Una
capatina nelle bassure contemporanee. Continuato
a fare provviste di tragici greci alla Feltrinelli di Largo Argentina. A
dispetto dei miei studi classici, essi sono ancora quasi tabù per me, nella
loro forma scritta. Nello stesso tempo, per non perdere troppo di vista la
realtà, ho fatto una capatina nelle bassure contemporanee: Il Codice da
Vinci. Ce n'era un muraglione che sbarrava il passo proprio all'ingresso
della libreria di Inge. Ero disposta a fare scoperte di una qualche
intelligenza insospettata o, in mancanza di quella, d'interesse almeno
documentaristico. Quasi rimpiangevo di non concedermi mai questo genere di
letture e di rimanere quindi ignorante rispetto a coloro che io reputo ciechi
di spirito, che pure si mostrano sempre pronti a lanciarsi con stupefacente
energia nella gran gara cosmica per la conquista del sapere. Ma non avevo
neanche ancora preso in mano il pesante mattone che già il suo mistero si era
decomposto sotto i miei occhi e lo rideponevo nella muraglia di spettanza. Mi
era bastato scorrere la trama schiaffata sul didietro del volume e dare una
prudente sbirciatina ad alcune pagine sorteggiate a caso al suo interno: già
sul retro si tirava in ballo il Louvre, si farneticava di un vecchio curatore
ferito a morte che si aggrappa in un ultimo disperato gesto a un dipinto di
Caravaggio, fa scattare l'allarme e provoca con ciò stesso l'abbassamento delle
grate di ferro all'entrata della sala. Chiuso fuori, l'assassino fugge senza
aver ottenuto quello che cercava. Al curatore del Louvre restano pochi istanti
di vita. E, da provetto storico dell'arte qual è, mai stanco di citazioni, li
usa per mettersi nudo e disporsi sul pavimento di marmo tal quale l'uomo di
Vitruvio, il "celeberrimo" disegno di Leonardo. La scena che si
presenta ai primi soccorritori è d'una agghiacciante eloquenza. Per di più il
vecchio, stecchito sul marmo, è riuscito ancora, prima di esalare l'ultimo
respiro, a scrivere alcuni numeri, poche parole e soltanto un nome utile alle
indagini e, per combinazione, allo srotolamento del logorroico romanzo. Dando
aria alle pagine, mi sono poi fatta anche ragione di altre cose e persino del
titolo: sono saltati fuori dipinti leonardeschi contenenti messaggi cifrati, è
saltata fuori una maledizione che allunga la sua mano attraverso i secoli, e
chissà quali altre congeneri trivialità granguignolesche sarebbero ancora
saltate fuori se solo io avessi lasciato fare, se soggiacessi giusto quel tanto
al fascino insinuante della mistificazione e del mauvais goût. Ma purtroppo non
soggiaccio. Evidentemente i lettori popolari di oggi con fissazioni erudite non
vanno altrettanto per il sottile, e inoltre sono tormentati dall'eterno pungolo
di frugare nel genio per stabilire se, alla fin fine, non era " uno come
noi". Autore del polpettone planetario e novello Umberto Eco è uno storico
dell'arte inglese, che si fregia di aver studiato all'Amherst College: e questo
è ciò che mi ha stupita di più, ma probabilmente solo perché non ho idea di
quello che sono divenuti nel frattempo questi illustri luoghi di studi inglesi.
Una volta di più ho fatto l'esperienza che quanto appare eccitante e
avventuroso alle masse, si dimostra per me inconcepibilmente indigesto, pesante
e noioso. Costringermi a leggere un libro come questo sarebbe la migliore
tortura nel caso cadessi tra le mani di un dittatore o dei servizi segreti
americani. Mentre c'ero, per continuare la mia verifica culturale, sono passata
a un libro sui più grandi mostri della storia. C'era di mezzo Rasputin,
l'immancabile Stalin, una ninfomane americana, Ilse Koch... Per un quarto d'ora
ero convinta che l'avrei comprato. La documentazione era impressionante, vi si
ravvisava una certa serietà e complessità di argomentazione, un'incredibile
ricchezza di dettagli: stupri, assassinii, pelle strappata ai prigionieri del
campo di concentramento per farne graziosi paralumi o portafogli... Ma infine
il continuo insistere su cose mostruose ingenerava di nuovo un senso
stucchevole e insopportabile d'irrealtà, di mistificazione, di noia. Leggendo,
si veniva risucchiati in una dimensione fittizia, in una serra di tropicali
piante dell'orrore, con conseguente appiattimento del cervello... È quello che
piace alla gente. Comprato anche Girotondo di Schnitzler, finora visto
quattro o cinque volte sotto forma di film di Max Ophüls. Tentato di iniziarlo
al caffè di piazza Sant'Eustachio. Ma troppi turisti, scolaresche,
impossibilità di concentrarsi. Preso a girovagare, inquieta e desolata. Adamo
ed Eva dovettero essere scacciati dal paradiso terrestre da un'orda mista di
turisti e scolaresche.