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mercoledì 30 settembre 2026

UCRAINA: CHI STA UCCIDENDO LA PACE?
di Giovanni Bonomo


 
A proposito di chi continua a evocare la “Resistenza ucraina” quasi sovrapponendola, con una disinvoltura storica che trovo sorprendente, alla Resistenza europea contro il nazifascismo, forse qualche distinzione gioverebbe. Le parole contano, e la storia, quando viene usata come argomento politico, conta ancora di più. L’Ucraina sta certamente resistendo a un’invasione russa, ma non siamo di fronte a una Resistenza partigiana nel senso storico italiano del termine: siamo davanti a uno Stato sovrano, con un esercito regolare, che combatte una guerra contro l’esercito regolare di un altro Stato.
Confondere i due piani significa trasformare l’analogia storica in propaganda. Ferruccio Parri, uno dei massimi dirigenti della Resistenza italiana, divenne nel giugno 1945 presidente del primo governo nominato dopo la Liberazione (non, come talvolta si legge, il primo presidente del Consiglio della Repubblica, che sarebbe nata soltanto l’anno successivo). Ve lo immaginate un Ferruccio Parri che rubacchia o rivende le armi della Resistenza? La domanda è volutamente urticante ma serve a ricordare quanto sia rischioso trasferire automaticamente il patrimonio morale della Resistenza italiana su una guerra contemporanea nella quale entrano in gioco Stati, eserciti regolari, alleanze militari, industrie della difesa, interessi geopolitici e quantità enormi di denaro pubblico.



Perché le dimensioni dell’intervento occidentale sono ormai gigantesche. La NATO ha dichiarato al vertice di Ankara del luglio 2026 che gli Alleati europei e il Canada finanziano ormai la maggior parte dell’assistenza di sicurezza all’Ucraina e che, per il 2026, gli Alleati hanno promesso 70 miliardi di euro in equipaggiamenti militari, assistenza e addestramento. A ciò si aggiunge l’Ukraine Facility dell’Unione Europea, nata con una dotazione iniziale di 50 miliardi di euro per il periodo 2024-2027, fra prestiti e sovvenzioni, accompagnata da meccanismi di controllo e da condizioni legate anche alle riforme e alla lotta alla corruzione. Parliamo infatti di corruzione. Nel 2025-2026 le stesse autorità anticorruzione ucraine hanno portato alla luce indagini di enorme rilievo: l’operazione “Midas”, in particolare, ha riguardato un presunto sistema di tangenti da circa 100 milioni di dollari nel settore energetico e ha coinvolto figure vicine ai vertici politici. 



Zelensky non risulta personalmente coinvolto nell’inchiesta citata da Reuters. Il fatto che siano proprio le istituzioni ucraine a condurre queste indagini dimostra, correttamente, che esistono organismi che combattono la corruzione, ma dimostra anche che il problema non può essere semplicemente cancellato dal racconto pubblico perché disturba la narrazione edificante della “Resistenza”. Non vi sono elementi sufficienti per sostenere che gli armamenti occidentali vengano sistematicamente rivenduti sul mercato nero, ma gli organismi di controllo statunitensi hanno documentato problemi e rischi nella tracciabilità del materiale militare trasferito all’Ucraina. Il Dipartimento della Difesa americano ha rilevato un netto miglioramento dei controlli: la conformità inventariale per alcune categorie sottoposte a monitoraggio rafforzato è passata dal 40% all’88%, pur permanendo criticità nei trasferimenti effettuati attraverso Paesi terzi. 



Possiamo discutere all’infinito se quella in Ucraina sia anche, sul piano geopolitico, una guerra per procura fra Russia e Occidente. Sta di fatto che, da quasi cinque anni, l’Europa - e con essa l’Italia - investe enormi risorse nel sostegno militare a un conflitto, mentre la nostra Costituzione, all’art. 11, ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.
La domanda che pongo è allora questa: quanto capitale politico, diplomatico ed economico stiamo investendo, invece, nella pace? Chi pone questo interrogativo viene spesso liquidato con una parola ormai buona per tutte le stagioni: filo-putiniano. Pazienza, preferisco il rischio di un’etichetta al conforto di un pensiero per procura. Perché il vero interrogativo non dovrebbe essere se siamo “con Putin” o “con Zelensky”, con la NATO o contro la NATO, dovrebbe essere molto più semplice e, proprio per questo, molto più difficile: chi sta davvero lavorando per mettere fine alla guerra? chi sta invece uccidendo ogni tentativo di pace?