I NODI IRRISOLTI
DELL’INDUSTRIA ITALIANA di Franco Astengo
Il deficit della sinistra nella capacità di progettare una visione
alternativa di società e di modello di sviluppo sta misurandosi con una realtà
molto difficile che l'attualità ci pone di fronte ogni giorno. La
condizione generale di conflitto e di conseguente crisi energetica in relazione
al modello di sviluppo capitalistico impostosi negli ultimi anni sta portando a
un disegno di mutazioni già in atto .Il primo punto da affrontare dovrebbe
allora essere quello rappresentato dalla progettazione e da una programmazione
di un gigantesco spostamento di risorse tale da modificare profondamente il
meccanismo di accumulazione dominante secondo i principi della programmazione
democratica e una visione di "società sobria" di forte tensione verso
l'uguaglianza e fondata sull'intervento pubblico in economia verso settori
decisivi dell'industria, dell'ambiente, dei trasporti, della scuola(la cui
priorità di intervento dovrebbe essere quello di affrontare il deficit
cognitivo che assilla diversi settori sociali) della sanità. Oggi il ritorno
della guerra come prospettiva globale, il riferimento a innovazioni
tecnologiche in grado di mutare il quadro di riferimento sociale, l'emergere di
tensioni "dittatoriali" sconvolgono l’assetto consolidato in un
momento in cui si sta attraversando una forte difficoltà per
quell’accelerazione nei meccanismi di scambio che abbiamo definito come
“globalizzazione” e di evidente ripresa del nazionalismo.Di seguito uno schematico richiamo ai punti
“critici” della produzione e dello sviluppo industriale nel nostro Paese al
riguardo dei quali non solo il governo sta operando perché siano affrontati
come uniche idee attraverso la ripresa del settore militare e di quello nucleare,
magari aggiungendo qualche cosiddetta “grande opera” anche se la vicenda del
ponte sullo Stretto sembra davvero in ritirata.L’opposizione
appare incerta e priva di una linea adeguata: di questi temi e del mondo del
lavoro in generale non pare proprio che si stia discutendo con i capi-partito
per dirla con Giusti “in tutt’altre faccende affaccendati”.Si può aggiungere il tema dell’Europa al riguardo
della possibilità di affrontare in comune questioni come quelle della ricerca
applicata alla produzione, dell’energia, del superamento di barriere
economiche.Nella sinistra ci sono difficoltà
a considerare quello europeo come spazio politico. Esaminiamo schematicamente cinque
punti decisivi analizzati anche in base ai dati pubblicati più recentemente:
“Economia non osservata”.
(l’antica economia sommersa) Gli ultimi dati
Istat, relativi al 2024, sul valore della cosiddetta “economia non osservata”,
ovvero l'insieme del sommerso e delle attività illegali, è pari a 218,2
miliardi. Le unità di lavoro
irregolari sono circa 3.270.000, con un incremento di 145.000 unità rispetto al
2023. Il lavoro non regolare cresce sia nella componente dipendente (+5,4%
+ 121,8mila unità), sia in quella indipendente (+2,7% + 23,4mila unità). Il valore aggiunto
generato dall'impiego di lavoro irregolare presenta un peso particolarmente
elevato negli altri servizi alle persone, dove rappresenta il 19,4% del valore
aggiunto del settore, anche per l'inclusione del lavoro domestico e in
agricoltura dove il valore aggiunto sommerso, connesso esclusivamente alla
componente di lavoro irregolare, è pari al 15,2% del totale del comparto. Al
contrario, il fenomeno risulta più limitato nei comparti industriali (con una
incidenza compresa tra lo 0,9% e il 2,8%) e negli Altri servizi alle imprese
(1,5%). Non fatichiamo a prevedere che per il 2025 e il 2026 questi dati
risulteranno numericamente accresciuti.
“Produzione industriale” Riportiamo il commento ISTAT ai
dati del primo semestre: Anche in termini
tendenziali la produzione, al netto degli effetti di calendario, è in
flessione. Il calo è marcato nei beni di consumo, mentre l’energia e i beni
strumentali registrano una crescita moderata. Nel primo semestre dell’anno, la
produzione totale al netto degli effetti di calendario registra una crescita
tendenziale modesta (+0,5%), con un incremento particolarmente sostenuto nella
fabbricazione di mezzi di trasporto, mentre ritorna qui il nodo del militare.
