sistema di tangenti da circa 100 milioni di dollari nel settore energetico e ha
coinvolto figure vicine ai vertici politici.
Zelensky non risulta personalmente
coinvolto nell’inchiesta citata da Reuters. Il fatto che siano proprio le
istituzioni ucraine a condurre queste indagini dimostra, correttamente, che
esistono organismi che combattono la corruzione, ma dimostra anche che il
problema non può essere semplicemente cancellato dal racconto pubblico perché
disturba la narrazione edificante della “Resistenza”. Non vi sono elementi
sufficienti per sostenere che gli armamenti occidentali vengano
sistematicamente rivenduti sul mercato nero, ma gli organismi di controllo
statunitensi hanno documentato problemi e rischi nella tracciabilità del
materiale militare trasferito all’Ucraina. Il Dipartimento della Difesa
americano ha rilevato un netto miglioramento dei controlli: la conformità
inventariale per alcune categorie sottoposte a monitoraggio rafforzato è
passata dal 40% all’88%, pur permanendo criticità nei trasferimenti effettuati
attraverso Paesi terzi.
Possiamo discutere all’infinito se quella in
Ucraina sia anche, sul piano geopolitico, una guerra per procura fra
Russia e Occidente. Sta di fatto che, da quasi cinque anni, l’Europa - e con
essa l’Italia - investe enormi risorse nel sostegno militare a un conflitto,
mentre la nostra Costituzione, all’art. 11, ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà
degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie
internazionali. La domanda che pongo è allora
questa: quanto
capitale politico, diplomatico ed economico stiamo investendo, invece, nella
pace? Chi pone questo
interrogativo viene spesso liquidato con una parola ormai buona per tutte le stagioni: filo-putiniano. Pazienza, preferisco il rischio di un’etichetta al
conforto di un pensiero per procura.Perché
il vero interrogativo non dovrebbe essere se siamo “con Putin” o “con
Zelensky”, con la NATO o contro la NATO, dovrebbe essere molto più semplice e,
proprio per questo, molto più difficile: chi sta davvero lavorando per mettere
fine alla guerra? chi sta invece uccidendo ogni tentativo di pace?