Il fuoco della rivolta Il 27 ottobre 2026, nella cornice
del Castello Sforzesco, ho partecipato a una giornata culturale della Famiglia Artistica
Milanese, istituzione che dal 1873 attraversa la storia artistica della città,
intrecciando la propria vicenda con alcune delle esperienze più significative
della modernità.
Il titolo
completo del mio intervento era Dalla Scapigliatura al Mitorealismo del
Sottosuolo: la Famiglia Artistica Milanese come luogo delle avanguardie
attraverso tre secoli. Un titolo che potrebbe suggerire un percorso storico,
una ricostruzione genealogica, forse persino una celebrazione. Ma il mio
intento era diverso. Guardare al passato significa, inevitabilmente, rivolgere
lo sguardo verso qualcosa che ci sfugge. La storia non è un museo di forme
immobili, né una successione ordinata di monumenti da venerare. È una
costellazione di possibilità incompiute, di energie disperse, di fratture che
continuano a interrogare il presente. Ho evocato la Scapigliatura di Emilio
Praga, Arrigo Boito e Tranquillo Cremona, il Futurismo di Boccioni, Russolo,
Carrà e Sant’Elia. Non per rivendicare una discendenza diretta, né per
stabilire improbabili equivalenze estetiche, ma per riconoscere una tensione
comune: la necessità di infrangere i confini tra le arti, di mettere in crisi
le convenzioni, di destabilizzare le forme consolidate della rappresentazione. E
qui emerge un paradosso. Non ho tenuto una conferenza sull’avanguardia. Ho
cercato, piuttosto, di fare avanguardia. Perché l’avanguardia, quando è
autentica, non coincide necessariamente con la proclamazione di un programma. È
un accadimento, un gesto di insubordinazione dei linguaggi, una metamorfosi
delle possibilità espressive. Il Mitorealismo del Sottosuolo, movimento che ho
fondato e il cui primo manifesto è stato presentato pubblicamente nel febbraio
2020, si muove in questa direzione. Il suo metodo conoscitivo è l’ibridazione:
poesia, musica, pittura, videoarte e performance non devono semplicemente
accompagnarsi, ma contaminarsi reciprocamente, modificando ciascuna la
percezione dell’altra.
Soprattutto, nel nostro laboratorio sono le opere a
produrre la teoria, non il contrario. Durante l’intervento ho letto testi
tratti dall’antologia collettiva Fiori del Caos, pubblicata nel 2023 da Kipple
Officina Libraria: poesie di Sandro Battisti, Lukha B. Kremo, Ksenja Laginja,
Mattia Canovaro e una mia composizione. Ho presentato inoltre Non importa se i
ghiacciai, poema di Matteo Gennari dal quale Gaia Schirò e Gabriel Volpi hanno
tratto un album musicale omonimo. La parola poetica ha poi ceduto il passo
all’immagine in movimento, con la proiezione del microfilm mitorealista Nerone
distrugge Roma, seguita dall’ascolto della voce di Carmelo Bene. Infine, la
lettura della mia poesia Working Class Hero, dalla raccolta L’Aspro di Lettere:
una parola che non cerca conciliazione, ma combustione. Non una semplice
esposizione di principi, dunque, ma il tentativo di metterli in atto davanti al
pubblico. Forse è proprio questo il senso più profondo di una giornata dedicata
alla memoria artistica milanese: non limitarsi a custodire ciò che è stato, ma
liberarne le possibilità ancora inesplorate. Il passato ci sfugge proprio
mentre tentiamo di afferrarlo. Ma il suo movimento può ancora attraversarci,
trasformarci, incendiare il presente. E allora l’avanguardia non è soltanto ciò
che ci precede nella storia. È ciò che, nonostante tutto, resta ancora da inventare.