“Innovazione Tecnologica” Nonostante i
progressi compiuti negli ultimi anni, il sistema italiano dell’innovazione
continua a scontare alcune debolezze strutturali che ne limitano l’efficacia
complessiva. La prima riguarda il persistente divario tra ricerca e impresa. A
fronte di una produzione scientifica di alto livello, gli investimenti privati
in ricerca e sviluppo restano inferiori rispetto a quelli dei principali
partner europei, con un ritardo particolarmente evidente nel tessuto delle
piccole e medie imprese. Il rapporto Istat sulla ricerca e sviluppo in Italia
indica infatti un sistema imprenditoriale sempre più polarizzato. Mentre le
grandi imprese, con almeno 250 addetti, continuano ad aumentare la propria
spesa in R&S, le imprese di minori dimensioni mostrano segnali di arretramento.
Nella fascia sotto i 50 addetti si registra una riduzione del 2,3%, mentre la
spesa cresce del 7,3% nelle grandi imprese e del 2,8% in quelle di media
dimensione. Si tratta di un dato particolarmente rilevante, perché sono
proprio le PMI a costituire l’ossatura del sistema produttivo italiano. Questo
squilibrio si traduce quindi in una minore capacità di trasformare i risultati
della ricerca in applicazioni industriali, innovazione diffusa e nuovi
prodotti. Minore capacità che causa il deficit tecnologico che frena in
particolare la produzione industriale.
Transizione ecologica e industria
italiana Il sistema industriale e le
rappresentanze politiche nazionali stanno sollevando forti critiche verso
l'attuale struttura dei mercati dei permessi di emissione europei. Il rischio
evidenziato dal mondo produttivo è il cosiddetto paradosso
industriale: imporre normative rigide senza tutele tariffarie
globali rischia di penalizzare le imprese italiane che investono in
sostenibilità, spingendo alla delocalizzazione della produzione verso Paesi con
standard ambientali inferiori (carbon leakage), senza un reale beneficio per il
pianeta. In quest'ottica, l'Italia ha proposto a livello europeo la revisione e
la sospensione temporanea del meccanismo ETS (Emission Trading System)
per frenare le speculazioni finanziarie sui costi della CO2.
“Difficoltà energetica e ritorno
al nucleare” L'approvazione della legge delega
del 2026 non si traduce nell'immediata apertura di cantieri. L'effettivo
ritorno all'energia atomica dipenderà dalla stesura dei decreti legislativi,
dalla costituzione di una nuova Autorità per la sicurezza nucleare,
dall'attrazione di capitali privati e dal superamento dei vincoli legati al
consenso dei territori coinvolti. Rimangono aperti i nodi storici sulla
localizzazione degli impianti, sul rifiuto sociale delle comunità locali e
sulla mancata individuazione di un Deposito Nazionale definitivo per i rifiuti
radioattivi già esistenti. Inoltre I costi iniziali di investimento sono
altissimi. Gli SMR commerciali non dispongono ancora di filiere industriali
mature o prototipi standardizzati su larga scala, rendendo
incerti i reali costi operativi. La costruzione e la messa in funzione delle
centrali richiede tempi lunghi (almeno 10-15 anni). Inoltre,
l'approvvigionamento di uranio espone a dinamiche geopolitiche simili a quelle
dei combustibili fossili.
“Competitività complessiva” I principali freni competitivi,
si concentrano su 3 dinamiche: 1) Nanismo
Aziendale: Le micro e piccole imprese costituiscono ancora il
tessuto portante del Paese, mentre le imprese medie (tra 100 e 400 addetti)
pesano solo per il 10% del totale (contro il 17,5% della
Germania). La carenza di grandi aziende frena lo sviluppo economico: l'80% della ricerca
industriale in Italia viene effettuato da aziende con più di
500 dipendenti . 2) Costo
dell'Energia: Rappresenta un ostacolo critico per ben il 92% delle
associazioni industriali nazionali, penalizzando i margini e
rendendo la produzione meno competitiva rispetto ai concorrenti extra-UE. 3) Investimenti Immateriali:
L'Italia sconta un ritardo cronico negli investimenti in digitalizzazione,
brevetti e competenze (R&S), che rimangono stabilmente inferiori rispetto
alla media delle principali economie europee.